Breve storia di Boston Dynamics e dei suoi sbalorditivi robot


Non bisogna essere complottisti o paranoici per rimanere meravigliati dall’ultimo video rilasciato dalla Boston Dynamics, “Parkour Atlas“. Atlas, il protagonista della clip, non è uno sportivo, né tanto meno una persona: è un robot, fatto di metallo e circuiti, e sì, nel video fa proprio parkour.

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Con una fluidità di movimenti che farebbe invidia a molti di noi, lo vediamo correre, saltare un tronco d’albero, saltare su scalini di 40cm ciascuno, utilizzare un solo piede per bilanciarsi, e i muscoli di una sola gamba per saltare di gradino in gradino fino alla cima. Manca solo un inchino finale per il pubblico, ma i robot non hanno bisogno di applausi: Atlas salta perché è stato programmato per farlo, non per impressionare i suoi fan.

Guardarlo in questa performance ha un effetto straniante: da una parte il nostro cervello lo osserva come guarderebbe uno film di fantascienza di un passato non troppo lontano, in cui i robot fanno cose straordinarie. Dall’altra parte ci rendiamo conto con un po’ di sconcerto del fatto che in realtà non è un film di fantascienza. La scienza ha superato la fantasia. Ed è solo l’inizio, dato che un nuovo capitolo della Boston Dynamics è appena iniziato, con l’acquisizione della società nel 2017 da parte di un’azienda giapponese, la SoftBank.

Come siamo arrivati fin qui e dove stiamo andando? Ecco, per rispondere a queste domande è interessante guardare all’albero genealogico della famiglia robotica Boston Dynamics.

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Boston Dynamics: dalla preistoria a Parkour Atlas

Era il lontano 2005 quando la Boston Dynamics sfornò il suo primo nato. Si chiamava BigDog ed era più un quadrupede (come tutti i bambini, anche i robot di Boston Dynamics hanno iniziato gattonando).

Il suo scopo era quella di fare il “mulo”, ovvero aiutare i soldati nel trasporto di oggetti su terreni accidentati dove robot tradizionali con ruote o cingoli non sarebbero potuti arrivare.

È stato salutato come “il robot con le gambe più ambizioso del mondo”, e in effetti non avevano tutti i torti, visto che trasportava 150 kg ad un massimo di 6 km/h e su pendenze fino a 35 gradi. Se pensiamo che stiamo parlando dello stesso periodo della nascita di Facebook, siamo veramente nella preistoria per la nostra percezione tecnologica.

La secondogenita fu Cheetah, che dal fratello più grande aveva ereditato il numero di gambe, ma che lo batteva in velocità: era in grado di correre a 45 km/h (ovvero 13 m/s), galoppando ad una velocità che gli occhi fanno fatica a seguire.

Poi arrivò LittleDog, che prendeva tutte le caratteristiche del primogenito ma le conteneva in un corpo molto più piccolo: un concentrato di tecnologia e innovazione.

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Nel 2016 alla famiglia quadrupede si è aggiunto un altro elemento, SpotMini, un mini-robot che pesa solo 25 kg e che ricorda in modo inquietante i cagnolini robotici comparsi in Black Mirror, nella puntata “MetalHead”. Quest’ultimo modello ha battuto tutti anche in abilità social, visto che il suo video ha raggiunto in poco tempo la prima posizione su YouTube, con oltre 2 milioni di views.

Da lì, il grande salto. La Boston Dynamics ha lanciato il suo primo bipede. Dalla scimmia all’uomo, verrebbe da dire.

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Uomini robotici e robot umanoidi

Si chiama PETMAN ed è un manichino creato per testare le tute di protezione da agenti chimici, ma in realtà vedendolo camminare tutto bardato la cosa pazzesca è proprio che potrebbe tranquillamente sembrare un uomo, solo con qualche difficoltà di deambulazione.

E qualche anno dopo, è nato anche il membro più maturo della famiglia: lui, Atlas. Oggi (dopo circa due anni) lo vediamo fare esercizi ginnici con estrema scioltezza, ma ci sono voluti anni e anni di studi, sperimentazioni, piccoli miglioramenti per arrivare a questo risultato. All’inizio anche Atlas doveva fermarsi prima di ogni passo difficile, per capire come superare un ostacolo con la sua serie di calcoli matematici.

Poi è arrivato a fare salti pazzeschi, persino un perfettamente eseguito backflip con tanto di gesto di vittoria alla fine, ma sempre con la spinta di entrambe le gambe.

Oggi invece Atlas è adulto e ha imparato a bilanciare il peso del suo corpo, a ragionare già mentre esegue i movimenti, senza fermarsi, a superare ostacoli saltando con solo una parte del suo corpo. Non gattona, anzi, insegna le basi della ginnastica ritmica a tutti.

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I prossimi sviluppi dei robot

Abbiamo capito chi sono, da dove vengono e come sono arrivati qui. Quello che non ha ancora risposta è dove stiano andando.

A cosa serve un robot che fa parkour o che sa fare un backflip? O un cane che solleva 150 kg?

Il primo utilizzo – è ovvio – è quello militare. Solo dopo potranno venire le più disparate applicazioni civili e magari ludiche. Così come per i droni, queste creature hanno una propensione naturale per la guerra. Ma, per questo scopo, saper fare un salto mortale o meno non cambia molto.

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Allora perché la Boston Dynamics continua a dilettarci con questi video? Perché insegnare ad Atlas trucchi più da circo che da battaglia? Non lo sappiamo, così come non sappiamo quale sia la cifra a cui Boston Dynamics è stata venduta ai giapponesi. Possiamo solo ipotizzare che per ora si tratti di una sorta di addestramento verso calcoli e funzioni sempre più complesse, ma non ci resta che aspettare e stare a vedere per scoprirlo.

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SoftBank si allea anche con Toyota per produrre auto autonome (condivise)


L’accesso alle chiavi dell’auto autonoma e più in generale alla mobilità del futuro sta assumendo i contorni di una corsa. Ieri abbiamo parlato di Honda Motor che vuole investire 2,75 miliardi di dollari (2,38 miliardi di euro) in GM Cruise Holdings, la divisione del produttore americano di auto General Motors dedicata alla guida autonoma (dopo un precedente investimento di SoftBank). Oggi al centro della scena c’è Monet (che sta per Mobility Network), azienda nata dall’accordo (una joint venture) tra SoftBank, appunto, e Toyota, per accelerare lo sviluppo di nuovi servizi di mobilità (che nascerà ufficialmente ad aprile 2019), con particolare attenzione all’automobili autonome, on demand, elettriche ovviamente e condivise. “In Giappone, non è facile testare auto autonome su strade pubbliche – ha detto Junichi Miyakawa, il manager di SoftBank che guiderà la nuova società che sarà controllata al 50,25% da SoftBank e al 49,75% da Toyota – ma vogliamo contribuire a creare le condizioni perché questi veicoli diventino realtà, introducendo servizi di mobilità su richiesta”.

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Toyota

Il business model di Monet – credits www.softbank.jp

La sfida del secolo

Le aziende giapponesi investiranno un capitale iniziale complessivo di 15 milioni di euro che, successivamente, sarà incrementato a 75. Toyota e SoftBank intendono produrre il primo veicolo dotato di guida senza conducente entro il 2020 usando la piattaforma e-Palette.  Secondo il presidente di Toyota, Akio Toyoda, questa “è la sfida del secolo” e il gruppo, con il percorso lanciato, potrà trasformarsi da “un produttore di auto a una compagnia di mobilità”.





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Honda mette 2,7 miliardi per fare l’auto a guida autonoma con GM


La giapponese Honda Motor ha deciso di investire 2,75 miliardi di dollari (2,38 miliardi di euro) in GM Cruise Holdings, la divisione del produttore americano di auto General Motors dedicata alla guida autonoma. Honda verserà immediatamente 750 milioni di dollari e altri 2 miliardi verranno pagati nel corso dei prossimi 12 anni. ”Questo è il logico passo successivo nel rapporto fra GM e Honda: insieme, possiamo offrire a Cruise le migliori competenze di progettazione e produzione del mondo” ha dichiarato il CEO di GM, Mary Barra.

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honda

Entro il 2019

Honda e GM hanno le forze per sviluppare un veicolo a guida autonoma che può essere prodotto in grandi volumi dall’azienda di Detroit. L’accordo porterà al lancio di un’auto elettrica autonoma che già è in fase di test a San Francisco, Detroit e Phoenix, e poi a seguire a New York. E la commercializzazione? Secondo il presidente di GM, Dan Ammann, e il CEO di Cruise, Kyle Vogt, potrebbe parlarsene per il 2019 .”Con il sostegno di General Motors, SoftBank e ora della Honda, Cruise ha risorse solide per portare a termine la nostra missione di implementare in modo sicuro tecnologie autonome in tutto il mondo” ha detto proprio Vogt. Le due aziende valuteranno anche opportunità per creare una rete di veicoli self-driving. GM aveva detto che con i fondi di SoftBank, Cruise avrebbe potuto lanciare un servizio di robot-taxi nel 2019. E ora con l’aiuto di Honda, il piano si fa ancora più concreto.

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Prima di Honda, SoftBank

Con questa operazione, Honda arriverà ad avere una quota del 5,7% in GM Cruise, la cui valutazione è stimata in 14,6 miliardi. L’investimento della società automobilistica giapponese segue quello annunciato lo scorso 31 maggio da parte del maxi fondo della giapponese SoftBank, il Vision Fund, che investirà 2,25 miliardi di dollari in GM Cruise (in questo caso SoftBank avrà una quota in Cruise del 19,6%).
Grazie a queste investimenti GM Cruise Holdings diventa insieme a Waymo di Google la società leader nel settore delle tecnologie delle auto che si guidano da sole. Fiat Chrysler Automobiles e Waymo  lavorano da tempo insieme per il lancio (già testato) del primo servizio al mondo di taxi a guida autonoma (con minivan Chrysler Pacifica).





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 Internet dai satelliti, Facebook ci (ri)prova con Athena


Facebook vuole connettere tutti attraverso l’utilizzo di satelliti, o meglio ci riprova con Athena. Questo il nome scelto dalla società di Zuckerberg, che appena poche settimane fa aveva annunciato la chiusura di Aquila, progetto che aveva l’obiettivo di portare Internet a banda larga (ovviamente) in zone non servite, grazie a droni alimentati ad energia solare. Un progetto che non era decollato, ma l’esperienza di Aquila potrebbe tornare utile per Athena. Facebook, infatti, ci lavorerà con Airbus (e altre Big). Magari stavolta puntando sui satelliti: sicuramente un’idea meno innovativa, ma più efficace rispetto ai droni. Athena è il nome del progetto, ma anche del satellite, che, secondo indiscrezioni, dovrebbe essere lanciato il prossimo anno.

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Satellite, fattore abilitante

A rivelare le intenzioni del social di Menlo Park è stato Wired, senza però conferme. Facebook ha semplicemente dichiarato che non ha, per il momento, nulla di specifico da condividere. Però ha sottolineato che la tecnologia satellitare sarà un importante fattore abilitante della prossima generazione di infrastrutture a banda larga in quanto permetterà di portare connettività nei Paese dove Internet è poco presente o inesistente. Ma se Facebook non ha confermato o smentito, ci sono i documenti a dare una direzione. Qualche settimana fa è stata depositata un’applicazione presso la Federal Communications Commission (FCC) degli Stati Uniti sotto il nome PointView Tech LLC, dove viene chiarito che il progetto è stato realizzato per “fornire in modo efficiente l’accesso a banda larga a aree non servite e poco servite in tutto il mondo”. Ecco PointView Tech LLC sarebbe collegata in qualche modo a Facebook.

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Anche Space X e OneWeb

Oltre a Facebook, anche SpaceX sta già lavorando ad una sua galassia di satelliti in grado di offrire connettività Internet. L’azienda di Elon Musk ha già lanciato i primi satelliti lo scorso mese di febbraio. Molte aziende tecnologiche credono che il futuro di Internet sia orbitale. Circa la metà delle persone sul Pianeta non ha una connessione Internet a banda larga, in particolare quelli che vivono nelle zone rurali e nelle nazioni in via di sviluppo. SpaceX mira a mettere quasi 12 mila Starlinks in orbita terrestre bassa (LEO), per fornire Internet a velocità gigabit alla maggior parte della superficie terrestre. Stanno lavorando a progetti simili anche OneWeb , finanziato dalla giapponese SoftBank, il produttore di chip Qualcomm e il Virgin Group di Richard Branson.



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