5 esempi di riuso creativo che sono diventati startup


Recycling, Upcycling e Bioeconomy non sono termini new age né una moda passeggera: esistono da sempre e oggi, grazie alle innovazioni tecnologiche, rendono concretamente il nostro pianeta migliore e lo sviluppo più sostenibile, preservando ambienti naturali e non tenendo presente la capacità di assorbimento di scarti e rifiuti.

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La differenza sostanziale tra recycling e upcycling è il primo riutilizza i materiali allo stato grezzo, mentre le discipline legate all’upcycling assegnano una nuova funzione o un diverso utilizzo a oggetti già realizzati. Per esempio, prendiamo una bottiglia di vetro:  con un processo di recycling possiamo fondere il vetro e realizzare un paralume; oppure, possiamo lavare la bottiglia, decorarla e usarla come base per la nostra lampada, in perfetto upcycling.

upcyclyng, recycling

Per bioeconomia  intendiamo l’uso delle risorse biologicamente rinnovabili dalla terra e dal mare allo scopo di produrre cibo, materiali ed energia. La bioeconomia interessa diversi settori tra cui agricoltura, silvicoltura, pesca, alimentare, industria chimica, biotecnologica ed energetica, e rientra in quel sistema che viene definito economia circolare, che prevede il riutilizzo della risorse riducendo o eliminando la quantità di scarto e di rifiuti.

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Le sfide che oggi la bioeconomia si trova ad affrontare sono:

  • garantire la sicurezza alimentare a seguito del costante aumento di popolazione mondiale
  • gestire le risorse naturali in modo sostenibile
  • superare le limitazioni prestazionali e gli impatti di questo modello
  • affrontare le ripercussioni che lo sviluppo delle biotecnologie e delle bioenergie hanno sul nostro sistema sociale
  • ridurre la dipendenza dalle risorse non rinnovabili
  • mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici
  • creazione di posti di lavoro e mantenimento della competitività
recycling

Fonte: http://www.regionieambiente.it/economia_circolare_rapporto_aea/

Il tema di Recycling, Upcycling e Bioeconomy saranno affrontati alla Maker Faire Roma 2018 con talk e workshop, laboratori, dimostrazioni pratiche, stand e innovazioni tecnologiche. Vediamone alcune.

Moda e design possono essere sostenibili

Siamo abituati a rovistare nell’armadio della nonna e girare tra mercatini in cerca di pezzi vintage, unici, antichi ai quali con un occhio diverso possiamo donare nuova vita, facendo quindi upcycling.

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La moda e il design sono del resto due settori creativi che spontaneamente si prestano al riutilizzo di materiali e alla scoperta di nuovi per la realizzazione di oggetti, tessuti e abiti d’arte. In Italia ci sono diverse realtà che hanno fatto della moda e del design sostenibile la loro filosofia.

recycling, upcycling

Officine Frida è un laboratorio di Matera che produce artigianalmente abbigliamento, accessori e complementi tessili di interni recuperando materiali selezionati al termine del ciclo produttivo da aziende locali, come vecchie cravatte di seta, così come altri materiali di qualità non più di “moda” appartenenti a vecchie collezioni.

Un altro progetto interessante è quello di BiOlogic, laboratorio di biomanifattura e centro di ricerca e sviluppo del Sud Italia, che utilizza tecnologie di biological fabrication per la realizzazione di materiali a matrice bio e nuovi processi di lavorazione in ambito manifatturiero.

pannelli

BiOlogic è riuscita a creare un tessuto con caratteristiche simili a quelle della pelle partendo da una matrice batterica di prodotti a largo consumo (tè, acqua, zucchero, ecc.). Il tessuto sviluppato, attraverso un processo di recycling, può avere diverse applicazioni da moda e design a settore biomedicale; inoltre, i tessuti a matrice batterica si propongono come alternativi alla filiera industriale della produzione di cellulosa da alberi, abbassando quasi a zero l’impatto ambientale.

Recycling e Upcycling nell’edilizia

“Solo case su case, catrame e cemento”, così cantava Adriano Celentano nel Ragazzo della via Gluck. Era il 1966 e, ancora oggi, l’edilizia non è un settore propriamente green e a basso impatto ambientale.

Tuttavia, la sinergia tra innovazione tecnologica e sostenibilità oggi riguarda anche l’edilizia, prospettando case del futuro progettate nel rispetto e secondo la morfologia dell’ambiente, realizzate con materiali bio e alimentate completamente da fonti rinnovabili.

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Un team di studenti dell’Università La Sapienza di Roma ha progettato e realizzato un prototipo di abitazione del futuro completamente sostenibile ed energicamente autosufficiente. Il progetto Restart4Smart verrà presentato il prossimo Novembre alla competizione Solar Decathlon Middle East 2018, dove l’Italia affronterà altre 16 Nazioni.

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La Smart Solar House sarà in grado di garantire la massima efficienza ed efficacia nell’uso delle risorse naturali, garantire un ambiente confortevole, accessibile, sicuro e competitivo in termini di costi. La casa del futuro sfrutterà tecnologie avanzate come sistemi di Home Automation (machine learning, virtual assistant, inteligent app) e le potenzialità offerte dalla modellazione digitale (BIM), dalla mixed reality (realtà virtuale e realtà aumentata) e dalla stampa 3D.

Anche nell’utilizzo di materiali è possibile sfruttare il processo di recycling. RECO2 è una startup che realizza prodotti funzionali per l’isolamento termoacustico e la pavimentazione bio-compatibile di interni ed esterni, con il 100% di materiali riciclati (vetro, scarti di acciaieia e altri materiali) e un processo produttivo che permette di ridurre dell’80% i costi di produzione e il 90% di emissioni CO2.

Il Mare in 3D: progetto di recupero e riciclo

Secondo un’analisi di Legambiente sull’inquinamento marino Italia,  il 48% dei mari è inquinato e la causa principale è una cattiva depurazione, oltre a una notevole quantità di rifiuti che ogni anno vengono abbandonati sulle spiagge italiane e in mare.

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La scuola di Robotica, finanziata da Costa Crociere Foundation, ha avviato dal 2016 nella Regione Liguria il progetto Mare in 3D. Lo scopo è quello di recuperare rifiuti nel mare e sulle spiagge (materiale plastico, attrezzi da pesca dismessi, ecc.), riciclarli e trasformarli in nuovi oggetti grazie all’utilizzo di stampanti 3D.

Il progetto mediante l’utilizzo delle nuove tecnologie e la trasformazione di rifiuti in oggetti utili, come kit didattici per le scuole e per ipovedenti, vuole sensibilizzare sulla fragilità dell’ambiente marino e l’importanza della sua conoscenza e tutela.  Il recycling avviene con un processo di raccolta rifiuti, tritatura della plastica per la trasformazione in filamento avvolto in bobine e infine l’utilizzo di quest’ultimo per la creazione di nuovi oggetti con stampante 3D.





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L’agricoltura ci aiuta a sperimentare le soluzioni IoT che domani adotteremo in azienda


Internet of Things è una realtà che ormai fa parte della nostra quotidianità: tutto ciò che ci circonda è connesso al web, dalle automobili di ultima generazione agli elettrodomestici, dagli smartphone agli orologi. 

Ma questa realtà così smart, come sta trasformano le aziende di tutto il mondo? Come la rete sta incrementando le prestazioni e la produttività delle industrie oggi attive in tutto il pianeta? 

Dispositivi di output ed input

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Per poter offrire delle risposte esaustive è necessario compiere innanzitutto una distinzione tra due tecnologie impiegate in ambito industriale, e non solo. 

Da un lato i dispositivi di “input”, come ad esempio microfoni e telecamere, che producono dati e che connessi ad intelligenze artificiali sono in grado di riconoscere volti o oggetti in specifiche zone d’interesse. In questo caso non abbiamo solo una produzione passiva di dati, ma una valutazione in tempo reale da parte del dispositivo, che collegato ad una intelligenza artificiale offre un valore aggiunto, una visione artificiale  sin ora rimasto inedito. 

Dall’altro, i dispositivi di “output” capaci di compiere azioni particolarmente complesse, impossibili o quasi per un essere umano. Impiegati in differenti settori, da quello biomedico a quello aereo, da quello meccanico a quello informatico, i dispositivi output offrono nuove tipologie d’intervento sin ora impensabili: per esempio, è il caso di robot impiegati in ambito medico in sala operatoria

Spesso è la combinazione di dispositivi di input ed output a fare la vera differenza, un metodo produttivo innovativo e certamente vantaggioso. 

Cosa cambia in agricoltura

Gli impieghi di dispositivi di entrambe le tipologie di dispositivi precedentemente indicati possono essere molteplici, un esempio su tutti è il settore agricolo. 

In diverse parti del mondo, per incrementare la coltivazione specializzata, si è pensato di progettare delle vere e proprie “serre smart”. È il caso di Nature Fresh Farmsun’azienda che coltiva una serra da 130 acri adottando l’IoT nella sua filiera produttiva. Frutta e verdura raccolta vengono messe in un nastro per la selezione: una fotocamera IoT scatta foto continuamente e le immagini sono raccolte da un sistema operativo Intel che ha il compito di redigere rapporti sulla produzione, dalla qualità del prodotto alle condizioni esterne come temperatura, meteo e altre variabili.

La commistione e l’impiego dei dispositivi super intelligenti hanno consentito non solo il controllo in tempo reale delle condizioni di ogni coltivazione, ma anche un’ottimizzazione nella gestione con un conseguente aumento della produttività. 

Un altro progetto di grande interesse è certamente Robovator. Un dispositivo pensato per l’eliminazione delle piante infestanti lungo le file di produzioni delle colture specializzate. Robovator è in grado di rintracciare le erbe infestanti, eliminarle mediante un agente chimico e prevenirne la formazione. Un dispositivo pensato per dimezzare i tempi per operazioni simili.

L’agricoltura è solo uno dei tanti settori completamente rivoluzionati dall’impiego di nuove tecnologie, ma certamente uno dei più adatti per la sperimentazione e l’uso di dispositivi di input e output.

Cosa ci riserva il futuro

Ci sono molti esempi di come l’IoT sta cambiando il mondo dell’industria: dai sistemi automatizzati di gestione dell’inventario che utilizzano IoT per eseguire la scansione degli articoli sugli scaffali più rapidamente di qualsiasi dipendente umano, ai droni dotati di telecamere intelligenti in grado di scansionare e rilevare errori dall’alto, ai robot che possono essere utilizzati per selezionare e ordinare i prodotti, le aziende stanno beneficiando della possibilità di ottenere dati in tempo reale dai dispositivi IoT.

La disponibilità di dati IoT può ridurre i costi, aumentare la precisione e aumentare l’efficienza.Il futuro della produzione su larga scala è certamente smart. Sempre più robot e dispositivi intelligenti affolleranno le catene di produzione, limitando e ottimizzando l’intervento dell’uomo. I chip, sempre più performanti e ad alte prestazioni, stanno modificando l’operatività in ogni settore produttivo.





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5 cose che devi sapere prima di iniziare a stampare in 3D


Chi da bambino si divertiva a incollare i rotoli di cartone e ritagliare scatole di cereali per farne astronavi o piste per automobiline ha subito certamente il fascino della diffusione di massa delle stampanti 3D. Il sistema oggi è talmente diffuso che possiamo incontrare piccoli apparecchi per la prototipazione rapida nelle scuole, in molti studi di design e di architettura, anche nei salotti o nei garage dei makers e degli appassionati di modellismo. Per i più piccoli, esistono stampanti (quasi) giocattolo dedicate e altri accessori, come le penne 3D.

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La tentazione di lanciarsi in un futuro abbastanza contemporaneo e alta, ma ci sono alcuni aspetti generali da considerare per un approccio sereno a una tecnologia che, sebbene stia diventando una regola in alcuni tipi di produzione industriale e nella prospettiva dei viaggi spaziali, rimane ancora un mondo relegato alle nicchie di geek e smanettoni.

Vediamo inseme cosa serve sapere prima di iniziare a stampare in 3D.

#1. La scelta della postazione è importante

Una delle prime cose da considerare è l’ambiente in cui vogliamo utilizzare il nostro strumento per stampare in 3D. Anche se alcuni degli aspetti da tenere presenti sono legati alla scelta del materiale che andremo a utilizzare, ci sono alcune regole di base che è bene rispettare a partire da questa fase preliminare.

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La stanza

La scelta della stanza adatta risulta quindi essenziale: soprattutto per i modelli entry level, attraverso i quali la maggior parte dei futuri appassionati si avvicina al mondo della manifattura additiva, è bene prevedere una certa quantità di inquinamento acustico; l’esposizione prolungata al tipico suono di elementi meccanici, cinghie e motori può diventare fastidiosa, soprattutto nelle ore notturne e considerando che il processo di stampa è spesso molto lungo.

By Kristian Bang - Own work, CC0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=44239428

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Impensabile, dunque, utilizzare la camera da letto (magari il salotto?) come base per la nostra creatività, così come la cucina e, in generale, gli ambienti in cui mangiamo o soggiorniamo molte ore, a meno che non siano ampli e areati: l’ideale è una stanza separata dagli ambienti domestici, sufficientemente ampia e dotata di finestre o un sistema di aerazione, per tutelare meglio anche la salute.

La base d’appoggio

Anche la base di appoggio della stampante deve essere scelta con cura: le vibrazioni sono tra le principali cause di pessimi risultati sulle stampe, ma anche i più facilmente risolvibili. Risulta utile appoggiare la stampante 3D su un tavolo ampio, ad un’altezza comoda per la quale sia possibile compiere le classiche operazioni di manutenzione e di stampa dei pezzi; se si dispone di sufficiente spazio, l’ideale è non appoggiare il tavolo alle pareti ma lasciarlo libero sui lati in modo da poter girare intorno alla stampante (occhio a non inciampare nei cavi, però!). Qualunque sia il modello di macchinario scelto, la posizione centrale del tavolo sarà utile per accedere agli scomparti di alimentazione o per caricare e cambiare i filamenti di stampa.

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Un tavolo abbastanza ampio ci consentirà di tenere a portata di mano tutti gli strumenti basici, che cambiano a seconda del modello o del sistema di stampa, come comune lacca per capelli o biadesivo, per chi non dispone di un piatto riscaldato in grado di creare grip con il materiale appena estruso ed evitare che la stampa si stacchi, fino a chiavi a brugola, cacciaviti adatti, pinzette, parti di ricambio. Un tavolo con un paio di cassetti rappresenta una soluzione ideale per chi non vuol tenere tutto a vista, considerato che il piano va tenuto libero per la bobina di filamento, che deve poter scorrere liberamente.

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Un occhio alla sicurezza

Stampe incomplete, attrezzi, materiali in bilico sul tavolo: un occhio sempre alla sicurezza! Se in casa non sei solo o hai bambini piccoli in giro per il salotto, assicurati che l’ambiente destinato alle stampe possa essere reso inaccessibile.

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Oltre ad evitare incidenti domestici, anche che la stampa di 32 ore di Batman sarà al sicuro da imprevisti. Un buon gruppo di continuità permetterà anche a chi non dispone di stampanti di ultima generazione dotate di funzioni di recupero delle stampe interrotte di non sprecare materiali e ore stampa quando va via la corrente.

#2. Non tutte le stampanti sono adatte alle tue necessità

Per qualcuno può suonare strano, ma esistono modelli di stampante 3D acquistabili con 100 euro o poco più. Il sistema di stampa 3D comunemente conosciuto, che riscalda un materiale e lo spinge attraverso un estrusore a una dimensione precisa (sono molti, invece, altri sistemi più complessi che induriscono polimeri con il laser, ad esempio) è ormai ampiamente sdoganato e molti dei modelli più economici sono composti da kit assemblabili messi insieme proprio sulla base di modelli esistenti, da competitor “clone”.

Non esiste, quindi, il modo per individuare la stampante perfetta: come per le altre scelte, dipende molto dalle competenze che già si possiedono ma anche dallo spazio a disposizione, dal budget, dalla voglia di “smanettare” e dalla predisposizione a farlo. La verità, come è facilmente rilevabile frequentando le molte community online, anche su Facebook, dedicate all’argomento, che una manutenzione eccellente e un rispetto dei parametri puntuale producono ottimi risultati anche con macchinari non particolarmente blasonati. Un grosso investimento sullo strumento non significa, infatti, poter fare a meno delle operazioni necessarie di pulizia e manutenzione, come delle accortezze per rendere l’apparecchio funzionante e sicuro.

Stampanti Delta e Cartesiane

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La famiglia delle stampanti 3D si divide quindi in due rami principali: i sistemi delta, composti da tre bracci sui quali scorrono i carrellini che agganciano il nozzle di stampa, e quelli cartesiani, che utilizzano un sistema a binario che spinge il carrello nelle direzioni desiderate. Non esiste una obiettiva superiorità di un sistema rispetto all’altro ma, solitamente, le stampanti Delta consentono di sviluppare un maggiore volume di stampa in altezza. Anche per quanto riguarda il budget, entrambe le possibilità offrono modelli per tutte le tasche.

La sicurezza al primo posto

Se lo strumento viene utilizzato in presenza di bambini o persone non informate sulle possibili conseguenze di un uso improprio della stampante (il blocco riscaldante può superare i 250° di temperatura), è importante scegliere un modello con sistemi di sicurezza adatti, come la dotazione di sportellini collegati con il sistema di stampa, che impediscano l’accesso al vano quando la machcina è in funzione.

#3. La scelta del materiale non va sottovalutata

Ci sono stampanti 3D in grado di stampare davvero di tutto: alcune realizzano fantastici monumenti di cioccolata e altre, con basi di grandi dimensioni, realizzano intere costruzioni abitative. Alcune aziende costruiscono stampanti a creta, che poi diventerà ceramica cotta nei forni, altre sono fatte per utilizzare l’alluminio, ma la maggior parte dei modelli in commercio stampa agevolmente PLA e ABS, anche se i più arditi provano a utilizzare materiali diversi non espressamente supportati dalle case produttrici. Non è consigliato, certo, ma dove saremmo oggi senza le pazze sperimentazioni di chi ha poca competenza con una certa materia?

PLA e ABS

La differenza sostanziale tra PLA e ABS è che la prima è a base di acido polilattico ed è quindi biodegradabile. Il suo utilizzo è accettabile anche negli ambienti domestici, perché alla temperatura di fusione del materiale (tra 195 e 200 gradi circa) non vi è produzione di fumi; è creato dalla lavorazione di vari prodotti vegetali, tra cui mais, patate o barbabietole da zucchero. Per i materiali a base plastica come ABS il discorso è diverso e, in virtù della loro composizione, è sempre consigliato operare in un ambiente ben areato e/o con filtri atti alla purificazione dell’aria, ma sono materiali più robusti, più facilmente lavorabili e dotati di maggiore flessibilità (i famosi mattoncini LEGO sono fatti di ABS).

Sintetizzando, potremmo dire che i materiali a base organica come il PLA sono più adatti per stampe ad uso esclusivamente estetcio, data la grande varietà di colori e di translucenze che è possibile ricavare, mentre l’ABS si presta perfettamente a produzioni di tipo più pratico e funzionale, come la realizzazione di incastri duraturi.

I materiali per la stampa arrivano sotto forma di filo, avvolti in bobine che si organizzano in peso (e non in metri di filamento). Si parte dai piccoli formati da 250 gr. per arrivare alle confezioni da 5 kg, solitamente acquistate da laboratori o da chi dispone di stampanti per grandi formati.

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Ci sono stampanti che utilizzano prodotti dedicati o resine speciali, per utilizzi più vicini alla modellazione odontotecnica o all’arte orafa. La scelta di questi macchinari è tuttavia vincolata a una conoscenza tecnica più approfondita.

#4. Dove puoi trovare i file da stampare

A meno che non si disponga di competenze specifiche sulla modellazione dei file con software appositi (sono perfetti programmi professionali come Rhinoceros ma anche tool gratuiti online come Tinkercad, a seconda della complessità del progetto), sarà necessario rivolgersi alle molte community online che raccolgono librerie di file da stampare. Il procedimento è semplice: si scarica un file, di solito in formato .stl, e lo si passa attraverso lo slicer (il più famoso è Cura di Ultimaker, ma ce ne sono molti altri), che si occupa di sezionare il file in livelli stampabili e restituisce un file .gcode già pronto alla stampa.

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Sul web c’è davvero ogni cosa possiate immaginare di voler stampare. Per rendersene conto facilmente, basta visitare il popolare Thingiverse, molto diffuso tra i maker, ma anche Myminyfactory che, attraverso il progetto Scan the World, raccoglie migliaia di file di arte classica e moderna raccolte tramite scanner digitali in tutto il mondo.

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Se non c’è l’esigenza specifica di progettare file su misura ma ci si può accontentare della riproduzione del casco di Darth Vader a grandezza naturale, in queste repository sono disponibili anche progetti “one print” (o “single print” o ancora “print in place”): sono progetti, di solito molto rapidi da stampare, non troppo grandi, che non richiedono assemblaggi particolari ma vengono stampati in unica soluzione.

Tuning e coding

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Grande spazio all’interno delle raccolte è dedicato dai maker ad Arduino e a Raspberry, ma anche al mondo stesso delle stampanti 3D, con una lunghissima serie di upgrade stampabili, gadget, accessori, porta bobine e altro materiale da geek della stampa. Coding e stampa 3D sono due mondi che viaggiano vicini e spesso si incrociano, tanto da convergere tanto nei Fab Lab quanto in molti dei progetti gratuiti a disposizione di tutti.

#5. La pazienza

Con le stampanti 3D puoi stampare praticamente di tutto, molto dipende anche dalla pazienza di cui disponi.

Ne servirà una bella quantità: abituati al tutto e subito a portata di click, attendere 4 ore per stampare un portachiavi di 4 cm può sembrare un tempo lunghissimo. Questa percezione non è molto centrata perché non mette in luce il vero potenziale della diffusione di questi strumenti nelle case di tutti: la prototipazione rapida.

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I settaggi e il livellamento del piano

Anche i settaggi e le configurazioni esatte, a meno che non si opti per un modello professionale già assemblato (magari con sportellino di sicurezza e filtri per l’aria), richiedono il giusto tempo per non incorrere in stampe che si sollevano dal piatto di stampa o in imperfezioni sulle superfici. C’è poco da fare: si tratta di un sistema meccanico, quindi più precise e puntuali saranno i montaggi, le configurazioni e le manutenzioni, migliore sarà il risultato. Viceversa, potremo sempre accontentarci di una stampa di prova imperfetta, quando necessario, ma il rischio di usurare parti e componenti utilizzandoli impropriamente esiste.

Il sistema di stampa 3D, che sia Delta o su assi cartesiani, non è pensato per la realizzazione finale (e meno di questo, in serie) di un prodotto.

Il vantaggio principale per chi si occupa di progettazione e la netta diminuzione del tempo necessario per arrivare dall’idea al prototipo, al quale si accompagna un deciso decremento anche dei costi per la prototipazione, che non ha bisogno di stampi per le bozze di progettazione. Una volta perfezionato il processo, può essere standardizzato e industrializzato, magari applicando le strutture della decentralizzazione della fabbrica per puntare verso organizzazioni di produzione diffusa.

Immaginare invece di replicare

Ribaltando la prospettiva e considerando l’oggetto stampato come una riproduzione di un progetto pensato solo 6/8 ore prima, il tempo stampa non risulta poi così lungo.

Uno dei limiti maggiori al diffondersi di una “cultura maker” trasversale all’interno del tessuto sociale è la nostra incapacità di liberarci delle sovrastrutture quando entriamo in contatto con cose che non conosciamo: sarà necessario, avendo a disposizione un oggetto in grado di dare forma a qualunque volo pindarico della mente umana, liberarsi dalla logica del portachiavi e del fischietto e iniziare a progettare e stampare soluzioni ardite, cose nuove, fantasie. Invece di scimmiottare l’industria, che produce pezzi tutti uguali, puntare sull’unicità dell’artigianato digitale può essere la scelta giusta.

Se l’utilizzo è invece prevalentemente ludico o artistico, infatti, le ore necessarie a realizzare l’oggetto perdono completamente di significato, quando non diventano addirittura esse stesse hobby e passatempo: anche dopo migliaia di ore di stampa, seguirne il processo è visivamente molto affascinante, quasi ipnotico.

Per avvicinarsi al mondo dei maker

Maker Faire Rome è una manifestazione nata per soddisfare un pubblico di curiosi di tutte le età che vuole conoscere da vicino e sperimentare le invenzioni create dai makers. Idee che nascono dalla voglia di risolvere piccoli e grandi problemi della vita di tutti i giorni, o anche solo divertire e intrattenere.

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Organizzato dalla Camera di Commercio di Roma, attraverso la sua Azienda speciale Innova Camera, Maker Faire Rome – The European Edition 4.0 è un evento che unisce scienza, fantascienza, tecnologia, divertimento e business dando vita a qualcosa di completamente nuovo.

Non solo una fiera per addetti ai lavori: si possono trovare invenzioni in campo scientifico e tecnologico, biomedicale, manifattura digitale, internet delle cose, alimentazione, agricoltura, clima, automazione e anche nuove forme di arte, spettacolo, musica e artigianato.

Maker Faire Rome – The European Edition è il più grande Maker Faire al di fuori degli Stati Uniti ed il secondo al mondo per numero di visitatori con oltre 100 mila presenze registrate nell’edizione del 2017.





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Android story, dall’inizio incerto a vero (e unico) rivale del sistema operativo di Apple


Il 23 settembre del 2008, Google annuncia il primo smartphone con a bordo il sistema operativo Android, che viene prodotto da HTC e commercializzato da T-Mobile negli Stati Uniti, chiamato appunto T-Mobile G1 (in Europa noto anche come HTC Dream).

Ed è questo il momento in cui tutto ha avuto inizio.

Il G1, lanciato 10 anni fa in una domenica qualunque, ha segnato l’inizio di un’era che oggi coinvolge la vita di milioni di persone in tutto il mondo. Con oltre 2 miliardi di dispositivi Android attivi oggi e nove dispositivi su dieci che eseguono il software del robottino verde, si può dire che Android è, senza dubbio, un colosso del settore tecnologico, che ha contribuito a rivoluzionare il concetto di smartphone moderno, rendendolo un fenomeno di massa.

T-Mobile G1, il primo smartphone con Android

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Fonte @Androidofficial – Facebook

Il form factor era quello di uno smartphone con tastiera fisica scorrevole QWERTY e display touch capacitivo da 3,2″.
Lo smartphone usciva con la prima versione di Android rilasciata pubblicamente (v1.1), a cui mancavano alcune importanti funzionalità come un lettore video nativo e una tastiera virtuale QWERTY, che venne però aggiunta con l’ aggiornamento ad Android 1.5 Cupcake. Il sistema era allora equipaggiato con l’Android Market, antenato dell’attuale Play Store. Ma la cosa importante era che Android offriva personalizzazioni non disponibili su iPhone 3G (seconda generazione del device della concorrente Apple).

Ad oggi, dato il suo successo, è facile dimenticare la forte dose di scetticismo che Android ha dovuto affrontare all’inizio. Il sistema operativo, all’epoca sconosciuto, veniva visto come un progetto coraggioso dai sostenitori di Nokia, Windows Mobile e BlackBerry, mentre l’iPhone di Apple, che aveva catturato l’attenzione di tutti, sembrava ormai di un’altra categoria.

Il G1, infatti, ebbe un successo moderato e Android non raggiunse subito le cime delle classifiche. Se da un lato, questo nuovo dispositivo fu molto criticato per quanto riguarda il design, dall’altro, il sistema operativo iniziò a destare curiosità e consensi.

Il ri-lancio con Motorola Droid

Fonte @Androidofficial - Facebook

Fonte @Androidofficial – Facebook

Il vero successo arrivò esattamente un anno dopo, quando Google, in collaborazione con Verizon e Motorola, lanciò il Droid, con una campagna di marketing da circa 100 milioni di dollari e con l’unione di più forze: il potenziale marketing e vendita di Verizon, il know-how di Motorola e persino un piccolo aiuto da Star Wars. Sí, avete capito bene: Verizon dovette pagare Lucasfilm per poter usare il nome “Droid”.

Dieci anni dopo, il panorama degli smartphone è drasticamente cambiato. A quei tempi, non tutti potevano permettersi un costoso smartphone, o comunque era un dispositivo diffuso tra gli esperti di tecnologia. Oggi, probabilmente, la maggior parte di voi ci sta leggendo dal proprio device.

Nel 2017 sono stati venduti circa 1,5 miliardi di smartphone. Di questi, oltre l’85% aveva come sistema operativo Android. Con il passare degli anni Google ha praticamente divorato i propri concorrenti, addirittura in alcuni casi qualcuno ha dovuto persino alzare bandiera bianca. È il caso di Microsoft con il suo Windows Phone, un progetto che ha riscosso un certo successo anche in Italia, ma che poi non ha saputo tenere il passo, fino a essere praticamente accantonato.

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Il Microsoft Windows Mobile (in seguito rinominato Windows Phone), il sistema operativo BlackBerry e il software Symbian di Nokia sono spariti, dato che ogni competitor si è mosso troppo lentamente per poter raggiungere il livello imposto da Apple e Google. Entrambe queste aziende, sono basate sull’idea di un app store, che ha assunto un ruolo guida per lo sviluppo e il supporto agli sviluppatori che altri concorrenti non potevano eguagliare.

LEGGI ANCHE: Con il nuovo iOS una funzione che dice come e quanto usi (davvero) l’iPhone

Oggi, nove smartphone su ogni 10 venduti sono device Android, mentre Apple interpreta la parte del leone dei profitti del settore rivolgendosi ai consumatori di fascia alta. È ormai una corsa a due cavalli.

Sul mercato ci sono ancora nuovi cellulari BlackBerry e Nokia in uscita, ma tutti funzionano su Android, e non sono nemmeno costruiti dalle aziende originali. Una società cinese, TCL, ha pagato i diritti per utilizzare il nome BlackBerry, mentre una startup formata da veterani Nokia, denominata HMD Global, costruisce i nuovi dispositivi Nokia.

Da Android Cupcake a Android Pie

HTC Dream è arrivato sul mercato equipaggiato con Android 1.0, si chiamava solo così. Dalla versione successiva, ovvero la 1.5, Google ha deciso di aggiungere alla numerazione, un vero e proprio nome, ispirato ai tipici dolci degli States, in rigoroso ordine alfabetico:

  1. Android 1.5 – Cupcake (2009)
  2. Android 1.6 – Donut (2009)
  3. Android 2.0 / 2.1 – Eclair (2009)
  4. Android 2.2 – Froyo (2010)
  5. Android 2.3 – Gingerbread (2010)
  6. Android 3.0 – Honeycomb (2011)
  7. Android 4.0 – Ice Cream Sandwich (2011)
  8. Android 4.1 / 4.2 / 4.3 – Jelly Bean (2012)
  9. Android 4.4 – KitKat (2013)
  10. Android 5.0 / 5.1 – Lollipop (2014)
  11. Android 6.0 – Marshmallow (2015)
  12. Android 7.0 / 7.1 – Nougat (2016)
  13. Android 8.0 / 8.1 – Oreo (2017)
  14. Android 9.0 – Pie (2018)

I sistemi operativi mobili, hanno raggiunto una tale maturità in termini di completezza e affidabilità, nonché in funzionalità, da essersi ormai quasi bloccati in quanto a novità davvero rivoluzionarie. Google e Apple continuano a cercare di migliorare quelli che potremmo definire piccoli dettagli di Android e iOS, la cui esperienza utente è a questo punto sostanzialmente la stessa da diverse versioni.

Google, da parte sua, non si è fermato solo agli smartphone. Ha creato una variante di Android chiamata Wear OS per potenziare i dispositivi indossabili, nonché Android Auto per le automobili, e si è tuffata in altre aree, come gli Smart Speaker (Google Home) abbinati al suo Assistente Google.

Il mercato, tuttavia, aspetta una ventata di vera novità, qualcosa di davvero originale e innovativo che possa migliorare ancora un po’ tutte le nostre vite.

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Google sembra essere già al lavoro su quello che potrebbe diventare il proprio cavallo di battaglia per i prossimi anni. Ci riferiamo a Fuchsia OS, ovvero l’erede designato di Android.

A differenza dei precedenti sistemi operativi sviluppati da Google, ovvero Android e Chrome OS, basati su kernel Linux, Fuchsia OS è basato su un nuovo microkernel denominato Magenta, che gli permetterà di essere il primo sistema operativo modulare cioè il primo OS ad essere progettato per funzionare su qualsiasi tipologia di dispositivo.

Il lavoro necessario a dare alla luce un sistema del genere, che possa anche solo pensare di rimpiazzare Android, sarà davvero immenso. Non tanto per l’importanza che l’OS del robottino verde ha ormai acquisito, ma perché l’ecosistema del Market con tutte le applicazioni che gli ruotano attorno, è troppo grande e troppo diffuso per essere messo da parte, al punto che solo un OS compatibile potrebbe un giorno pensare di sostituire Android.





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Col Biotech avremo medicina personalizzata e agricoltura sostenibile (e un mercato enorme su cui investire)


Secondo la definizione di Assobiotech (Associazione italiana per lo sviluppo delle biotecnologie) con il termine biotecnologie (biotech) definiamo le “tecnologie che utilizzano organismi viventi come batteri, lieviti, cellule vegetali e animali o parti di essi per sviluppare prodotti e processi”.

Il termine biotech è recente rispetto alla nascita effettiva delle prime biotecnologie, è stato infatti coniato solo nel 1919 dall’ingegnere Károly Ereky, mentre le prime biotecnologie risalgono a quando l’uomo iniziò a coltivare e allevare animali.

biotech agricoltura

Da quella data le scoperte e i progressi del biotech sono state sempre in crescendo e hanno cambiato il destino di popoli e nazioni: dal primo vaccino contro il vaiolo, alla penicillina, all’insulina, alla pecora Dolly fino alle più recenti terapie avanzate, stampa di organoidi, bioenergia, “genome editing”.

In Italia a fine 2017 si contano 571 imprese biotecnologiche prevalentemente di piccole dimensioni e per il 57% specializzate in R&S. Il fatturato del Biotech in Italia è aumentato del 22% tra il 2014 e il 2016, un trend che non accenna a calare.

Il biotech dimostra insomma grandi potenzialità non solo in termini di innovazione, ma anche di opportunità economiche, di crescita e di occupazione. Molte startup stanno nascendo nel campo biotecnologico e altrettante grandi aziende vi stanno investendo.

Il biotech influisce su diversi settori: agricoltura, salute, industria, alimentazione, veterinaria, energia. Ma quali innovazioni sta portando?

 

 

Biotech

Fonte: https://assobiotec.federchimica.it/biotecnologie/le-biotecnologie

Biotech per la salute: terapia genica, farmaci, organoidi

Uno dei settori a cui il biotech dà un grande contributo è quello della salute.

La medicina personalizzata è un modello medico che prevede l’assegnazione di una terapia su misura per il singolo paziente secondo sue peculiarità non solo biologiche ma anche sociali, psicologiche e familiari. La terapia genica ha fortemente contribuito allo sviluppo della medicina personalizzata, in particolare a partire dal Progetto Genoma umano che ha sequenziato tutti i geni umani e la loro posizione.

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Il biotech supporta la terapia genica, ossia la sostituzione di un gene difettoso con uno normale direttamente nelle cellule del paziente. Ad oggi grazie alla terapia genica trovano cura malattie genetiche rare. Un esempio di ricerca italiana è stata la cura di un bambino affetto da epidermolisi bollosa,  una grave malattia che provoca gravi lesioni sulla pelle e non permette lo svolgimento di una vita normale se non persino la morte del paziente. Con il trapianto di pelle transgenica, ottenuta da modifica genetica di cellule staminali, oggi il paziente può condurre una vita normale.

biotech dna

Il biotech contribuisce anche alla ricerca di farmaci. Il contributo non è nuovo, infatti il primo farmaco biotech è stata l’insulina nel 1982.

Oggi ci sono diversi farmaci e vaccini biotech in circolazione contro Epatite B, meningite, in area oncologica ecc. Aziende farmaceutiche e non solo stanno investendo molto nei farmaci e nella ricerca biotech, che risulta abbiano maggiore efficacia e minori effetti collaterali.

Di questi giorni la notizia dell’approvazione FDA per il primo farmaco biotech al mondo contro la cheratite neurotrofica prodotto da Dompè L’Aquila.

Anche oltreoceano investono nel biotech pharma, Bill e Amanda Gates lo scorso giugno hanno presentato una società biotech no profit per la ricerca su malattie endemiche (tubercolosi, malaria) nei paesi più poveri.

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Un altra innovazione apportata dal biotech è la stampa di organoidi, ossia riproduzioni in scala di organi umani partendo dalle cellule umane. L’estrema utilità degli organoidi è oggi per verificare con test gli effetti di una terapia sul paziente prima della somministrazione effettiva. Ciò comporta non solo la scelta di terapie più mirate ed efficaci per il singolo paziente, ma anche una diminuzione dei costi sanitari per l’utilizzo di terapie inefficaci.

In Olanda per esempio prima di somministrare una determinata terapia per la fibrosi cistica vengono effettuati test sugli organoidi dei pazienti e il farmaco viene prescritto solo se efficace sull’avatar.

Biotech per la food security e un’agricoltura sostenibile

Il biotech incide fortemente nel settore agroalimentare attraverso tecnologie in grado di rendere le piante più forti e produttive preservandone la biodiversità  e senza estendere le coltivazioni, inquinare l’ambiente e riducendo i consumi di acqua.

Ciò è possibile attraverso metodi di indagine genomica, il sequenziamento/risequenziamento dell’intero genoma della specie e alla possibilità di intervenire modificando il genoma (genome editing) delle piante rendendole più forti e resistenti.

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Il tema della modifica genetica nell’agroalimentare è alquanto scottante in Europa, ci sono fronti che lo sostengono anche a seguito dei cambiamenti climatici repentini causa perdite ingenti nel settore agroalimentare e chi invece lo ostracizza per rischi su salute e ambiente.

biotech agricoltura

Il panorama attuale vede una popolazione denutrita in crescita da 777 milioni nel 2015 a 815 milioni nel 2016, colture massive distruttive per l’ambiente, come il caso dell’olio di palma o l’avocado, e cambiamenti climatici difficili da sostenere.

La biotecnologia in questo caso soprattutto attraverso il genome editing permetterebbe una concentrazione della produzione in spazi minori e maggiore quantità e resistenza della pianta eliminando anche antibiotici e altri prodotti chimici antiparassitari.

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I leader mondiale delle coltivazioni GM sono Stati Uniti, Brasile, Argentina soprattutto per soia, cotone e mais.  In Italia le imprese dedicate all’agricoltura biotech e zootecnica sono 50, di cui 24 dedicate a ricerca e sviluppo.

Biomasse e biocombustibili

Per biocombustibili si intendono quei combustibili ottenuti da biomasse (grano, barbietola, mais, canna da zucchero,ecc.) come biodiesel, bioetanolo, biometanolo.

I biocombustibili sono un tema molto discusso, poiché produrre bioenergia richiede grandi spazi e risorse maggiori rispetto a quelle prodotte. Le critiche sollevate sono quindi quelle di togliere spazio all’agricoltura e sprecare risorse preziose come l’acqua.

I combustibili fossili attuali del resto non sono infiniti e secondo il rapporto IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change) per limitare l’aumento di temperatura del pianeta per il 2050 più della metà dell’energia dovrà essere prodotta da fonti a basso tasso di inquinamento e nel 2100 i combustibili fossili dovranno essere completamente sostituiti.

biotech

Cosa fare quindi? Una strada potrebbe essere l’utilizzo delle microalghe, organismi che producono una grande quantità di biocombustibile. Le microalghe possono essere coltivate utilizzando acqua di mare o acque salmastre e in spazi non occupati dall’agricoltura e possono essere prodotte in laboratorio o piccole industrie. Inoltre i residui di microalghe possono essere riutilizzati come nutrimento per animali e biofertilizzante oltre che per la produzione di biogas.

Nel 2017 Eni ha avviato a Ragusa un impianto sperimentale per produrre bio-olio con microalghe e CO2. È stato uno dei primi esempi al mondo nel settore Oil&Gas.





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5 applicazioni delle reti neurali che già utilizziamo (senza saperlo)


Sono le reti neurali che alimentano la conoscenza dell’Intelligenza Artificiale: l’apprendimento automatico è lo strumento attraverso il quale l’intelligenza artificiale elabora e immagazzina tutte le informazioni. Ciò permette che le macchine siano più veloci degli esseri umani nel fornire un certo tipo di risposte.

Reti neurali e le loro applicazioni

La rete neurale è un concetto molto più vicino a noi di quanto possiamo pensare. Secondo Robert Hecht-Nielsen, una rete neurale può essere considerata “… un sistema di elaborazione costituito da una serie di elementi semplici e altamente interconnessi, che elaborano le informazioni mediante la loro risposta di stato dinamica agli input esterni”.

In pratica i circuiti neurali artificiali sono la base di sofisticate forme di intelligenza artificiale, sempre più evolute, che riescono ad apprendere sfruttando meccanismi simili a quelli dell’intelligenza umana.

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Ora approfondiamo 5 casi in cui viene utilizzata la rete neurale nella vita di tutti i giorni.

Auto che si guidano da sole

In quale altro modo quei veicoli potrebbero imparare a guidare se non attraverso l’apprendimento automatico? I veicoli autonomi non sono più solo un sogno. Anche se la maggior parte di loro sono ancora solo prototipi, rappresentano comunque una realtà in rapido sviluppo.
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Molte sono le aziende che hanno investito per approfondire gli studi in merito a questa ricerca. Gli algoritmi di apprendimento vengono utilizzati dagli sviluppatori di software per potenziare la visione artificiale, capire tutti i dettagli sull’ambiente circostante e prendere decisioni intelligenti e… umane.

Sono già diversi anni che le auto sono state dotate di una serie di telecamere e sensori che registrano tutto, dagli ostacoli, ai semafori e ai segnali stradali. Oggi, questi dati sono utilizzati per “insegnare” ai sistemi autonomi come riconoscere questi oggetti e come reagire agli stimoli esterni mentre si guida su una strada reale.

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Efficienza della rete

Le tecnologie moderne hanno compiuto passi da gigante e gli algoritmi di apprendimento automatico possono eseguire in modo semplice compiti complessi, come ad esempio la previsione di guasti e le correzioni di pianificazione.

L’intelligenza artificiale è estremamente efficiente nell’assegnare le risorse dove sono maggiormente necessarie, analizzando autonomamente i dati sul traffico, e possiedono la capacità necessaria per integrarsi con i numerosi dispositivi Internet of Things (IoT) connessi all’architettura di rete.

Cybersecurity

cybersecurity phishing

Le reti neurali possono anche essere utilizzate per proteggere le organizzazioni da diversi tipi di attacchi, come software dannosi. Il malware è un grosso problema, con almeno 325.000 nuovi file dannosi generati ogni giorno. Tuttavia, non più del 10% dei file passa da iterazione a iterazione, quindi i modelli di apprendimento basati su algoritmi in grado di prevedere queste variazioni sono ogni giorno più precisi e performanti.

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L’intelligenza artificiale per la sicurezza informatica è più precisa rispetto all’uomo, perché automatizza i processi più complessi necessari per rilevare gli attacchi e analizzare il modo migliore per reagire alle violazioni. Più in generale, le reti neurali potrebbero essere utilizzate per rilevare eventuali modifiche o anomalie nel traffico di rete per identificare attività potenzialmente dannose quali attacchi a forza bruta, accessi non riusciti e file exfiltration.

Costruire un mondo migliore

Il timore di molti è che alla lunga la tecnologia finirà per sostituire completamente il lavoro dell’uomo, lasciandolo in condizioni precarie. In realtà le applicazioni delle reti neurali stanno aiutando i governi a costruire una società migliore.

Ecco alcuni esempi:

  • In Belgio, un’agenzia per l’occupazione e la formazione professionale ha creato una soluzione basata su software per ridurre la disoccupazione per i giovani lavoratori. Il modello basato sull’apprendimento automatico è in grado di analizzare i dati passati per prevedere la durata della disoccupazione per ciascun potenziale candidato, mentre escogita nuovi modi per indirizzare le risorse limitate del governo dove sono veramente necessarie per rilanciare l’economia.
  • In Colombia, l’Instituto Colombiano de Bienestar Familiar è un’organizzazione di assistenza locale che fa beneficenza e offre servizi per proteggere famiglie indigenti e bambini poveri. Il loro budget è limitato, eppure sono riusciti a fornire oltre cinque milioni di integratori alimentari e razioni alimentari a decine di migliaia di bambini malnutriti. Come? Attraverso l’analisi predittiva e il software di micro-targeting che è in grado di fornire il grado di ottimizzazione necessario per aiutare questa organizzazione a raggiungere le aree più povere e remote della Colombia.

Advertising

Big Data, automation e intelligenza artificiale ci ruberanno davvero il lavoro

In questo caso si parla del motivo per cui, se cerchiamo determinati prodotti su internet, neanche 24 ore dopo siamo bombardati da pubblicità riguardanti proprio gli stessi prodotti. Come è possibile che il software capisca così bene quali sono i nostri interessi da indurci ad acquistare quei beni?

La risposta, anche questa volta è l’apprendimento approfondito: questi programmi altamente reattivi imparano osservando i nostri comportamenti. Ad esempio, quando saltiamo alla pagina due dei risultati della ricerca se nessuno di quelli trovati nella prima pagina soddisfa i nostri bisogni. Le macchine possono carpire dati demografici sulle abitudini e le preferenze dei clienti a una velocità altissima.

Sono moltissimi i casi in cui le reti neurali sono al giorno d’oggi indispensabili, i settori in cui si applicano sono i più disparati, dal settore dei trasporti, al sociale, al marketing, ma questa è ancora una disciplina in pieno sviluppo.





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3 miti da sfatare sull’intelligenza artificiale e sui rischi che corriamo

Da Siri alle auto che si guidano da sole, l’intelligenza artificiale è tra noi e si sta evolvendo rapidamente. Accade spesso che, quando si parla di AI, questa venga associata ad un robot con caratteristiche umane, ma in realtà i suoi ambiti applicativi possono essere molteplici.

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L’intelligenza artificiale oggi è definita “debole”, in quanto essa è progettata per svolgere determinate funzioni,per esempio il riconoscimento facciale o le ricerche sul web: l’obiettivo  di molti ricercatori al lavoro su questa tecnologia è quello di sviluppare un’intelligenza artificiale “forte” in grado di superare gli esseri umani in quasi tutti i compiti cognitivi.

Quali saranno le conseguenze?

Artificial-Intelligence

La progettazione di sistemi  AI più intelligenti può portare a degli sviluppi decisivi in numerosi settori, correndo il rischio di lasciare l’intelletto umano molto indietro.

Nonostante la creazione di una super intelligenza artificiale rappresenti un grande passo per l’umanità, utile (forse) a sradicare le guerre, la povertà e le malattie, molti esperti hanno espresso la loro preoccupazione riguardante l’incapacità di allineare gli obiettivi umani con quelli artificiali.

Perché l’intelligenza artificiale può essere pericolosa

Una gran parte dei ricercatori concorda sul fatto che un’intelligenza artificiale super intelligente non sia in grado di mostrare emozioni umane come l’amore o l’odio. Non ci sarebbe ragione, dunque, per aspettarsi che diventi intenzionalmente benevola o malevola.

Invece, quando si pensa a come l’AI possa diventare pericolosa, gli scenari possibili sono due: l’intelligenza artificiale potrebbe essere programmata per diventare pericolosa o potrebbe essere programmata per essere utile, ma sviluppare autonomamente un metodo distruttivo per raggiungere i suoi obiettivi.

Nel primo caso, l’intelligenza artificiale  può diventare estremamente dannosa: basti immaginare armi autonome, sistemi di intelligenza artificiale programmati per uccidere che, nelle mani della persona sbagliata, potrebbero facilmente causare vittime in modo massivo. Inoltre, una corsa agli armamenti di intelligenza artificiale potrebbe inavvertitamente portare a una guerra con conseguenze davvero disastrose.

Per non correre il rischio di essere intralciati dal nemico, queste armi potrebbero essere progettate per essere estremamente difficili da “spegnere”, così gli umani potrebbero facilmente perdere il controllo della situazione. Questo rischio è presente anche con una AI ristretta, ma cresce con l’aumentare dei livelli di intelligenza e autonomia dell’intelligenza artificiale.

Nel secondo caso, si corre il rischio che gli obiettivi artificiali non siano allineati con quelli umani: ad esempio, se chiediamo ad un auto intelligente di condurci all’aeroporto il più velocemente possibile, questa potrebbe eseguire letteralmente la richiesta, non badando a ostacoli o alla sicurezza. Uno scenario da film probabilmente, ma che l’intelligenza artificiale avanzata possa non avere le competenze giuste per comprendere gli ordini, è una preoccupazione reale.

I miti riguardo il futuro dell’Intelligenza Artificiale

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Ci sono controversie affascinanti su cui i maggiori esperti del mondo non sono d’accordo, come l’impatto di questa tecnologia sul mercato del lavoro; ci sono però anche molti esempi di sterili pseudo-controversie causate spesso da conclusioni troppo azzardate. Cerchiamo di chiarire insieme alcuni di questi “miti” che fanno a volte molto discutere sul futuro dell’AI.

Il primo mito riguarda il tempo: quanto ci vorrà prima che le macchine superino di molto l’intelligenza umana? Le due opinioni principali e contrarie utilizzano questo secolo come punto di riferimento: l’AI si svilupperà prima/dopo del 2100. La verità è che non ci sono dati che possano dirci con certezza il tempo che questa tecnologia impiegherà per arrivare al massimo della sua espressione: l’unica cosa che possiamo attualmente fare è prepararci già dal punto di vista della sicurezza, per prevenire i pericoli di cui parlavamo sopra.

Il secondo mito sostiene che gli unici a preoccuparsi degli effetti negativi dell’AI siano coloro che non ne conoscono davvero le potenzialità. Falso anche questo: anche i ricercatori più affermati che lavorano sull’Intelligenza Artificiale sono i primi a nutrire molti dubbi e preoccupazioni sul suo futuro.

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Il terzo mito è quello più discusso: le macchine non hanno obiettivi come possono averli gli umani. Sbagliato: l’intelligenza artificiale ha degli obiettivi e può svilupparne di nuovi, il problema è se questi siano più o meno allineati con quelli degli esseri umani. Facciamo un esempio: un ipotetico missile comandato dall’AI non ha forse l’obiettivo di uccidere, ma ha l’obiettivo di seguire le fonti di calore, poco importa se queste siano di animali, umani adulti o umani bambini.

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Imparare uno sport o un nuovo lavoro sarà sempre più facile grazie alla tecnologia


Sin dalle prime applicazioni, i visori per la realtà virtuale hanno rivoluzionato il rapporto tra uomo e computer. Sino qualche anno fa una tecnologia per ridisegnare la realtà l’avremmo definita inimmaginabile, ma la tecnologia ha compiuto grandi passi in avanti.

I visori VR hanno aperto la strada della realtà aumentata, dissolvendo ulteriormente le barriere tra uomo e macchina, tra mondo reale e mondo artificiale. Una tecnologia che potrebbe aiutarci a migliorare la nostra percezione della realtà offrendoci un aiuto concreto in innumerevoli campi, uno fra questi l’allenamento e l’apprendimento di abitudini e movimenti.

Il progetto North Star

In questo contesto si inserisce il progetto North Star di Leap Motion, un prototipo di headset per realtà aumentata di alto livello: si tratta di una piattaforma che è in grado di riprodurre movimenti ad alta velocità con oggetti di piccole dimensioni (come ad esempio accade su un tavolo da ping pong, protagonista difatti delle prime sperimentazioni).

La demo di North Star mostra due giocatori (uno reale e l’altro virtuale) mentre si confrontano come se si trattasse di un allenamento vero.

La realtà aumentata di North Star è molto divertente, ma dimostra anche un concetto chiave che è in gran parte inesplorato oggi: l’AR può essere molto utile per addestrare le proprie abilità in scenari non virtuali ma assolutamente inseriti all’interno del mondo reale. Immaginate di potervi allenare con una spada senza ferirvi ma con l’impressione reale di sfidare un avversario.

In VR, possiamo modellare l’esperienza per ottimizzare l’apprendimento di un compito o comportamento. L’AR eleva questo potenziale con ambienti familiari reali, permettendoci di contestualizzare le abilità apprese.

I sistemi AR possano dar vita ad una realtà che possiamo definire ‘mista’, irreale ma ugualmente interessante per poter ottimizzare l’apprendimento di uno specifico compito in una realtà artificiale, offrendoci la possibilità di lavorare comunque in un contesto familiare e di sviluppare al contempo delle abilità nuove e/o inedite.

Quando l’ottimizzazione del reale passa dal virtuale

L’impiego di sistemi di realtà aumentata in un allenamento, può donarci dei risultati sorprendenti. Pensiamo al gioco del ping pong: la realtà aumentata ci suggerisce la traiettoria della pallina, in questo modo la coordinazione occhio-mano e la memoria muscolare raccolta con l’allenamento in AR posso facilmente trasferirsi nella realtà donatoci una marcia in più nell’affrontare l’avversario.

L’intero allentamento è normalizzato dall’intelligenza artificiale, che regola soprattutto i movimenti dell’avversario virtuale per riprodurre movimenti maggiormente vicini alla realtà, evitando spostamenti istantanei e riproducendo con esattezza i tempi di reazione del corpo umano.

Nuove frontiere per il gioco e non solo

Non sappiamo quando e non sappiamo a quale prezzo, ma siamo certi che questa nuova tecnologia si diffonderà e con essa anche i nuovi impieghi. Saremo in grado di sfidare giocatori di calibro più elevato e di introdurre nel virtuale nuove intuizioni del mondo reale.

Siamo in un’epoca in cui possiamo già vedere gli effetti della collaborazione tra umani e intelligenza artificiale, stiamo appena scalfendo la superficie di ciò che potrebbe essere possibile domani: presto i sistemi in AR saranno introdotti in nuovi sport e in numerose altre applicazioni nelle quali è richiesta la collaborazione tra uomo e intelligenza artificiale.

Saremo in grado di allenarci in un modo del tutto nuovo, raggiungendo in tempi relativamente brevi risultati raggiungibili in mesi di pratica costante: forse vedremo anche superare i limiti nel gioco reale grazie all’allenamento nel virtuale.



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