La Germania vuole una “tassa minima” sui guadagni di Google e le altre big


Non diminuiscono, anzi aumentano le tensioni tra i giganti tecnologici e l’Unione Europea, in attesa di un regolamento internazionale che metta fine alle principali controversie.

L’introduzione del GDPR e altre iniziative volte a regolare il trattamento dei dati e a punire l’uso non consentito di questi, mostrano chiaramente che l’Unione Europea non ha intenzione di cedere davanti alla potenza dei colossi della tecnologia, soprattutto se hanno sede dall’altra parte dell’oceano.

I ministri europei stanno ora cercando di fare in modo che questi giganti con super poteri come Google, Facebook, Amazon, Apple e Microsoft, rispettino le regole e paghino quanto sia equo rispetto alle entrate.

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L’ultimo intervento è del ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz, che in un articolo ha sollecitato un approccio condiviso per prevenire l’evasione fiscale dai parti dei grandi player del settore tecnologico.

Cosa vuole la Germania

“Abbiamo bisogno di un livello minimo di tassazione mondiale al di sotto del quale nessuno stato possa scendere”, ha scritto Scholz, aggiungendo che sarebbe necessario prevedere ulteriori misure per rendere più difficile trasferire i profitti in paradisi fiscali.

Reuters riferisce che la Germania starebbe valutando questa soluzione insieme alla Francia, assicurando che i due principali attori della politica economica europea siano già d’accordo su questa linea.

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Solo un mese fa, Scholz era stato più cauto su un eventuale prelievo del 3% sulle entrate digitali di grandi aziende come Google e Facebook, probabilmente temendo una guerra commerciale che avrebbe avuto un impatto negativo sull’esportazioni di automobili nel continente americano delle case automobilistiche tedesche.

Sembra però, che ora il dibattito sia di nuovo aperto.

L’Irlanda non vuole la tassa

Non sorprende affatto che uno dei principali oppositori all’idea della tassazione minima sia l’Irlanda, che in conseguenza dell’accordo vedrebbe le sue entrate diminuire notevolmente. Ospita, infatti, le sedi europee di molte delle maggiori società tecnologiche del mondo, grazie a un regime fiscale particolarmente favorevole.

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Gli Irlandesi temono inoltre che la mossa a sorpresa potrebbe soffocare l’innovazione tecnologica e, come la Germania, è preoccupata delle possibili ripercussioni commerciali.

Con il sostegno dei ministri delle finanze dei membri più influenti dell’UE, Francia e Germania, sembra probabile che entro la fine dell’anno si raggiungerà un compromesso sulla nuova tassa sulle tecnologie, nonostante le preoccupazioni di alcuni Stati membri.





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Bill Gates e l’UE annunciano un fondo da 100 milioni per combattere i cambiamenti climatici


Bill Gates e l’UE hanno annunciato che il Breakthrough Energy – un gruppo di investitori guidato da Gates – lanceranno insieme un fondo di investimento per l’energia pulita da 100 milioni di euro per combattere i cambiamenti climatici nel 2019.

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Gates è attualmente a Bruxelles per lavorare al progetto pilota per conto del gruppo degli investitori, che conta altri miliardari di fama mondiale come Jeff Bezos, Michael Bloomberg, Jack Ma e Richard Branson.

Gates ha incontrato Carlos Moedas, commissario europeo per la ricerca, la scienza e l’innovazione, per firmare un accordo epocale che creerà “un fondo comune di investimento per aiutare le società europee innovative a sviluppare e portare sul mercato nuove tecnologie energetiche pulite”.

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Durante l’incontro per la firma, Gates ha parlato dell’importanza della tecnologia nella battaglia contro il cambiamento climatico e ha elogiato la leadership dell’UE nel settore, specialmente quando si tratta di investimenti in ricerca e sviluppo.

“Gli scienziati e gli imprenditori che stanno sviluppando innovazioni per affrontare i cambiamenti climatici hanno bisogno di capitali per costruire aziende in grado di fornire tali innovazioni al mercato globale. Breakthrough Energy Europe è progettata per fornire quel capitale “, ha affermato Gates.

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Secondo un recente post sul blog di Gates, la coalizione di super miliardari di Breakthrough Energy mira a mettere sul tavolo oltre 1 miliardo di dollari per aiutare le aziende che stanno combattendo il cambiamento climatico a “portare grandi idee dal laboratorio al mercato, su larga scala”.

Ciò significa che questi 100 milioni di euro sono solo l’inizio.

Anche se molte delle aziende di chi fa parte del gruppo è inquinante, il fatto che grandi nomi si uniscano alle iniziative sui cambiamenti climatici crea un buzz necessario per far riflettere la gente sulla questione.





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Spotify chiede all’UE di alzare la voce contro le big del tech americane


Spotify, insieme a Deezer e altri servizi online, ha chiesto all’Unione Europea di intraprendere azioni più severe per frenare quelle che considerano pratiche di concorrenza sleale da parte dei competitor stranieri.

Nelle prossime settimane, infatti, i Paese dell’Unione Europea stabiliranno una posizione comune su una proposta di legge platform-to-business (P2B) volta a garantire maggiore trasparenza ed equità nell’economia digitale. negli ultimi anni l’Unione ha introdotto regole più severe per regolamentare i mercati online dominati dai giganti tecnologici statunitensi come Google, Apple e Amazon.

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In una lettera congiunta, a firma di imprese e organismi collegiali come il Consiglio degli Editori Europei o l’Associazione Europea per l’Artigianato, si è però affermato che i provvedimenti non sono abbastanza incisivi: “Sono necessarie misure mirate per prevenire pratiche sleali da parte delle piattaforme se la legislazione vuole promuovere una crescita digitale sostenuta”, si legge nella missiva datata 24 settembre.

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Cosa cambia con la legge P2B

Presentata dalla Commissione Europea ad aprile, la legge P2B costringerebbe app store, motori di ricerca, siti di eCommerce e siti web di prenotazioni alberghiere (come Expedia) a essere più trasparenti su come vengono classificati e archiviati i risultati delle ricerche e le motivazioni che inducono a inserire o cancellare determinati servizi.  Apre anche le porte alle aziende per associarsi e chiamare in giudizio le piattaforme online.

I gruppi imprenditoriali e industriali, fra i quali sono presenti i colossi della musica in streaming Spotify e Deezer, non hanno menzionato alcuna piattaforma nella lettera, che era indirizzata ai Ministri Europei tra i quali è previsto un incontro il 27 settembre.

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“Questa piattaforme sfruttano la loro posizione privilegiata per diventare unici guardiani dell’economia digitale”, si legge nella lettera. Vengono anche evidenziati alcuni comportamenti sleali messi in atto dalle piattaforme, come l’uso obbligatorio di un particolare sistema di fatturazione o cambiamenti unilaterali dei contratti.

 

Il gruppo CCIA, che rappresenta Google, Amazon e eBay, ha già dichiarato in merito che non esistono prove di un problema diffuso e sistematico, tale da richiedere nuovi regolamenti.





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Google voleva negoziare su Android già nel 2017, ma era troppo tardi per l’UE


A pochi giorni dalla multa comminata a Google da 4,34 miliardi per aver violato le regole della concorrenza, alcune fonti rivelano altri particolari sulla vicenda.

Google è stata multata per aver “imposto restrizioni illegali ai produttori di dispositivi Android e agli operatori di rete mobile al fine di consolidare la propria posizione dominante nella ricerca generale su Internet”.

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Fonti di Bloomberg hanno affermato che la realtà potrebbe essere un poco diversa: Google avrebbe infatti proposto di apportare modifiche alla situazione dei produttori con Android già ad agosto 2017, non molto tempo dopo aver ricevuto la prima sanzione dell’antitrust dell’Unione Europea. Sebbene Google non avesse fornito particolari indicazioni, si sarebbe offerto, già nello scorso anno, di “allentare le restrizioni” che obbligavano i produttori a legarsi ad Android e avrebbe anche dichiarato l’intenzione di distribuire le proprie app diversamente da come accade oggi.

L’UE non ha voluto contrattare (secondo Bloomberg)

Nulla da fare: secondo l’UE era già troppo tardi. L’accordo, infatti, non rientrava più tra le opzioni previste. Nonostante la presunta buona volontà per l’azienda, secondo gli informatori, Google avrebbe cercato di risolvere la situazione molto prima di questa seconda sanzione e sostengono che la finestra per negoziare sia stata troppo stretta.

Le rivelazioni, anche se accurate, non cambiano la situazione: l’azienda si troverà ad affrontare un decisivo cambio di strategia se il ricorso che ha già annunciato non avrà successo. A quanto sembra, la sanzione si sarebbe potuta evitare con un maggior dialogo degli interlocutori (europei, suggerisce Bloomberg) e le modifiche sarebbero state effettive in pochi mesi, senza affrontare le problematiche e i tempi di un ricorso.

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