Empatia, soft skill e feedback per guidare l’azienda del futuro


C’eravamo anche noi di Ninja.it il 30 e 31 ottobre al World Business Forum, convegno organizzato da WOBI che da oltre 15 anni riunisce a Milano i più autorevoli opinion leader e professionisti nell’economia internazionale. Un palco su cui, nel corso degli anni, sono saliti big del calibro di Michael Porter, Philip Kotler, Steve Wozniak, Arianna Huffington, Bill Clinton. Filo rosso di quest’anno è stato l’evoluzione del business nell’era esponenziale: relatori del calibro di Daniel Goleman (psicologo ed autorità nel campo dell’intelligenza emotiva), Malcom Gladwell (giornalista e autore di best-seller come Outliers e Blink), Kelly Peters (esperta di scienze del comportamento) e molti altri, si sono confrontati su quali sono le competenze umane fondamentali per guidare aziende e gestire persone in quest’epoca di cambiamento senza precedenti. Come possiamo guidare efficacemente le nostre imprese e i nostri team? Quali sono gli strumenti per liberare il potenziale enorme delle persone che lavorano con noi?

L’importanza delle soft skill

Si discute molto, tanto nella ricerca accademica quanto nella consulenza manageriale, su quali attività resteranno sotto il dominio umano e quali saranno delegate alle macchine grazie all’intelligenza artificiale e all’automazione. Certo è che le macchine non sono (ancora) in grado di emulare comportamenti come gestire relazioni, comprendere contesti o l’umore di una persona, provare empatia per il prossimo. 

Per questo le competenze sociali, relazionali e cognitive ad alto livello sono ancora insostituibili.

Non solo. Risultano le più importanti da coltivare in azienda e la loro richiesta aumenterà del 30% entro il 2030 come riporta una ricerca di McKinsey pubblicata a maggio 2018.  Prima di correre verso l’applicazione dell’ultima tecnologia ai propri processi o prima di vagliare progetti di cambiamento organizzativo, bisogna focalizzarsi sullo sviluppo soft skill dei propri collaboratori. Secondo Goleman queste sono addirittura più importanti delle competenze tecniche, proprio perché uniche ed inimitabili, e i Millennials andrebbero guidati verso lo sviluppo di queste capacità. Infatti, secondo alcune ricerche tendono a focalizzare la loro energia su quelle più hard.
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Empatia e intelligenza emotiva

Ogni business è un business relazionale, ha detto ancora Goleman. È quindi indispensabile sapersi relazionare appropriatamente con i colleghi e saper accettare i loro difetti (“l’inferno sono gli altri”, diceva Sartre). Competenze come intelligenza emotiva ed empatia sono quindi i pilastri per gestire le relazioni con le persone per guidarle verso un obiettivo comune.

Esistono tre forme di sensibilità empatica: cognitiva, ovvero intuire cosa pensa l’altra persona e comprendere a fondo il suo stato d’animo, emotiva o affettiva, ovvero provare a fondo cosa sente l’altro e per ultima l’empatia compassionevole o preoccupazione empatica, che racchiude le caratteristiche degli altri due tipi e include la capacità di preoccuparsi di altre persone affinché stiano bene e siano soddisfatte. I leader dovrebbero sempre provare preoccupazione empatica per i loro collaboratori: questa è la tipologia di empatia più autentica e altruistica, tesa al benessere della collettività.

Rispetto al gender gap sull’intelligenza emotiva, ovvero secondo cui le donne ne sono più dotate mentre gli uomini siano più bravi nell’autogestione, Goleman ha detto anche che, secondo la letteratura scientifica, questa differenza si assottiglia nel 10% dei top performer in azienda.

Stili di leadership

Ancora Goleman: lo stile di leadership di chi è al vertice del team impatta, positivamente o negativamente, sul clima aziendale: quindi si dovrebbe optare per una leadership visionaria o di coaching, mentre si dovrebbero abbandonare stili come il micro-management, il comando e controllo di ogni azione del collaboratore, portatori solo di frustrazione e scarsa fiducia.

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Anche per Todd Davis, esperto di risorse umane, la cultura di un’organizzazione si esprime principalmente attraverso il comportamento del suo management

Le persone al centro

Secondo Daniel Goleman, la strategia aziendale va progettata insieme al team per ottenere massimo ingaggio e responsabilità individuale. Se questa viene calata dall’alto con un approccio top-down viene meramente eseguita, senza alcun entusiasmo da parte del team. Anche Alan Mulally, che nel suo curriculum vanta posizioni come CEO di Ford Motor Company e di BOING, ha ribadito il concetto di inclusione: bisogna mettere le persone al centro e includere l’intero team nelle decisioni e soprattutto (questo spesso ce lo dimentichiamo) divertirsi, godendo il viaggio e la compagnia reciproca.

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In azienda come in laboratorio

Secondo Kelly Peters, esperta di scienze del comportamento, abbiamo tutti il potenziale per il pensiero scientifico e dovremmo approcciare al nostro lavoro come ricercatori in un laboratorio. Fare osservazioni empiriche, sviluppare teorie, proporre soluzioni, raccogliere dati, mettere in discussione le nostre assunzioni, sperimentare e capire cosa funziona e cosa no, studiare gli errori che reiterano: lavorare quindi come scienziati galileiani, migliorando ogni giorno le proprie teorie grazie alle soluzioni trovate. 

L’economia dei comportamenti

Questo è il principio che guida l’economia comportamentale, settore dell’economia che offre le basi per capire come le persone prendono decisioni. Le decisioni umane sono costantemente influenzate da errori sistematici, pregiudizi irrazionali ed emozioni profonde e incontrollabili. Non siamo certo gli individui razionalisti dipinti dalla scuola economica neoclassica. Ad esempio, perdere qualcosa ci fa stare male il doppio rispetto all’ottenere qualcos’altro, per questo siamo avversi al rischio. Con dei piccoli incoraggiamenti, spinte gentili che possono essere ad esempio ridurre il numero di scelte o cambiare l’ordine di alcune opzioni, possiamo quindi influenzare il comportamento delle persone, portandole a compiere delle decisioni migliori. Tra l’altro, il termine inglese per spinta gentile è Nudge, che è anche il titolo del libro scritto dal Premio Nobel Richard Thaler proprio su questo tema.

L’importanza di dare e ricevere feedback

Todd Davis, esperto di risorse umane ed autore del libro “Get Better!” in cui approfondisce le strategie per avere relazioni più efficaci sul posto di lavoro,  ha sottolineato l’importanza dei feedback: il leader deve preparare in anticipo le sue persone a dare e ricevere feedback, ponendo le domande giuste. Solitamente associamo i feedback alla negatività, ma dobbiamo ricordare che feed vuol dire nutrire, back significa supportare.

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WhatsApp inserisce la pubblicità, lo conferma il vicepresidente


WhastApp inserirà annunci pubblicitari: il giorno più temuto e arrivato. In un commento a diversi post in India, il vicepresidente di WhatsApp, Chris Daniels, ha confermato che la popolare app di messaggistica inserirà annunci pubblicitari:

“Sì, inseriremo annunci pubblicitari nello Status e questa sarà la modalità di monetizzazione principale per l’azienda e un’opportunità per altre aziende di raggiungere le persone su WhatsApp.”

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Da tempo sappiamo che Facebook sta spingendo per la monetizzazione di WhatsApp, acquisita a caro prezzo anni fa. Una notizia che incoraggia i sostenitori dell’app competitor per eccellenza di WhatsApp, Telegram, che rimane gratuita (e super sicura riguardo alla privacy).

Un progetto studiato da anni

Il co-fondatore Brian Acton – che ha lasciato la compagnia nel 2017 – ha recentemente affermato che Mark Zuckerberg avrebbe pianificato l’inserimento della pubblicità nel sistema di messaggistica istantanea ancora prima che le contrattazioni del 2014 fossero perfezionate, con la valutazione della compagnia al prezzo record di 19 miliardi di dollari.

Chi utilizza WhatsApp da diversi anni ricorda bene che, prima dell’acquisizione, l’app richiedeva un addebito di un dollaro all’anno (89 centesimi, in Europa) per poter essere utilizzata. Da quando è diventato gratuito e ha aumentato drasticamente il numero degli utilizzatori, Facebook ha considerato diversi approcci per monetizzare con WhatsApp.

Gli annunci meglio dell’abbonamento a pagamento

Il ventaglio delle diverse opzioni comprendeva l’inserimento di annunci, la vendita dell’analisi dei dati e l’inserimento di una commissione dopo un certo numero di messaggi inviati.

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I commenti di Daniels suggeriscono che la strada presa sia la prima a essere stata considerata, quella dell’inserimento delle inserzioni pubblicitarie nello status.

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Non conosciamo ancora con certezza la data dell’introduzione degli annunci: alcuni report sostengono che saranno operativi dall’inizio del prossimo anno ma, a questo, punto, è solo una questione di tempo.





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Cosa ha presentato Apple oltre al nuovo Macbook Air


Ha creato tantissime variazioni colorate del suo logo per promuovere l’evento del 30 ottobre. Ad accompagnare gli inviti, la location a sorpresa: la presentazione non è stata infatti nello Steve Jobs Theatre di Apple Park, ma a Brooklyn.

La società ha iniziato con una vera ode al Mac. Il CEO Tim Cook ha rivelato che le installazioni hanno superato 100 milioni di utenti, dei quali il 51% sono nuovi acquirenti. E, secondo lui, è tempo per un nuovo Macbook Air.

Il nuovo Macbook Air

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Il nuovo Air sarà dotato di un display Retina da 13,3 pollici, con una risoluzione di 4 milioni di pixel. Anche le cornici in alluminio sono state sostituite con vetro nero e stretto.

Avrà anche un sensore Touch ID integrato nella tastiera, come i dispositivi palmari di Apple. Apple ha anche promesso che il dispositivo avrà un processore migliore e una memoria maggiore, oltre a una tastiera più stabile e un trackpad più grande.

Il nuovo Macbook Air sarà disponibile in tre nuove versioni, a partire da 1199 dollari e potrà essere acquistato dalla prossima settimana.

Il Mac mini

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Tim Cook ha anche mostrato un dispositivo Mac “piccolo ma potente”: il nuovo Mac Mini, in un elegante grigio.

Cook, che sembrava stamattina avesse bevuto del troppo caffè, ha rivelato un dispositivo Mac “piccolo ma potente”: il nuovo Mac Mini, disponibile in una nuova finitura grigio sexy.

Il nuovo, dispositivo, grazie al’upgrade dei processori, sarà cinque volte più veloce del predecessore. Sarà dotato di 64 GB di memoria interna e verrà venduto a un prezzo a partire da 799 dollari. COme il Macbook Air, può essere già ordinato e sarà disponibile dalla prossima settimana.

iPad Pro

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Come previsto, la presentazione del nuovo iPad Pro è stato il momento clou della serata. Disponibile nelle varianti da 11 e 12,9 pollici, è sottile 5,9 millimetri (il 15% più sottile e il 25% più piccolo del suo predecessore). Come già annunciato, anche questo dispositivo è dotato di Face ID.

Funziona con il chip Bionic A12X, con una grafica apparentemente paragonabile a una Xbox One S. Sarà dotato di magneti che consentono di agganciare la Apple Pencil e la nuova tastiera Folio, che può anche essere caricata in modalità wireless quando collegata.

Le novità di Apple

Oltre ai nuovi dispositivi, Apple ha annunciato alcune novità nello store, tra cui l’aggiunta di 60 nuove sessioni dedicate ai programmi di insegnamento.

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Inoltre, l’app Apple Store mostrerà ora gli eventi dello store Apple più vicino a loro e può essere personalizzata in base ai dispositivi che possiedono.

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Tim Cook ha anche presentato l’ultimo aggiornamento iOS, che verrà rilasciato oggi. I cambiamenti più importanti riguardano il nuovo Group Facetime e 70 nuove emoji, tra cui cupcake e diverse colorazioni di capelli per le faccine.





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“Enormi opportunità nei video e nelle Storie”


Facebook continua a crescere, ma un po’ meno del previsto però, quel tanto che basta per non centrare gli obiettivi di crescita degli utenti mensili e dei ricavi. A pesare sul conto gli effetti dello scandalo di Cambridge Analytica e il più recente data breach da 30 milioni di utenti. Ha archiviato il terzo trimestre (quello che si è chiuso il 30 settembre) con ricavi per 13,73 miliardi, in rialzo del 33% rispetto allo stesso trimestre del 2017, ma poco sotto i 13,78 miliardi delle previsioni gli analisti.

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Extraordinary meeting of the Conference of Presidents with the CEO and founder of Facebook

In Europa persi un milione di utenti

Gli utenti attivi mensili (nel numero gli utenti di Facebook, naturalmente, ma anche di WhatsApp, Instagram e Messenger) risultano 2,27 miliardi, il 10% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (100 milioni), al di sotto dei 2,29 miliardi attesi.  Sono saliti del 9% a 1,49 miliardi gli utenti attivi giornalieri. In Europa, Facebook ha perso 1 milione di utenti mensili per il secondo trimestre consecutivo (da 279 milioni a 278 milioni) ma ne ha guadagnati altrettanti negli Stati Uniti. E se il GDPR ha pesato sui conti, i ricavi in Europa restano “buoni”, ha fatto sapere Menlo Park nella conference call con gli analisti.   

Video e Storie

“La nostra comunità e il nostro business continuano a crescere rapidamente, e ora abbiamo più di 2 miliardi di persone che usano almeno uno dei nostri servizi ogni giorno” ha detto Mark Zuckerberg, che ha parlato ieri di “enormi opportunità” nei video e nelle Storie. Ha però anche avvertito che la crescita dei ricavi potrebbe rallentare, perché il passaggio “dai news feed alle Storie è stata meno agevole del previsto”. Anche se “la nostra comunità e il nostro business continuano a crescere velocemente”. Il direttore finanziario David Wehner, ha parlato di “mid-high single digit”, ovvero di una percentuale ad una cifra per il tasso di aumento dei ricavi futuri. Quanto alla prevenzione degli abusi, dopo lo scandalo di Cambridge Analytica e la violazione dei dati degli utenti, Zuckerberg ha detto che “ci vuole almeno un anno” per arrivare “al livello desiderato”.





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Intel e Volkswagen vogliono lanciare un servizio di taxi a guida autonoma nel 2019


Mobileye, società basata in Israele, in mano ad Intel, ha stretto una partnership con Volkswagen per lanciare un servizio di auto elettriche a guida autonoma. La joint venture, chiamata non a caso New Mobility, utilizzerà veicoli elettrici Volkswagen alimentati dal sistema di guida autonomo di Mobile 4 “AV Kit”. Mobileye fornirà il sistema di autoguida hardware e software. Un terzo partner, il distributore israeliano Champion Motors, poi si occuperebbe di gestire la flotta e la logistica del servizio. Il governo di Israele si è impegnato a sostenere il progetto in tre modi: supporto legale e normativo, condivisione e accesso alle infrastrutture e ai dati sul traffico. New Mobility sarà lanciata in Israele all’inizio del 2019, con l’obiettivo di passare alla commercializzazione entro il 2022.

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Mobilità sicura, pulita e priva di emissioni

“Crediamo fermamente che i veicoli elettrici a guida autonoma offriranno a Israele e alle città di tutto il mondo una mobilità sicura, pulita e priva di emissioni, che sia accessibile e conveniente” ha detto il Herbert Diess, CEO del Gruppo Volkswagen.

Mobileye

Intel ha acquisito Mobileye, che aveva già collaborato con Tesla per sviluppare la sua tecnologia Autopilot, per 15,3 miliardi nel 2017. Il gigante tecnologico ha iniziato a testare auto a guida autonoma a Gerusalemme all’inizio di quest’anno.





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Anche in Europa si può fare startup, seguendo un modello diverso dalla Silicon Valley


Si è parlato a lungo di fuga di talenti, giovani e futuri startupper che hanno visto nella Silicon Valley la giusta scuola in cui sperimentare la propria idea di startup poiché patria degli attuali big, di idee embrionali ora conosciute in tutto il mondo, come Facebook o Google.

Ma di Mark Zuckerberg e di Larry Page ce ne sono solo due al mondo, e se vivi in Europa e vuoi fare startup è ora che tu ti metta in prima linea e che inizi a capire quanto la tua storia e il tuo territorio possano darti per creare la tua azienda.

Secondo alcuni studi, infatti, l’Europa può essere altrettanto fertile per la nascita dei nuovi business in termini di legislazioni e finanziamenti, ma anche in termini di capitale umano: un imprenditore europeo ha caratteristiche completamente diverse da uno statunitense per propensione al rischio, scelta di business o rapporto tra crescita e guadagno.

E ormai anche i casi di successo di startup europee hanno fatto storia: Spotify, Skype o SAP, solo per citarne alcuni.

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Credits: Depositphotos #185004548

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Mondo startup: le differenze tra Stati Uniti ed Europa

Le caratteristiche delle startup, ma anche delle aziende, statunitensi ed europee sono influenzate capillarmente dal continente da cui provengono e non solo a livello territoriale, ma anche culturale e valoriale.

Basti pensare al popolamento dei settori economici nei due territori; il più alto numero di startup americane si concentra nel tech, mentre nel vecchio continente le aziende popolano in modo più consistente il settore tradizionale con un’attenzione particolare al km 0 e all’utilizzo delle risorse vicine, disponibili e facilmente reperibili.

Sarà forse anche perché i Venture Capitalist sono meno rispetto ai grandi investitori americani?

Il settore di sviluppo, quindi, fa nascere in Europa startup che vogliono il più possibile risolvere i problemi della popolazione vicina, con servizi o prodotti basati sulla produzione locale e con un’area di influenza che parte dalla propria città per poi diffondersi sempre mantenendo alta l’attenzione per l’ecosistema locale. Ciò, comunque, non significa che il settore tech sia off-topic per le startup europee.

Quest’ultimo aspetto ci dà lo spunto per introdurre il tema dell’ecosistema, come un insieme di fattori geografici, storici e di popolazione che influenzano le aziende al suo interno. L’Europa, in tutta la storia antica e moderna, è stata la patria delle più grandi civiltà e delle più grandi innovazioni, con una storicità maggiore rispetto agli Stati Uniti, la cui storia conosciuta parte in tempi più moderni.

Ecco quindi che se nel secondo caso il tech è stato il primo settore di sviluppo per disponibilità di innovazione e di freschezza di ragionamento, per il vecchio continente tale settore sta prendendo piede in questi ultimi anni con una concentrazione maggiore in città cosmopolite come Berlino o Londra, ma che non ha paura di concentrarsi in hub anche distanti tra loro per un presidio territoriale, completamente in contrapposizione alla Silicon Valley considerata l’unico vero nodo delle startup innovative.

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Un’altra caratteristica che rende completamente opposti i due modi di fare startup riguarda la visione dell’azienda e del suo successo. In America, forse anche legata alla sua tipologia di economia, una startup deve raggiungere il successo in fretta, nel più breve tempo possibile, per dimostrarsi un’azienda in grado di rimanere sul mercato ed attrarre investimenti, con conseguenze positive nell’ambito degli investimenti, ma portando, anche ad un elevato tasso di fallimenti.

Per l’Europa invece, sempre legata alla piccola impresa e alla crescita graduale di un business, le startup modificano leggermente il paradigma tipico: hanno più tempo per essere messe alla prova e gli viene data la possibilità di crescere più lentamente, ma con basi solide in modo da poter portare risultati più costanti nel futuro. Questione di mentalità e di approccio, dunque.

Ultime, ma non meno importanti, sono le voci che riguardano gli investimenti, le leggi ed il rapporto con i dipendenti, aspetti da tenere in considerazione da ogni startup che voglia fare la storia.

Per investimenti si intendono capitali di rischio apportati all’interno del business, in USA questi soldi provengono per lo più da soggetti privati, ex imprenditori o fondi di investimento, che hanno l’obiettivo di supportare economicamente la startup in cambio di quote o parte degli utili; in Europa dei 19 miliardi investiti in startup nel 2017, la maggior parte proviene da enti governativi regionali o europei, il capitale privato rappresenta solo una minoranza, seppur in continua crescita.

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La legislazione impone, forse, vincoli più restrittivi per una startup. In Europa le leggi sono diversi di Paese in Paese e questo rende sicuramente più difficile per un giovane imprenditore aprire la sua azienda, ma ovviamente una volta aver superato l’esame, lo startupper europeo può affrontare tutto; le leggi USA, al contrario, sono generalmente abbastanza uniformi in ogni Stato e quindi rendono la vita facile agli imprenditori in erba.

Ultimo tema il rapporto con i dipendenti, risorsa base per la creazione di una startup di successo. Potremmo dire che il dipendente europeo sia più felice di quello americano e questo è dovuto alla maggior tutela che le leggi europee forniscono ai dipendenti nel vecchio continente, dagli orari di lavoro più leggeri alla tutela di ferie e permessi.

Startup Europe Ambassador, il programma Made in EU a supporto delle startup

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Ovviamente è importante notare che le differenze di territorialità non riguardano solo Stati Uniti ed Europa, ma anche Europa dell’Est ed Europa dell’Ovest, territori a lungo contrapposti e divisi da regimi economici e politici opposti che hanno quindi lasciato sviluppare tessuti economici differenti.

In poche parole possiamo dire che fare startup ad Ovest è più simile a un modello di sviluppo statunitense, improntato al capitalismo e alle regole di mercato, ma con maggiori difficoltà per gli startupper in favore di chi è impiegato in grandi realtà; al contrario, facendo startup in Europa dell’Est, è più meritevole chi si sporca le mani, ma ci si trova davanti ad una storia più recente e ad un business molto più tradizionale e tradizionalista.

Per ovviare a queste disparità e sostenere le startup europee, l’UE ha lanciato diversi programmi di finanziamento, come lo Startup Europe Ambassadors. Si tratta di un gruppo di associazioni e mentori che si impegnano a dare un sostegno alle idee non solo finanziario.

I cosiddetti ambassador avranno il compito di sostenere i neo imprenditori nella creazione e nello sviluppo di un’azienda sostenibile partendo dalla fase di mentoring fino al round di finanziamento vero e proprio. Oggi gli ambassador sostengono già 60 ecosistemi locali e 750 startup.

Al Venture EU spetta invece il compito di reperire i capitali da investire nelle aziende: è infatti un comitato composto da sei fondi di investimento che andranno a concentrare gli sforzi in Paesi differenti con l’obiettivo di raccogliere più di 2 miliardi da iniettare nel mercato europeo delle startup, portando così all’aumento del numero degli unicorni europei. Insomma un vero contrattacco al comparto startup statunitense.

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Case studies: le startup europee che hanno fatto scuola

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Quelle che non sono startup sono scaleup ed in Europa rappresentano 4.200 realtà solo nel campo tech e fintech (569 aziende) con Paesi nordici, Regno Unito, Irlanda, Germania e Francia che guidano la classifica.

I settori verticali su cui vale la pena tenere gli occhi aperti sono: blockchain, intelligenza artificiale, digital construction, insurtech, foodtech e fintech.

C’è qualcuno però che ha già raggiunto la vetta, da startup a impresa di successo, come Spotify, Candy Crush e Deliveroo.

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Spotify

La storia di Spotify parte dalla Svezia, dalla mente di Daniel Ek ed in realtà è il risultato di successo di quella che sembrava essere una storia di insuccesso.

Daniel, infatti, prima di Spotify aveva già creato ben due startup di successo, Advertigo e Tradera, vendute per qualche milione di dollari nel 2006. Come per ogni giovane la ricchezza gli aveva dato alla testa e dopo aver sperperato il suo patrimonio è voluto tornare in pista con l’idea di una startup che potesse dare accesso a tutte le canzoni del panorama musicale senza essere illegale; è nata così Spotify, che in breve tempo grazie agli sponsor e agli abbonamenti premium, ha potuto pagare i diritti d’autore agli artisti. La sua popolarità crescente gli ha assicurato nel tempo anche una partnership con Facebook. Oggi sfido chiunque a non usare Spotify, l’app che ha cambiato il modo ascoltare la musica online.

Candy Crush

Di storia più recente è Candy Crush, gioco puzzle nato nel 2009 dall’idea dell’italiano Riccardo Zacconi, oggi uno degli uomini più ricchi del globo, residente a Londra e a capo dello Sweet Capital (tanto per rimanere in tema di dolcezze) fondo di investimento per startup.

Candy Crush è solo il primo dei giochi dell’azienda King Corporation, business, appunto, impiegato nel settore dei videogiochi, o più propriamente videogiochi social. L’intuizione geniale dell’italiano è stata quella di integrare il suo gioco con Facebook per permettere agli utenti di sfidarsi o sostenersi con invio di vite extra per superare i livelli sempre più impervi del puzzle.

Oggi Zacconi ha un capitale invidiabile che sta investendo in fondazioni no profit per il sostegno all’infanzia e nelle startup più valide attraverso il suo fondo di capitali, ottenendo anche la soddisfazione personale di brevetto sulla parola Candy.

Deliveroo

Ultimo, anche per la sua storia cronologica è Will Shu con la sua Deliveroo, una delle aziende leader del settore food delivery con una crescita del 650% nel 2016.

L’idea, apparentemente banale, ma che sta spopolando, nasce dalla necessità di uno studente di ricevere del cibo a domicilio e ad oggi movimenta quotidianamente cibo e non solo nelle più grandi città del mondo. Il segreto del successo? Facile avere del cibo caldo e diverso ogni giorno direttamente a casa risparmiando sul tempo di cucina o per togliersi qualche voglia particolare.

L’azienda impiega circa 1000 persone solo nella sede centrale e conta diverse migliaia di fattorini sparsi in tutto il mondo, e a luglio ha stretto un accordo con TripAdvisor.

Per localizzarle puoi anche utilizzare la mappa delle startup europee qui.





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Round da 1,5 milioni per Fluentify, la startup che insegna l’inglese alle aziende


Fluentify ha chiuso il suo primo aumento di capitale: un round di investimento da 1,5 milioni di euro, guidato da Stefano Marsaglia (come investitore privato), recentemente entrato ai vertici del primario fondo di private equity inglese Peninsula Capital Advisor, insieme ad altri investitori privati. Fluentify è una PMI innovativa fondata nel 2013 da Giacomo Moiso, Claudio Bosco e Matteo Avalle che ha sviluppato un servizio di tutoring online per l’inglese professionale pensato per le aziende.

I nuovi progetti

Le risorse raccolte saranno dedicate allo sviluppo della tecnologia alla piattaforma digitale (anche con l’utilizzo di sistemi basati sull’Intelligenza Artificiale), all’ampliamento del business e della struttura commerciale in Italia e all’internazionalizzazione, con l’apertura di una sede in Francia. In particolare, tra i progetti in partenza il corso digital self-study, che permetterà ai professionisti di lavorare inizialmente in autonomia, per avvicinarsi poi gradualmente alle lezioni One-to-One con i tutor. In stadio avanzato anche la finalizzazione di processi di controllo basati, appunto, sull’Intelligenza Artificiale.

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credits www.fluentify.com/blog

Approccio innovativo all’inglese

“Siamo fieri – ha detto Giacomo Moiso, co-founder e CEO di Fluentify – di aver concluso con successo questo primo round di investimento che ci accompagnerà in un importante ed entusiasmante percorso di sviluppo. Con il suo approccio innovativo, Fluentify risponde in maniera efficace alle necessità delle aziende, in primis quelle italiane, di far raggiungere ai propri dipendenti una padronanza dell’inglese professionale e adeguata al contesto in cui operano”. Dello stesso avviso Claudio Bosco, co-founder e COO di Fluentify. “La partecipazione di Stefano Marsaglia in questa operazione – ha detto – rappresenta un vero valore aggiunto per la nostra crescita futura e siamo certi che la sua grande esperienza e il suo importante network ci saranno di grande supporto”. Proprio Stefano Marsaglia, Managing Director di Peninsula Capital ha sottolineato: “Ho visto nascere e crescere questo progetto in cui credo molto. L’offerta business ha grandissimo potenziale, in Italia e all’estero. Sono certo che sentiremo tanto parlare di Fluentify, siamo solo all’inizio”.

La società

La società dichiara di aver registrato una crescita del proprio business (200% anno su anno) e dispone ad oggi di un team di 14 professionisti interni, suddivisi tra gli uffici di Londra, Torino, Milano, Roma e la presenza commerciale in Svizzera, oltre ai 150 tutor esterni madrelingua operanti da tutto il mondo. L’80% del business è generato dal segmento B2B, in cui la Società è specializzata (il restante 20% deriva dal segmento B2C).

Chi utilizza Fluentify

Tra le principali aziende clienti di Fluentify ci sono alcuni tra i più importanti player nel mondo del lusso, dei servizi finanziari e del consumer goods, accomunati dalla necessità di far intraprendere corsi di inglese (la cui conoscenza è ormai condizione imprescindibile nel mondo degli affari) ai propri dipendenti: in Fluentify primaria infatti è l’attenzione al controllo di qualità ed inoltre concreta la possibilità per l’azienda di misurare il ritorno dell’investimento per singolo alunno, attraverso avanzati sistemi tecnologici di controllo.

Il metodo Fluentify

In particolare, Fluentify, con un approccio proprietario di insegnamento basato sul metodo comunicativo, permette alle aziende di offrire ai propri dipendenti pacchetti di corsi di lingua in inglese professionale, tramite lezioni One-to-One in video conferenza. L’approccio Fluentify è focalizzato interamente sulla fluency dei dipendenti: dopo aver stabilito il livello iniziale e gli obiettivi da raggiungere, i tutor di Fluentify portano i propri allievi a conversare via web, sin dalla prima lezione, nella lingua da imparare (a oggi, la società offre infatti corsi non solo in inglese, ma anche in francese e in italiano) trattando tematiche vicine al proprio ambito professionale.

I numeri

L’80% degli italiani ritiene la conoscenza dell’inglese in ambito lavorativo di primaria importanza per la propria azienda ed è provato come questa stessa sia collegata a diversi indicatori economici, come ad esempio al PIL e al reddito nazionale lordo pro capite: più alto è il punteggio nei test di lingua, maggiore è la capacità di un paese di fare impresa. Inoltre, è risaputo che il 41% degli italiani afferma di aver perso un’opportunità di lavoro o di promozione a causa della scarsa conoscenza della lingua inglese. In un paese classificato al 33^ posto per il livello di competenza in inglese, il mercato si presenta sicuramente pronto ad accogliere offerte innovative ed efficaci.





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Google pensa ad un abbonamento per le app Android (tipo Netflix)


La premessa è questa: Mountain View non monetizza abbastanza dai download di Google Play Store, cosa che invece riesce benissimo ad Apple. Una soluzione potrebbe arrivare da un abbonamento mensile che potrebbe chiamarsi Play Pass (un analogo di Netflix per lo streaming tv). Del progetto hanno trovato traccia gli esperti della comunità XDA e lo sviluppatore Kieron Quinn, che hanno scoperto i riferimenti di un servizio di abbonamento per Play Store all’interno di un sondaggio Google Opinion Rewards. Mountain View avrebbe chiesto ad alcuni suoi utenti selezionati: “Immagina che il tuo app store proponga un abbonamento che offre centinaia di dollari di app e giochi a pagamento a fronte di un canone mensile.”Pass”, quanto efficacemente descrive questo servizio?”.

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Play Pass

Il Google Play Pass potrebbe offrire un numero di applicazioni e giochi mensili, in formato gratuito per chi sottoscriverà il Pass stesso. Non è detto però che Google voglia continuare nel progetto. Non è la prima volta che a Mountain View pensano ad una strategia diversa per i suoi downwload: un paio di mesi fa si era anche parlato di un sorta di programma fedeltà che Google vorrebbe lanciare in modo da fidelizzare ulteriormente l’utenza e basato su un sistema di raccolta punti attraverso l’acquisto di app, libri, film, serie tv e musica. 

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IBM compra Red Hat per 43 miliardi e punta sul Cloud


IBM ha stretto un accordo per acquisire la società di software cloud Red Hat per 34 miliardi di dollari.

IBM pagherà poco meno di 200 dollari per azione per la società, che ha descritto come il più grande fornitore mondiale di software cloud open source.

Un valore superiore del 60%rispetto al prezzo di chiusura Red Hat di $ 116,68 dollari, venerdì. Le azioni, scambiate a 175 dollari a giugno, avevano subito un brusco calo a causa del mercato altamente volatile.

I punti chiave dell’annuncio della trattativa

IBM acquisterà tutte le azioni ordinarie emesse e in circolazione di Red Hat per 190 dollari ad azione in contanti, per un valore aziendale totale di circa 34 miliardi di dollari.

JPMorgan ha consigliato a IBM l’accordo e ha fornito la maggior parte del finanziamento. I partner Guggenheim hanno rappresentato invece Red Hat nell’affare.

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IBM resterà fedele alla governance aperta di Red Hat, ai contributi open source, alla partecipazione alla comunità open source, al modello di sviluppo e alla promozione del suo ecosistema diffuso di sviluppatori.

IBM e Red Hat continueranno inoltre a sviluppare e migliorare le partnership con i principali fornitori di cloud, come Amazon Web Services, Microsoft Azure, Google Cloud, Alibaba e altro, oltre a IBM Cloud.

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Red Hat rimarrà indipendente

Red Hat entrerà a far parte del team IBM Hybrid Cloud come un’unità distinta, preservando l’indipendenza e la neutralità del patrimonio di sviluppo open source di Red Hat, dell’attuale portafoglio di prodotti e della strategia go-to-market.

La compagnia acquisita continuerà a essere guidata da Jim Whitehurst e dall’attuale team manageriale di Red Hat. Anche Jim Whitehurst si unirà al senior management team di IBM e farà rapporto a Ginni Rometty.

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Sarà il fornitore di cloud ibrido numero uno al mondo

“IBM diventerà il fornitore di cloud ibrido numero uno al mondo, offrendo alle aziende l’unica soluzione open cloud in grado di sfruttare appieno il valore del cloud per le loro attività”, ha dichiarato Ginni Rometty, presidente e CEO di IBM.

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“Unire le forze con IBM ci fornirà un maggiore livello di risorse e capacità per accelerare l’impatto dell’open source come base per la trasformazione digitale e portare Red Hat ad un pubblico ancora più ampio, il tutto preservando la nostra cultura unica e il nostro impegno costante per l’innovazione open source “, ha affermato Jim Whitehurst, presidente e CEO di Red Hat.

L’accordo è concluso ma verrà perfezionato nel 2019 dopo l’approvazione degli azionisti di IBM e il controllo degli enti governativi.





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Amazon continua a fare numeri da record (ma è anche inciampata in borsa)


Nel terzo trimestre Amazon ha registrato utili per quasi 3 miliardi di dollari (2,9 miliardi di dollari per l’esattezza), ma i dati delle vendite (soprattutto quelle relative alle festività) non sono piaciuti a Wall Street, al punto che il titolo ieri è andato giù dell’8% nel after hours in Borsa. Le vendite nette del colosso dell’eCommerce sono balzate a 56,6 miliardi, il 29% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ma sotto le attese (secondo Bloomberg è il secondo trimestre consecutivo che succede e non accadeva da quattro anni). “Il business di Amazon ha ora raggiunto un tasso annuale di vendite a 10 miliardi di dollari” ha detto il fondatore e CEO Jeff Bezos. “Tutto il team sta facendo un fantastico lavoro di sviluppo ed innovazione per i clienti” ha aggiunto.

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Anche le attese

Per il quarto trimestre, che comprende la stagione cruciale dello shopping natalizio e il Thankgiving, a fine novembre, Amazon ha previsto una crescita compresa tra il 10% e il 20%, fino a 72,5 miliardi di dollari, contro i 73,9 attesi dagli analisti e la più lenta da anni, complice in questo caso l’impatto atteso dall’entrata in vigore del rialzo dei salari minimi orari a 15 dollari in Usa.

Profitti superiori al miliardo di dollari

Quello tra luglio e settembre è stato il quarto trimestre consecutivo con profitti superiori al miliardo di dollari.





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