Ninja Morning, il buongiorno di venerdì 2 novembre 2018


Apple

Ennesima trimestrale record per Apple, che ha chiuso il quarto trimestre dell’esercizio fiscale 2017-2018 con un fatturato di 62,9 miliardi di dollari, in crescita del 20%. La festa per gli investitori è stata però rovinata dalle previsione per il prossimo trimestre. Apple ha infatti previsto per il primo trimestre del nuovo esercizio ricavi compre tra 89 e 93 miliardi di dollari, inferiori alle stime degli analisti, per via delle incertezze macroeconomiche legate alle dispute commerciali con la Cina.

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Google

Da Singapore a Tokyo, passando per Mumbai, Londra, Zurigo, Dublino e New York, i dipendenti di Google in 20 uffici nel mondo sono scesi in strada alle 11.10 del mattino per protestare contro la cultura aziendale che secondo loro promuove e protegge i molestatori sessuali. Iniziate in Asia, le proteste sono state accompagnate dalla pubblicazione di una lettera in cui si chiedono cambiamenti nella controllata di Alphabet. L’obiettivo è garantire più trasparenza e una maggiore sicurezza per le donne, anche quando devono segnalare casi di molestie sessuali.

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Spotify

Dati positivi per Spotify. Il servizio di musica in streaming lanciato nel 2008 ha chiuso il terzo trimestre 2018, registrando il suo primo utile in assoluto. Ciò è avvenuto grazie all’investimento nella cinese Tencent Music, che tra l’altro ha fatto richiesta di IPO il mese scorso. Tuttavia è probabile che Spotify torni in perdita nel trimestre in corso visto che aveva anticipato che l’utile sarebbe stato “una tantum” e un “evento non ricorrente”. Nel periodo il gruppo ha registrato 43 milioni di euro di profitti, contro la perdita di 278 milioni nello stesso periodo dello scorso anno. Gli analisti prevedevano un buco di 36 centesimi. I ricavi sono cresciuti nel periodo del 31% annuo a 1,35 miliardi di euro, appena sopra le previsioni del mercato per 1,34 milioni.

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Netflix

Netflix cambierà strategia in fatto di distribuzione, almeno per i film verso i quali ha ambizioni nella stagione dei premi. Roma di Alfonso Cuaron, La Ballata di Buster Scruggs dei Fratelli Coen e Bird Box e Susanne Bier con Sandra Bullock usciranno prima in sala e poi sulla piattaforma streaming, mentre inizialmente era prevista una release in contemporanea. Roma, uno dei probabili candidati all’Oscar come miglior film (e già vincitore del Leone d’Oro a Venezia), uscirà ben tre settimane prima del 14 dicembre: il 21 novembre arriverà a Los Angeles, New York e in Messico. Il 29 novembre uscirà nel resto degli USA e in diversi paesi, arrivando in un totale di 20 mercati internazionali il 7 dicembre. Buster Scruggs e Bird Box arriveranno nei cinema di Los Angeles, New York, San Francisco e Londra una settimana prima rispettivamente l’8 novembre e il 13 dicembre.

In vista degli Oscar. Secondo quanto riporta Deadline, questa strategia è stata attuata per placare le critiche verso Netflix in vista degli Oscar, ma potrebbe essere applicata anche nel 2019 in per film ambiziosi come The Irishman di Martin scorsese, The Laundromat di Steven Soderbergh con Gary Oldman, Meryl Streep e Antonio Banderas, The King di David Michod con Timothée Chalamet, The Last Thing he Wanted di Dee Rees con Willem Dafoe, Ben Affleck e Anne Hathaway, e forse anche per blockbuster come 6 Underground di Michael Bay con Ryan Reynolds.

Startup

Al 30 settembre 2018 le startup innovative costituite mediante la nuova modalità digitale, che consente un risparmio medio stimato di 2 mila euro, sono 1.815. È quanto emerge dalla nona edizione del rapporto trimestrale di monitoraggio pubblicato dal Ministero per lo Sviluppo Economico, in collaborazione con InfoCamere e Unioncamere. Rispetto a dodici mesi fa, il totale delle startup costituite online ha conosciuto un incremento di 960 unità.

Milano. Tra le neoimprese innovative avviate nell’ultimo anno, ben 4 su 10 hanno optato per la nuova modalità (40,1%). La Sardegna è la regione con il più elevato tasso di adozione della misura: 7 startup su 10 registrate nell’ultimo anno sono state create online. In termini assoluti, Milano si conferma la provincia più popolosa, con 288 startup costituite online, il 16% del totale nazionale, seguita da Roma, con 183 (10,3%). Chiudono la top-5 per numerosità Padova (70), Verona (50), e Bergamo (47).

Waymo

Waymo, la divisione auto autonome di Google, ha ottenuto il primo permesso per testare macchine senza guidatore sulla strade della California. Al momento 60 società hanno il permesso di provare su strada auto autonome, ma Waymo è stata la prima ad ottenere quello per testare macchine senza il guidatore di sicurezza. Il permesso concede la possibilità di effettuare test sia di giorno sia di notte e le prime corse completamente senza guidatore saranno riservate per i dipendenti Waymo.

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Twitter

Anche Twitter ha festeggiato Halloween e lo ha fatto con una funzione speciale per il tasto Mi piace. Gli utenti di tutto il mondo che hanno messo Mi piace ai post contenenti gli hashtag #Halloween, #Halloween2018 e #HappyHalloween hanno visto comparire uno speciale pop a forma della tipica zucca di Halloween.

Foodora Italia

Glovo, la piattaforma tecnologica di intermediazione per le consegne a domicilio, ha siglato un accordo con la società tedesca Delivery Hero per l’acquisizione di Foodora Italia. Questa acquisizione rientra nella strategia di sviluppo della startup spagnola che mira a consolidare la sua presenza in diversi mercati, con un focus nell’area EMEA. L’operazione prevede diverse fasi che porteranno le due realtà sotto il solo marchio Glovo. La piattaforma di foodora Italia sarà attiva fino ad allora.

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Le notizie che forse ieri ti sei perso

I post di Halloween più divertenti (e spaventosi) dei grandi brand sui social
Immagini e grafiche accattivanti, gif originali e video social e tanto altro: i brand hanno celebrato Halloween alla grande

Twin Peaks sta per tornare, ma stavolta con un videogame in realtà virtuale
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Cosa ha presentato Apple oltre al nuovo Macbook Air
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3 consigli per migliorare la presenza del tuo brand su Instagram (e avere più follower)
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Facebook cresce, meno. Zuckerberg: “Enormi opportunità nei video e nelle Storie”
Facebook ha chiuso il terzo trimestre in crescita, meno (poco) delle previsioni però. Menlo Park ha perso 1 milione di utenti mensili in Europa

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Ryanair farà pagare il bagaglio a mano. Che c’è da sapere #Update
Dal 1 novembre diventano operative le nuove regole di Ryanair: non sarà più possibile imbarcare il bagaglio a mano gratuitamente. Cosa cambia

7 pubblicità di Halloween che non puoi perderti
Anche quest’anno la creatività è esplosa negli annunci dedicati ad Halloween. Abbiamo selezionato per voi alcuni video che meritano di essere visti

Luca Attias è il nuovo Commissario per l’attuazione dell’Agenda Digitale
Luca Attias lascia l’incarico di Direttore Generale Sistemi Informativi Automatizzati della Corte dei Conti e succederà a Diego Piacentini

Cos’è il comportamento multischermo e perché dovresti conoscerlo per migliorare i risultati dei tuoi annunci
Conoscere il comportamento multischermo è fondamentale per capire come il pubblico si rivolge a diversi media e per migliorare le performance pubblicitarie





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Anche in Europa si può fare startup, seguendo un modello diverso dalla Silicon Valley


Si è parlato a lungo di fuga di talenti, giovani e futuri startupper che hanno visto nella Silicon Valley la giusta scuola in cui sperimentare la propria idea di startup poiché patria degli attuali big, di idee embrionali ora conosciute in tutto il mondo, come Facebook o Google.

Ma di Mark Zuckerberg e di Larry Page ce ne sono solo due al mondo, e se vivi in Europa e vuoi fare startup è ora che tu ti metta in prima linea e che inizi a capire quanto la tua storia e il tuo territorio possano darti per creare la tua azienda.

Secondo alcuni studi, infatti, l’Europa può essere altrettanto fertile per la nascita dei nuovi business in termini di legislazioni e finanziamenti, ma anche in termini di capitale umano: un imprenditore europeo ha caratteristiche completamente diverse da uno statunitense per propensione al rischio, scelta di business o rapporto tra crescita e guadagno.

E ormai anche i casi di successo di startup europee hanno fatto storia: Spotify, Skype o SAP, solo per citarne alcuni.

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Credits: Depositphotos #185004548

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Mondo startup: le differenze tra Stati Uniti ed Europa

Le caratteristiche delle startup, ma anche delle aziende, statunitensi ed europee sono influenzate capillarmente dal continente da cui provengono e non solo a livello territoriale, ma anche culturale e valoriale.

Basti pensare al popolamento dei settori economici nei due territori; il più alto numero di startup americane si concentra nel tech, mentre nel vecchio continente le aziende popolano in modo più consistente il settore tradizionale con un’attenzione particolare al km 0 e all’utilizzo delle risorse vicine, disponibili e facilmente reperibili.

Sarà forse anche perché i Venture Capitalist sono meno rispetto ai grandi investitori americani?

Il settore di sviluppo, quindi, fa nascere in Europa startup che vogliono il più possibile risolvere i problemi della popolazione vicina, con servizi o prodotti basati sulla produzione locale e con un’area di influenza che parte dalla propria città per poi diffondersi sempre mantenendo alta l’attenzione per l’ecosistema locale. Ciò, comunque, non significa che il settore tech sia off-topic per le startup europee.

Quest’ultimo aspetto ci dà lo spunto per introdurre il tema dell’ecosistema, come un insieme di fattori geografici, storici e di popolazione che influenzano le aziende al suo interno. L’Europa, in tutta la storia antica e moderna, è stata la patria delle più grandi civiltà e delle più grandi innovazioni, con una storicità maggiore rispetto agli Stati Uniti, la cui storia conosciuta parte in tempi più moderni.

Ecco quindi che se nel secondo caso il tech è stato il primo settore di sviluppo per disponibilità di innovazione e di freschezza di ragionamento, per il vecchio continente tale settore sta prendendo piede in questi ultimi anni con una concentrazione maggiore in città cosmopolite come Berlino o Londra, ma che non ha paura di concentrarsi in hub anche distanti tra loro per un presidio territoriale, completamente in contrapposizione alla Silicon Valley considerata l’unico vero nodo delle startup innovative.

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Un’altra caratteristica che rende completamente opposti i due modi di fare startup riguarda la visione dell’azienda e del suo successo. In America, forse anche legata alla sua tipologia di economia, una startup deve raggiungere il successo in fretta, nel più breve tempo possibile, per dimostrarsi un’azienda in grado di rimanere sul mercato ed attrarre investimenti, con conseguenze positive nell’ambito degli investimenti, ma portando, anche ad un elevato tasso di fallimenti.

Per l’Europa invece, sempre legata alla piccola impresa e alla crescita graduale di un business, le startup modificano leggermente il paradigma tipico: hanno più tempo per essere messe alla prova e gli viene data la possibilità di crescere più lentamente, ma con basi solide in modo da poter portare risultati più costanti nel futuro. Questione di mentalità e di approccio, dunque.

Ultime, ma non meno importanti, sono le voci che riguardano gli investimenti, le leggi ed il rapporto con i dipendenti, aspetti da tenere in considerazione da ogni startup che voglia fare la storia.

Per investimenti si intendono capitali di rischio apportati all’interno del business, in USA questi soldi provengono per lo più da soggetti privati, ex imprenditori o fondi di investimento, che hanno l’obiettivo di supportare economicamente la startup in cambio di quote o parte degli utili; in Europa dei 19 miliardi investiti in startup nel 2017, la maggior parte proviene da enti governativi regionali o europei, il capitale privato rappresenta solo una minoranza, seppur in continua crescita.

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La legislazione impone, forse, vincoli più restrittivi per una startup. In Europa le leggi sono diversi di Paese in Paese e questo rende sicuramente più difficile per un giovane imprenditore aprire la sua azienda, ma ovviamente una volta aver superato l’esame, lo startupper europeo può affrontare tutto; le leggi USA, al contrario, sono generalmente abbastanza uniformi in ogni Stato e quindi rendono la vita facile agli imprenditori in erba.

Ultimo tema il rapporto con i dipendenti, risorsa base per la creazione di una startup di successo. Potremmo dire che il dipendente europeo sia più felice di quello americano e questo è dovuto alla maggior tutela che le leggi europee forniscono ai dipendenti nel vecchio continente, dagli orari di lavoro più leggeri alla tutela di ferie e permessi.

Startup Europe Ambassador, il programma Made in EU a supporto delle startup

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Ovviamente è importante notare che le differenze di territorialità non riguardano solo Stati Uniti ed Europa, ma anche Europa dell’Est ed Europa dell’Ovest, territori a lungo contrapposti e divisi da regimi economici e politici opposti che hanno quindi lasciato sviluppare tessuti economici differenti.

In poche parole possiamo dire che fare startup ad Ovest è più simile a un modello di sviluppo statunitense, improntato al capitalismo e alle regole di mercato, ma con maggiori difficoltà per gli startupper in favore di chi è impiegato in grandi realtà; al contrario, facendo startup in Europa dell’Est, è più meritevole chi si sporca le mani, ma ci si trova davanti ad una storia più recente e ad un business molto più tradizionale e tradizionalista.

Per ovviare a queste disparità e sostenere le startup europee, l’UE ha lanciato diversi programmi di finanziamento, come lo Startup Europe Ambassadors. Si tratta di un gruppo di associazioni e mentori che si impegnano a dare un sostegno alle idee non solo finanziario.

I cosiddetti ambassador avranno il compito di sostenere i neo imprenditori nella creazione e nello sviluppo di un’azienda sostenibile partendo dalla fase di mentoring fino al round di finanziamento vero e proprio. Oggi gli ambassador sostengono già 60 ecosistemi locali e 750 startup.

Al Venture EU spetta invece il compito di reperire i capitali da investire nelle aziende: è infatti un comitato composto da sei fondi di investimento che andranno a concentrare gli sforzi in Paesi differenti con l’obiettivo di raccogliere più di 2 miliardi da iniettare nel mercato europeo delle startup, portando così all’aumento del numero degli unicorni europei. Insomma un vero contrattacco al comparto startup statunitense.

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Case studies: le startup europee che hanno fatto scuola

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Quelle che non sono startup sono scaleup ed in Europa rappresentano 4.200 realtà solo nel campo tech e fintech (569 aziende) con Paesi nordici, Regno Unito, Irlanda, Germania e Francia che guidano la classifica.

I settori verticali su cui vale la pena tenere gli occhi aperti sono: blockchain, intelligenza artificiale, digital construction, insurtech, foodtech e fintech.

C’è qualcuno però che ha già raggiunto la vetta, da startup a impresa di successo, come Spotify, Candy Crush e Deliveroo.

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Spotify

La storia di Spotify parte dalla Svezia, dalla mente di Daniel Ek ed in realtà è il risultato di successo di quella che sembrava essere una storia di insuccesso.

Daniel, infatti, prima di Spotify aveva già creato ben due startup di successo, Advertigo e Tradera, vendute per qualche milione di dollari nel 2006. Come per ogni giovane la ricchezza gli aveva dato alla testa e dopo aver sperperato il suo patrimonio è voluto tornare in pista con l’idea di una startup che potesse dare accesso a tutte le canzoni del panorama musicale senza essere illegale; è nata così Spotify, che in breve tempo grazie agli sponsor e agli abbonamenti premium, ha potuto pagare i diritti d’autore agli artisti. La sua popolarità crescente gli ha assicurato nel tempo anche una partnership con Facebook. Oggi sfido chiunque a non usare Spotify, l’app che ha cambiato il modo ascoltare la musica online.

Candy Crush

Di storia più recente è Candy Crush, gioco puzzle nato nel 2009 dall’idea dell’italiano Riccardo Zacconi, oggi uno degli uomini più ricchi del globo, residente a Londra e a capo dello Sweet Capital (tanto per rimanere in tema di dolcezze) fondo di investimento per startup.

Candy Crush è solo il primo dei giochi dell’azienda King Corporation, business, appunto, impiegato nel settore dei videogiochi, o più propriamente videogiochi social. L’intuizione geniale dell’italiano è stata quella di integrare il suo gioco con Facebook per permettere agli utenti di sfidarsi o sostenersi con invio di vite extra per superare i livelli sempre più impervi del puzzle.

Oggi Zacconi ha un capitale invidiabile che sta investendo in fondazioni no profit per il sostegno all’infanzia e nelle startup più valide attraverso il suo fondo di capitali, ottenendo anche la soddisfazione personale di brevetto sulla parola Candy.

Deliveroo

Ultimo, anche per la sua storia cronologica è Will Shu con la sua Deliveroo, una delle aziende leader del settore food delivery con una crescita del 650% nel 2016.

L’idea, apparentemente banale, ma che sta spopolando, nasce dalla necessità di uno studente di ricevere del cibo a domicilio e ad oggi movimenta quotidianamente cibo e non solo nelle più grandi città del mondo. Il segreto del successo? Facile avere del cibo caldo e diverso ogni giorno direttamente a casa risparmiando sul tempo di cucina o per togliersi qualche voglia particolare.

L’azienda impiega circa 1000 persone solo nella sede centrale e conta diverse migliaia di fattorini sparsi in tutto il mondo, e a luglio ha stretto un accordo con TripAdvisor.

Per localizzarle puoi anche utilizzare la mappa delle startup europee qui.





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Round da 1,5 milioni per Fluentify, la startup che insegna l’inglese alle aziende


Fluentify ha chiuso il suo primo aumento di capitale: un round di investimento da 1,5 milioni di euro, guidato da Stefano Marsaglia (come investitore privato), recentemente entrato ai vertici del primario fondo di private equity inglese Peninsula Capital Advisor, insieme ad altri investitori privati. Fluentify è una PMI innovativa fondata nel 2013 da Giacomo Moiso, Claudio Bosco e Matteo Avalle che ha sviluppato un servizio di tutoring online per l’inglese professionale pensato per le aziende.

I nuovi progetti

Le risorse raccolte saranno dedicate allo sviluppo della tecnologia alla piattaforma digitale (anche con l’utilizzo di sistemi basati sull’Intelligenza Artificiale), all’ampliamento del business e della struttura commerciale in Italia e all’internazionalizzazione, con l’apertura di una sede in Francia. In particolare, tra i progetti in partenza il corso digital self-study, che permetterà ai professionisti di lavorare inizialmente in autonomia, per avvicinarsi poi gradualmente alle lezioni One-to-One con i tutor. In stadio avanzato anche la finalizzazione di processi di controllo basati, appunto, sull’Intelligenza Artificiale.

fluentify

credits www.fluentify.com/blog

Approccio innovativo all’inglese

“Siamo fieri – ha detto Giacomo Moiso, co-founder e CEO di Fluentify – di aver concluso con successo questo primo round di investimento che ci accompagnerà in un importante ed entusiasmante percorso di sviluppo. Con il suo approccio innovativo, Fluentify risponde in maniera efficace alle necessità delle aziende, in primis quelle italiane, di far raggiungere ai propri dipendenti una padronanza dell’inglese professionale e adeguata al contesto in cui operano”. Dello stesso avviso Claudio Bosco, co-founder e COO di Fluentify. “La partecipazione di Stefano Marsaglia in questa operazione – ha detto – rappresenta un vero valore aggiunto per la nostra crescita futura e siamo certi che la sua grande esperienza e il suo importante network ci saranno di grande supporto”. Proprio Stefano Marsaglia, Managing Director di Peninsula Capital ha sottolineato: “Ho visto nascere e crescere questo progetto in cui credo molto. L’offerta business ha grandissimo potenziale, in Italia e all’estero. Sono certo che sentiremo tanto parlare di Fluentify, siamo solo all’inizio”.

La società

La società dichiara di aver registrato una crescita del proprio business (200% anno su anno) e dispone ad oggi di un team di 14 professionisti interni, suddivisi tra gli uffici di Londra, Torino, Milano, Roma e la presenza commerciale in Svizzera, oltre ai 150 tutor esterni madrelingua operanti da tutto il mondo. L’80% del business è generato dal segmento B2B, in cui la Società è specializzata (il restante 20% deriva dal segmento B2C).

Chi utilizza Fluentify

Tra le principali aziende clienti di Fluentify ci sono alcuni tra i più importanti player nel mondo del lusso, dei servizi finanziari e del consumer goods, accomunati dalla necessità di far intraprendere corsi di inglese (la cui conoscenza è ormai condizione imprescindibile nel mondo degli affari) ai propri dipendenti: in Fluentify primaria infatti è l’attenzione al controllo di qualità ed inoltre concreta la possibilità per l’azienda di misurare il ritorno dell’investimento per singolo alunno, attraverso avanzati sistemi tecnologici di controllo.

Il metodo Fluentify

In particolare, Fluentify, con un approccio proprietario di insegnamento basato sul metodo comunicativo, permette alle aziende di offrire ai propri dipendenti pacchetti di corsi di lingua in inglese professionale, tramite lezioni One-to-One in video conferenza. L’approccio Fluentify è focalizzato interamente sulla fluency dei dipendenti: dopo aver stabilito il livello iniziale e gli obiettivi da raggiungere, i tutor di Fluentify portano i propri allievi a conversare via web, sin dalla prima lezione, nella lingua da imparare (a oggi, la società offre infatti corsi non solo in inglese, ma anche in francese e in italiano) trattando tematiche vicine al proprio ambito professionale.

I numeri

L’80% degli italiani ritiene la conoscenza dell’inglese in ambito lavorativo di primaria importanza per la propria azienda ed è provato come questa stessa sia collegata a diversi indicatori economici, come ad esempio al PIL e al reddito nazionale lordo pro capite: più alto è il punteggio nei test di lingua, maggiore è la capacità di un paese di fare impresa. Inoltre, è risaputo che il 41% degli italiani afferma di aver perso un’opportunità di lavoro o di promozione a causa della scarsa conoscenza della lingua inglese. In un paese classificato al 33^ posto per il livello di competenza in inglese, il mercato si presenta sicuramente pronto ad accogliere offerte innovative ed efficaci.





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Ninja Morning, il buongiorno di venerdì 26 ottobre 2018


Facebook

E’ stata formalizzata la multa dell’Authority britannica sulla comunicazione, l’Information Commissioner’s Office (Ico), contro Facebook per lo scandalo dei dati di utenti passati alla società di consulenza Cambridge Analytica e usati poi anche a scopi di propaganda politica. Ma non supera le 500.000 sterline, massimo previsto dalle norme in vigore nel Regno prima dell’introduzione nel maggio scorso d’una nuova legge europea più severa (GDPR).

Le motivazioni. L’Ico ha stabilito che Facebook consentì “fra il 2007 e il 2014” l’accesso ai dati “senza il chiaro consenso degli utenti”, inclusi oltre un milione di britannici. E ne ha sancito “la grave violazione” si legge nella nota che ha ufficializzato la multa già preannunciata dall’authority all’azienda di Mark Zuckerberg a luglio.

LEGGI ANCHE: Cambridge Analytica, Zuckerberg rompe il silenzio: sono responsabile di quanto è successo

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Tesla

Tesla ha chiuso il terzo trimestre con un utile netto di 311,5 milioni di dollari, contro il rosso di 619,38 milioni dello scorso anno. È la terza volta nella storia che la casa automobilistica chiude in positivo. L’ultima volta era stato nel settembre 2016, anche se con numeri dieci volte più piccoli. Per Tesla è il miglior trimestre della sua storia (e il terzo trimestre in utile dal 2010, anno di sbarco in Borsa) e sorprende i mercati, che non credevano a una rimonta così repentina: alla fine di giugno il passivo era ancora di 717 milioni. Meglio del previsto anche il fatturato: 6,82 miliardi di dollari, più che raddoppiato rispetto a un anno fa e oltre i 6,1 miliardi previsti dagli analisti.

Automotive. Il settore automotive ha incassato poco più di 6 miliardi, l’82% in più dello scorso trimestre e il 158% in più rispetto a un anno fa. Adesso Tesla è attesa alla conferma. Secondo gli osservatori più critici, Musk avrebbe accelerato per rispettare le sue promesse, senza però avere la capacità di mantenere lo stesso ritmo nei prossimi trimestri. Il CEO ha però confermato che Tesla chiuderà in utile anche il periodo che va da ottobre a dicembre.

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Twitter

Un incremento delle entrate del 29% su base annua (pari a 758 milioni di dollari) dovuto principalmente alle inserzioni pubblicitarie (che da sole contano per 650 milioni),  con un calo però degli utenti mensili, passati da 335 milioni del Q2 2018 (e 330 milioni del Q3 2017) agli attuali 326 milioni (di cui 67 negli Stati Uniti). Sono i numeri della terza trimestrale di Twitter. QUI il report integrale del Q3.

Apple e Samsung

Dopo la multa inflitta dall’Antitrust ad Apple e Samsung, per l’obsolescenza programmata sui telefonini delle due società, il Codacons vuole presentare un esposto a 104 Procure della Repubblica di tutta Italia per le possibili fattispecie di truffa e aggiotaggio e per eventuali reati legati alle comunicazioni telematiche.

LEGGI ANCHE: L’Antitrust ha multato Apple e Samsung per “obsolescenza programmata”. Di che si tratta

Google

TIM sarà online da lunedì 29 ottobre con un nuovo canale di assistenza digitale integrato con l’Assistente Google per il controllo e la gestione dei propri servizi. Basterà pronunciare il comando vocale Ok Google, parla con Tim per utilizzare i nuovi servizi di assistenza e conoscere e controllare, ad esempio, le informazioni relative al proprio profilo. La compagnia è il primo operatore telefonico in Italia a sviluppare un servizio di caring specifico per l’Assistente Google.

amazon

Amazon

C’è anche Amazon tra gli investitori che hanno partecipato al round da 50 milioni di dollari chiuso dalla startup tedesca Tado, società specializzata in prodotti smart per la casa, in particolare termostati intelligenti. Oltre alla società di Jeff Bezos, dentro anche E.ON, Total Energy Ventures, Energy Innovation Capital, Inven Capital e la Banca europea per gli investimenti. Dalla sua costituzione (è stata costituita nel 2011). Tado ha raccolto finanziamenti per 102 milioni di dollari.

LEGGI ANCHE: Amazon ha comprato una startup che fa case prefabbricate

Gli appuntamenti di oggi

STARTUP WEEKEND ROMA – Talent Garden Poste Italiane ospita negli spazi in via Giuseppe Andreoli 9 a Roma l’edizione autunnale di Startup Weekend Roma. Fino a domenica 54 ore di accelerazione per trasformare idee in progetti di impresa. Si comincia oggi intorno alle 18.30. Domenica i vincitori.

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Le notizie che forse ieri ti sei perso

Tesla inizia la produzione di Model Y, il suo primo crossover elettrico
Il Modello 3 è stato il più venduto dalla società e ha portato un ingresso netto di 312 milioni di dollari, ma ora l’azienda punta su Model Y

Il significato di Content Marketing spiegato a mia zia (e al mio collega)
Il Content Marketing è nella sua fase di maturità, regolarmente si generano contenuti, ma spesso si confonde ancora con altre forme di pubblicità

L’era oscura della privacy: fra algoritmi e manipolazione. Il punto con il super esperto Menny Barzilay
L’esperto di sicurezza informatica israeliano a Roma il 30 ottobre alla Camera di Commercio con un talk su privacy e cybersecurity

Biancaneve - Favole - Nikita Gill

Su Instagram c’è qualcuno che riscrive le favole per combattere gli stereotipi di genere
Nikita Gill ha scritto un libro in cui rivoluziona la narrazione trasmessa dalle favole, per promuovere i valori di unicità, autenticità e inclusione

Gli investimenti cinesi in Kenya si portano dietro anche nuovi episodi di razzismo
Una nuova preoccupante ondata di razzismo arriva in Kenya e stavolta a recitare la sgradevole parte degli imperialisti sono i cinesi

nutella

Halloween sui social: 5 consigli per colpire i tuoi fan
Halloween è un’occasione unica per i piccoli e grandi brand di dar vita a campagne social potenti e memorabili: ecco alcuni consigli utili

Le intelligenze artificiali non sono il male (ma dipende da come le useremo)
Falsa automazione, bias, sistemi etici non condivisi e mancata trasparenza degli algoritmi sono alcune delle cause della mancata fiducia nella IA





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3 lezioni per i marchi del lusso dal boom tecnologico in Cina


Se qualche anno fa avessimo chiesto a un qualsiasi cinese benestante e istruito quale fosse l’azienda per cui avrebbe desiderato lavorare, avrebbe probabilmente pescato una della lista Fortune Global 500.

La stessa domanda, oggi, non darebbe lo stesso risultato: l’attuale generazione sembrerebbe molto più orientata a propendere per piccole startup ad alto potenziale.

La stessa percezione non è cambiata soltanto per i dipendenti, ma anche per i modelli di comportamento e le icone di stile della tecnologia, che hanno radicalmente modificato l’immagine del mondo del lavoro.

Se l’idea di base di una carriera di successo è ormai cambiata (dal lavorare in un grattacielo con vista nel centro città fino a rimboccarsi le maniche in un magazzino trasformato in open space), anche il concetto di lusso (in ambito fashion) è cambiato, accentuando prima il trend del dressing-down e più recentemente l’ascesa della moda streetwear.

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Per i luxury brand tutto si riassume in un approccio pragmatico e snello allo stile che molto riflette il modello new-tech che ha invaso la Cina e il mondo intero.

Siamo nell’era di Google e Amazon, di Tencent e Alibaba, e l’influenza delle società tech può portare grandi cambiamenti nel business dei fashion brand del lusso.

LEGGI ANCHE: Gli ostacoli da superare se vuoi vendere online in Cina

Imparare dalle startup tech

La febbre per le startup ha ormai contagiato il mondo intero, e soprattutto quelle in ambito tech le sembrano avere maggiori possibilità di successo rispetto a quelle delle industrie tradizionali. La Cina non è stata affatto immune al fenomeno.

L’approccio ROI-driven, diffuso nelle aziende tech, fa sì che raramente si utilizzino strategie troppo costose come endorsement di celebrità o eventi marketing offline tradizionali: le informazioni digitali permettono di quantificare l’impatto di ogni centesimo speso.

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Mantenere è meglio che acquisire è un mantra spesso recitato e applicato sia dalle startup tech che dai marketplace eCommerce (le stesse piattaforme CRM utilizzate da Alibaba si concentrano moltissimo sulle conversioni di vecchi acquirenti).

Questo concetto è stato anche assimilato gradualmente dai fashion brand di lusso che durante eventi chiave come il Single’s Day o il Natale, hanno iniziato una massiccia attività di retargeting su clienti già acquisiti offrendo sconti esclusivi, vendite private e omaggi.

Puntare su partnership (local) vincenti

Seconda grande lezioni per i fashion brand di lusso che vogliono sfondare nel mercato cinese: iniziare il loro percorso creando partnership con piattaforme eCommerce e tech locali.

Da quella di Audemars Piguet con JD.com, in grado di offrire supporto tecnico dall’e-store su WeChat fino a quella più famosa dell’acquisizione di CuriosityChina da parte del colosso fashion Farfetch, le partnership sembrano rappresentare la chiave di volta nel processo verso un innesto di successo nell’ambiente digitale cinese.

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Costruire un personale ecosistema

Alibaba

Alibaba e Tencent sono famose per aver creato un loro ecosistema a circuito chiuso e, come i due grandi colossi del tech, anche i più piccoli come Xiaomi o Netease’s Yanxuan stanno mettendo in atto lo stesso pattern.

Questi brand tech hanno modificato enormemente il moderno user journey: sia che si tratti di “See now, buy now” o “Social commerce” l’idea dietro entrambe le definizioni è quella di abbattere gli ostacoli attorno a una conversione.

Sistemi CRM, piattaforme data management e strumenti di eCommerce management mirano tutti alla finalità di mantenere l’esperienza di acquisto il più semplice e snella possibile. Almeno per ora, le aziende tech sono maggiormente in grado di creare soluzioni a questa nuova esigenza.





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Samsung vuole spingere sul 5G e si compra la startup di analisi delle reti Zhilabs


Samsung ha acquisito (per un importo che non è stato dichiarato) Zhilabs, una startup spagnola che si occupa di analisi di rete e che utilizza l’intelligenza artificiale per monitorare le prestazioni di rete dei vettori e il traffico dei dati. La società, fondata nel 2008 e basata a Barcellona, continuerà ad operare in modo indipendene. Zhilabs ha sviluppato tra i suoi prodotti ​​ Customair, uno strumento che offre informazioni su messaggistica (SMS e MMS), dati (connettività, streaming e app), roaming, e consente ai cosiddetti carrier di risolvere e dare priorità ai problemi in base all’impatto diretto che hanno sulla loro attività. E lo fa in modo automatizzato. Tra i clienti conta Vodafone, Telenor, Telefónica, Optus, Hewlett Packard Enterprise. L’acquisizione faciliterà la transizione dalle tecnologie 4G a 5G.

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Strumenti di rete automatizzati

“Il 5G – ha detto Youngky Kim, President and Head of Samsung’s Networks Business – consentirà servizi senza precedenti, per i quali strumenti di analisi di rete automatizzati e intelligenti. L’acquisizione di Zhilabs aiuterà Samsung a soddisfare queste richieste per assicurare a ciascun abbonato il miglior servizio possibile”. Per Joan Raventós, CEO di Zhilabs, “la tecnologia 5G avrà successo solo se la qualità delle reti che trasferiscono le informazioni può essere misurata”.

22 miliardi in AI e auto del futuro

L’automazione basata sull’intelligenza artificiale di Zhilabs aiuterà Samsung a lanciare nuovi servizi relativi all’Industry of Things industriale, alle auto intelligenti e rientra nel piano di investimenti da 22 miliardi di dollari annunciato ad agosto.





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«Così vogliamo aiutare i pendolari di Genova a spostarsi in città»


Quando è crollato il Ponte Morandi di Genova il 14 agosto pochi si sono resi conto nell’immediato del caos che avrebbe provocato alla viabilità della città. Soprattutto l’attenzione era concentrata sulla tragedia umana e su chi sotto quel ponte ci ha perso la vita. Una volta scesa la polvere delle macerie, è però apparso subito chiaro che la città dopo il crollo era praticamente tagliata in due. Ne abbiamo parlato con Gerard Albertengo, 38 anni, ceo e founder di JojoB, società di carpooling aziendale, basata a Torino e cresciuta come startup all’incubatore del Politecnico di Torino I3P, quella di Colleghiamo Genova, progetto per facilitare la viabilità della città, pensato per ricollegare le aree industriali più difficili da raggiungere proprio dopo il crollo del Ponte Morandi. “Il primo pensiero – ha detto – è stata la presa di coscienza di quanto poco teniamo al nostro Paese e altrettanto poco capaci nel garantire sicurezza. Una grande amarezza. Nell’immediato del fatto – ha spiegato – non avevo percepito che ci sarebbero state ricadute così pesanti sulla viabilità quotidiana. Invece no, il Ponte Morandi è un’arteria essenziale per Genova e che ne collega i due lati. Quando abbiamo capito che la città era praticamente tagliata in due, ci è venuto immediato pensare di poter essere utili”.

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Gerard Albertengo, ceo e founder di JoJob

Il progetto. Colleghiamo Genova funziona così. Jojob ha messo a disposizione, gratuitamente, la sua piattaforma di  carpooling aziendale per facilitare gli spostamenti di lavoratori e cittadini. Tutti gli abitanti che utilizzano il proprio mezzo per raggiungere il posto di lavoro potranno aderire all’iniziativa e condividere l’auto con chi ha difficoltà ad attraversare la città per recarsi al lavoro, contribuendo anche a ridurre il numero di vetture nelle strade e a semplificare la viabilità cittadina. La società ha individuato in città 10 aree quali punti di arrivo, a ciascuna delle quali corrisponde un codice. Ogni iscritto dovrà inserire il codice dell’area in cui si trova l’azienda per cui lavora o il CAP di destinazione, potrà così pubblicare il proprio tragitto casa-lavoro e individuare i possibili passeggeri o autisti per condividere la tratta. 

I numeri. Secondo i dati forniti dalla società, “oltre 2.500 viaggi sono stati condivisi in meno di un mese e 5 mila auto sono state lasciate a casa e tolte dalle strade del capoluogo ligure”.

Albertengo, com’è nata l’idea?

«La chiamata è arrivata da Talent Garden, un nostro cliente, che ci ha segnalato che il sindaco aveva chiesto soluzioni di mobilità per Genova».

Voi però avete sviluppato una soluzione per le aziende, b2b?

«Abbiamo immediatamente pensato a come modificare la piattaforma e offrirla gratuitamente per chiunque lavorasse a Genova».

Avete detto di aver tolto 5 mila auto dalle strade con 2500 viaggi condivisi, da dove vengono questi dati?

«La nostra non è una stima, ma una misurazione. La nostra applicazione geolocalizza e traccia gli equipaggi in carpooling. A quel punto non facciamo altro che rilevare che il gruppo è assieme e sta facendo un determinato percorso. Sappiamo anche i che trasportati, nei 20 giorni del servizio, sono stati 5 mila».

Un servizio gratuito.

«E lo sarà per sempre. Penso di poter dire che a Genova rimarrà così. Colleghiamo Genova ha avuto un’eco enorme. E’ vero che è un costo, ma crea un valore per l’azienda».

Che idea ha del carpooling?

«Il carpooling è la più semplice e facile alternativa di trasporto fuori dagli ambiti urbani. La città deve dotarsi e dovrà farlo sempre di più di trasporto pubblico efficiente. Per raggiungere le porte della città e lo scambio intermodale, l’unica soluzione al momento è l’auto privata. Il carpooling ti permette di arrivare all’interscambio in modo più efficiente. Quindi, no carpooling in città, dove non ha senso, mentre è di impatto fondamentale per muoversi fuori dai confini della città».

In quali altre città è attiva Jojob?

«Siamo presenti da Nord a Sud, contiamo circa 2 mila fra grandi aziende e PMI che hanno aderito al servizio, di queste 180 hanno più di 250 dipendenti. Siamo anche operativi in Spagna, da quasi un anno».

Come è cresciuta l’azienda?

«Nel 2011 ho creato BringMe, un portale che faceva quello oggi che fa benissimo Blablacar. Quando arrivò la piattaforma francese nel 2012 in un attimo ha fatto piazza pulita. Abbiamo a quel punto ho sviluppato una soluzione per le esigenze dei pendolari. Nel 2014 ho testato la piattaforma, e nell’arco di tre anni questa realtà si è diffusa un po’ ovunque in Italia. Sul carpooling aziendale devo dire che abbiamo fatto la differenza».





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MamaCrowd fa meglio di tutti


In Italia durante il terzo trimestre 2018 sono state chiuse 34 campagne di equity crowdfunding (quote contro risorse), mentre da inizio anno si tocca quota 88 (contro le 50 chiuse nell’intero 2017 dalle 9 piattaforme attive), un quarto delle quali finanziate tramite Mamacrowd. Il terzo trimestre 2018 è stato record anche per il mercato italiano con 11.9 milioni di euro di capitale raccolto: da gennaio sono stati raccolti 26 milioni di euro, oltre il doppio di quelli raggiunti durante tutto l’anno precedente (11.7 milioni di euro nel 2017). A fare il punto sulle campagne di equity crowdfunding, Mamacrowd, piattaforma di equity crowdfunding di SiamoSoci che, con 12 milioni di euro raccolti complessivamente dalla nascita, è la prima in Italia per capitale raccolto, per percentuale di successo e numero di campagne finanziate. Non solo. Con 9 campagne chiuse con successo, pari al 26% delle campagne chiuse complessivamente in Italia tra luglio e settembre, il terzo trimestre 2018 segna un record per la piattaforma. Ecco nel dettaglio la mappa del terzo trimestre, disegnata dalla piattaforma di SiamoSoci.

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Mamacrowd

I 625 mila euro di Fidelity House

Delle 9 campagne chiuse nel terzo trimestre 2018, il primo posto per capitali raccolti spetta a Fidelity House, che ha ottenuto 652 mila euro (260% di overfunding): prodotto di Horizon Group, è il primo Social Content Network in Italia che permette agli utenti di essere sempre aggiornati sui propri interessi e pubblicare contenuti guadagnando sul volume delle visualizzazioni. Segue MyCookingBox: startup del meal delivery che seleziona i migliori ingredienti italiani e accompagnandoli con le ricette più adatte, che ha raggiunto 533 mila euro su Mamacrowd (267% di overfunding). Al terzo posto e-motion, piattaforma di servizi integrati per la gestione delle spedizioni e del post-vendita delle aziende che vendono on-line, con un incasso di 336 mila euro (112% di overfunding). 

Revoilution e le altre campagne

Ad ottenere il finanziamento tramite Mamacrowd nel terzo trimestre 2018 sono state anche: Revoilution, tecnologia miniaturizzata per produrre olio fresco da tavola anche in casa, Marshmallow Games, tool proprietario per la creazione di applicazioni mobili educative per bambini e ragazzi, Midori, startup che ha ideato l’assistente energetico NED e che realizza servizi avanzati di analisi energetica e smart metering basati su data analytics e machine learning, Edgar, App Concierge dedicata agli operatori del settore extra alberghiero per migliorare l’esperienza degli ospiti e aumentare i guadagni, InReception, piattaforma tecnologica per gli operatori extra alberghieri per gestire, promuovere e distribuire al meglio la propria struttura, Cicalia, supermercato 100% online che consegna, anche freschi, in tutta Italia.

Il 2018 è l’anno dell’equity crowdfunding

“I numeri, che incrementano trimestre dopo trimestre – ha spiegato Dario Giudici, Presidente di SiamoSoci  parlano chiaro: il 2018 è l’anno dell’equity crowdfunding, che sta ottenendo sempre più attenzione da parte non soltanto degli investitori ma anche delle PMI, che vedono nella raccolta capitali in cambio di quote societarie un’opportunità importante per fare network e crescere, sia a livello nazionale che internazionale”. Per Dario Giudici a conquistare gli investitori “è la qualità della selezione operata dalla piattaforma, che permette di diversificare il proprio portafoglio presentando aziende innovative italiane che operano in diversi settori, dall’e-commerce all’IoT, passando per il digital advertising, il turismo e il food Made in Italy. Il processo di investimento è inoltre totalmente online e autorizzato e vigilato da Consob”.





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Gli investitori internazionali cercano idee, startup e brevetti innovativi in Italia


Lo scouting di nuovi talenti nel settore della tecnologia e dell’innovazione è sempre in atto, anche da parte di operatori internazionali e provenienti da altri continenti.

L’ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane è in continuo contatto con Business Angel, Venture Capitalist, fondi d’investimento, acceleratori e incubatori, e quest’anno ha selezionato oltre 100 operatori internazionali per la partecipazione alla  Maker Faire Rome 2018.

Un luogo di incontro per realtà tecnologicamente all’avanguardia e per startup che si affacciano ora in un settore in cui esiste ancora la possibilità di raggiungere vantaggi competitivi anche in assenza di rilevanti capitali.

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I fondi internazionali e gli acceleratori presenti alla Maker Faire

Tra gli operatori che finanziano startup e progetti di innovazione e che sono alla ricerca di giovani talenti, ci saranno Quest Ventures (Singapore), un fondo leader per le aziende che hanno scalabilità e replicabilità nelle grandi comunità di internet; la società di gestione degli investimenti quali la sudafricana Adinah Capital Partners, o la svizzera BackBone Ventures che rivolge la propria attenzione agli investimenti iniziali e di avviamento, principalmente nel settore dei progetti innovativi di TIC, FoodTech e tecnologie dirompenti.

Parteciperanno inoltre, aziende e acceleratori in cerca di brevetti come la francese Manifesto Innovation Accelerator di Danone e About Communications (bluArc), compagnia telefonica Canadese in crescente espansione territoriale; incubatori come lo Zagreb Entrepreneurship Incubator, che nel 2014 è stato premiato come il miglior istituto di sostegno all’imprenditorialità in Croazia dal Ministero dell’imprenditoria e dell’artigianato.

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investitori internazionali in Italia

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Come far conoscere i progetti innovativi

Fare networking è ancora il primo passo per lo scambio di competenze, ma sono necessari soprattutto luoghi in cui le imprese possano affacciarsi per mettere in mostra i propri prodotti tecnologici, a cominciare dalle piccole e medie imprese, ma anche da quelle piccolissime.

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“Maker Faire si conferma anche come uno straordinario palcoscenico che ospita talk, seminari e incontri scientifici grazie ai quali si può vivere appieno l’esperienza delle grandi trasformazioni tecnologiche in atto”, ha dichiarato Lorenzo Tagliavanti, Presidente della Camera di Commercio di Roma.





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ecco Sofan, l’Airbnb dei tifosi


Un’app per condividere, insieme al divano di casa, il proprio abbonamento pay tv o streaming con amici e sconosciuti che cercano qualcuno con cui vedere le partite. Si chiama Sofan, è una piattaforma nata da una startup italiana, che consente di condividere il proprio salotto di casa per vedere eventi sportivi in compagnia di altri tifosi.  Per la fase di lancio è stata scelta Milano per via del bacino universitario e del numero sempre maggiore di lavoratori stranieri che si trasferiscono ogni anno. Però sarà possibile anche per i tifosi delle altre città proporsi come Host: Sofan infatti vuole ad estendere il proprio servizio in altre città italiane entro la fine del 2019.

sofan

Una piccola fee per l’ospitalità

Grazie a Sofan gli appassionati in possesso di un abbonamento pay-TV o a piattaforme di streaming, potranno creare degli eventi a cui i Guest potranno registrarsi. Gli Host potranno anche recuperare il costo del proprio abbonamento perché il tifoso ospitato gli riconoscerà una piccola fee per ringraziarlo dell’ospitalità. “La piattaforma tratterrà intorno al 10% dall’importo incassato dagli host per ogni l’evento – spiega uno dei tre founder Antonio Gullotti, 29 anni, con un background nel marketing ed esperienze di lavoro nella comunicazione sportiva e in Borsa Italiana – gli host avranno un limite economico, perché si tratta di un’attività non a scopro di lucro, quindi si tratta di un rimborso spese, non un guadagno”.

Come si diventa Host

Il lancio completo della piattaforma in versione desktop e mobile tramite app IOS e Android non è ancora avvenuto, ma è già possibile compilare il form per chiedere di diventare Host e per i primi 100 è prevista una promozione.

sofan

E’ nata così

Dietro Sofan c’è un team di tre ragazzi, due siciliani di Palermo (Antonio Gullotti e Luciano Monteleone)  un milanese (Federico Torno). I primi, trasferitisi all’estero, avevano trovato difficoltà per assistere alle partite della loro squadra. “Era un periodo in cui studiavo e lavoravo in Olanda con Luciano Monteleone  – racconta sempre Gullotti – da tifosi di una squadra relativamente piccola come il Palermo avevamo difficoltà a trovare un posto dove vedere la partita e da lì è nato il bisogno di trovare una soluzione alternativa, economica, confortevole e familiare”. A questo punto, dopo l’analisi di mercato, “è iniziata la fase di sviluppo. La svolta c’è stata dopo il nostro ritorno in Italia: siamo stati contattati da Federico Torno, un giovane di Milano che stava seguendo lo stesso progetto”.

La fase 1

Hanno unito le forze e hanno ideato una piattaforma che permetterà di contattare chi, nella città dove ci si trova momentaneamente, mette a disposizione uno schermo e un posto sul divano o su una poltrona per guardare una partita, provando a risolvere il bisogno di tanti tifosi fuori sede: trovare una soluzione economica e confortevole dove vedere le partite alternativa al pub. “Abbiamo lanciato la fase 1 – ha spiegato sempre Gullotti –  dove ci concentriamo soprattutto sugli Host di Milano (poi puntiamo ad espanderci anche in altre città e all’estero), quelli che mettono a disposizione la loro living room”.

L’Airbnb dei tifosi

In attesa che la società definisca anche finanziariamente il proprio percorso, c’è già chi la definisce l‘Airbnb dei tifosi. “Sì. E’ una definizione corretta. Vogliamo cavalcare l’onda della sharing economy”.





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