4 esempi di grandi aziende che hanno già adottato l’orario flessibile (e reso più felici i lavoratori)


L’orario flessibile raccoglie sempre più adepti nel panorama delle grandi corporate: l’abbattimento del modello canonico di giornata lavorativa 9-17, così come la giornata libera infrasettimanale e le “settimane corte” potrebbero non essere più un’utopia.

D’altronde, in un mondo del lavoro sempre più dinamico e in cambiamento, una rivoluzione dei ritmi lavorativi rappresenta un benefit di grande valore e, per alcuni, un processo inevitabile per incrementare la produttività dei dipendenti e migliorare lo stato di salute delle imprese.

lavoro-email-relax

1. Flessibilità e vantaggi competitivi, la strategia di PwC

Tra i progetti più interessanti portati avanti dalle aziende per incentivare il lavoro agile, sicuramente PwC merita un posto in prima linea.

Il colosso della revisione contabile ha lanciato, recentemente, il Flexible Talent Network, un programma di reclutamento che consente ai candidati di elencare le proprie competenze e le proprie preferenze in relazione all’orario di lavoro. Secondo quanto riportato dalla BBC, l’obiettivo di PwC è proprio quello di trovare persone lontane dal tradizionale modello 9-17, giudicando un professionista non in base alle sue ore di lavoro, ma alle sue competenze e alle sue capacità di raggiungere obiettivi.

LEGGI ANCHE: 10 consigli per essere felici sul posto di lavoro (e non pensare più alla fuga)

“Le persone pensano che per lavorare in una grande azienda debbano seguire schemi di lavoro tradizionali – ha dichiarato la responsabile HR Laura Hinton – vogliamo chiarire che non è così: per reclutare le persone migliori, riconosciamo che dobbiamo offrire una maggiore flessibilità, diverse opzioni di lavoro e un percorso di re-inclusione per coloro che desiderano riavviare la propria carriera”.

lavoro agile

Per PwC, come per molte altre corporate, il lavoro flessibile è un vantaggio competitivo non indifferente, che porta benefici sia al lavoratore che ne usufruisce, sia all’intera organizzazione aziendale.

Il progetto ha visto la luce a seguito di un’indagine che ha rivelato che, su un campione di 2000 intervistati, il 46% metteva al primo posto, al momento di scegliere un’occupazione, la flessibilità di orario e la possibilità di trovare un buon equilibrio tra impegni lavorativi e vita privata.

“Probabilmente – ha continuato la Hinton – assisteremo a un aumento delle persone che cercano il lavoro flessibile durante la loro carriera e le organizzazioni che sostengono responsabilmente i loro dipendenti a fare questo finiranno per ottenere un vantaggio competitivo”.

La flessibilità è, infatti, un requisito ricercatissimo dai dipendenti: secondo uno studio del 2017 di EY e Timewise,  l’87% dei lavoratori a tempo pieno nel Regno Unito lavorano in modo flessibile o preferirebbe farlo. Sulla base dello stesso studio, la proporzione sale al 92% per i millennial.

LEGGI ANCHECome aumenta la produttività aziendale con lo smart working

2. Il lavoro agile per UpWork

L’iniziativa di PwC non è l’unica ad aver lasciato un’impronta significativa nel percorso verso l’abbattimento dell’orario lavorativo canonico. Ci sono diverse corporate che hanno sposato incondizionatamente l’idea di flessibilità al lavoro, trasformando quello che per molti è un sogno in un punto cardine della filosofia aziendale.

Parliamo, ad esempio, di UpWork, una dei più grandi marketplace per freelance al mondo. Qui la modalità di lavoro è super flessibile: anzitutto, ogni mercoledì c’è l’Hump Day, durante il quale ogni membro del team lavora da una postazione differente, purché dotata Wi-Fi.

Non solo il mercoledì: i dipendenti possono lavorare da casa quando necessario anche in altri giorni della settimana e gli orari di ufficio sono super flessibili.

smart working

3. La settimana corta di Perpetual Guardian

Un altro caso celebre di lavoro agile è quello della Perpetual Guardian, che tra marzo e aprile ha introdotto la settimana lavorativa di quattro giorni, senza mettere mano agli stipendi dei lavoratori. I risultati trasmessi dall’azienda neozelandese sono sorprendenti: il 78% dei 240 dipendenti della società, che si occupa di testamenti, eredità e trust, ha dichiarato di aver gestito meglio l’equilibrio tra lavoro e vita privata,  una percentuale in crescita del 24% rispetto a prima dell’esperimento.

Il tasso di produttività è rimasto invariato, mentre il livello di stress è calato dal 45% al 38%.

4. La scelta del lavoro in remoto di CaseNEX

Anche la CaseNEX, società operante nel settore EdTech, ha scelto di sperimentare il lavoro flessibile, offrendo molta libertà ai dipendenti sull’organizzazione della giornata lavorativa e sul raggiungimento dei goals giornalieri. La CaseNEX  ha due uffici (entrambi in Pennsylvania), ma i membri del team lavorano in remoto da tutta la nazione.

Insomma, il paradigma 9-17 è sempre più vicino al tramonto: la concezione del lavoro come impiego temporale sta lasciando sempre più spazio a nuovi modelli organizzativi, dove la giornata lavorativa viene definita dal numero di obiettivi da raggiungere.





Source link

La giornata tipo di un nomade digitale


Amaca tra due palme e davanti ad un mare cristallino, computer appoggiato sulle gambe abbronzate. Ce lo immaginiamo così in genere il nomade digitale, secondo uno stereotipo che non ha tardato a consolidarsi nell’immaginario collettivo. Ma un lavoratore nomade digitale è innanzitutto una persona che lavora senza avere una sede fissa, un ufficio e una scrivania sui quali trascorrere le sue giornate lavorative.

Quindi sì, capiterà anche, qualche volta, unendo svago e professione di trovarsi a lavorare fronte mare, dondolandosi sulla famosa amaca in mezzo alle due palme, ma in genere la giornata tipo del nomade digitale è un po’ diversa.

Per il 64% uomini, donne nel 36% dei casi e con un’età compresa per il 33% tra i 30 e i 39 anni. Visita in media dai 5 ai 10 paesi ogni anno e rimane in un paese per una media di 1-4 mesi, guadagnando tra i 1.000 e i 2000 dollari al mese. Il lavoro da remoto è una scelta e il viaggio uno stile di vita. (Fonte: WeLance)

Ma senza andare troppo lontano, è sempre più in crescita anche il numero dei “nomadi digitali metropolitani”, ossia di chi sceglie di non avere un ufficio ma di praticare la sua professione in modo flessibile e dinamico, scegliendo di volta in volta in base alle necessità dello specifico cliente o del tipo di attività da svolgere, il luogo di lavoro più adatto.

Ecco quindi il profilo del nomade digitale, che per condurre la sua vita sempre in movimento, senza mai perdersi una scadenza lavorativa, ha bisogno anche di strumenti e spazi adeguati alle sue particolarissime esigenze.

nomade digitale 2

Credits: Copernico

La ricerca dell’equilibrio tra vita privata e lavoro come stile di vita

La tipica giornata del nomade digitale parte dalla sveglia entro le 7.00 del mattino (anche dopo aver partecipato a un party la sera prima), per iniziare la giornata con un po’ di esercizio fisico: corsa nel parco e un po’ di addominali, con lo spirito di migliorare ogni giorno un po’ di più le proprie prestazioni.

L’attività fisica non è solo un vezzo per tenersi in forma e apparire più belli, ma è un modo per essere più produttivi risvegliando l’organismo insieme al cervello. Anche il lavoro ne trae beneficio.

giornata tipo del nomade digitale 1

Credits: Copernico

La prima colazione leggendo i giornali

Dopo lo sport, ovviamente, è necessario ricaricare le batterie con una ricca colazione che aiuti a lavorare almeno fino al pomeriggio. Il rischio di non avere il tempo per un vero pranzo è sempre molto alto, quindi è bene avere energie sufficienti per arrivare concentrati fino a sera.

Sorseggiando il caffè e gustando una fetta di pane tostato con la marmellata è immancabile la lettura dei titoli più importanti dei giornali: un passaggio per Google News per sapere rapidamente cosa è successo nel mondo e poi la daily news delle testate da non perdere per le notizie su economia e startup come New York Times, Wall Street Journal e Tech Crunch.

Nel frattempo, naturalmente, si prendono appunti sui trend da seguire, sulle ultime novità su cui cercare approfondimenti per aggiornarsi e sugli obiettivi del giorno (non più di tre al giorno per evitare di essere dispersivi).

Quindi un breve recap con Calendar sull’agenda e sui task del giorno, prima di cominciare.

nomadi digitali

Credits: Copernico

Un incontro informale con caffè o la concentrazione giusta alla scrivania del co-working

Dopo la colazione si parte subito per il lavoro. Sono le 9.00 del mattino e la scelta del co-working per un incontro con un cliente importante è l’ideale. Pianificare il lavoro non basta, è necessario anche conoscere gli spazi che si hanno a disposizione per le diverse occasioni e scegliere soluzioni flessibili quanto il proprio lavoro.

Un ambiente che si modella sulle esigenze di business e un design degli spazi studiato per garantire il benessere delle persone sono i must nella scelta di un nomade digitale in città. E il co-working può diventare non solo una soluzione per avere una scrivania all’occorrenza in ogni città, ma anche un modo per fare networking e costruire relazioni, o incontrare in modo informale i clienti per un brunch.

Anche senza un vero ufficio, insomma, la sede fisica del nomade digitale si espande e si modella intorno alle sue necessità: lounge, biblioteca, palestra, cafè, terrazza, sala conferenze.

Nell’area ristoro si completa l’ultimo task prima della riunione: il cliente lì con noi e uno dei collaboratori in video conferenza da Roma, per coordinare il kick off dei lavori.

L’atmosfera è informale, ma professionale al tempo stesso. Il selfie di rito da postare su Instagram, sancisce l’inizio ufficiale delle nuove attività!

nomadismo digitale

Credits: Copernico

L’ultimo check serale prima di partecipare agli eventi in giro per la città

Grazie al wi-fi veloce la giornata lavorativa diventa ancora più veloce e adatta al work-life balance. C’è il tempo di passare in libreria a cercare il libro appena uscito sul Growth Hacking prima di tornare a casa, poi un rapido check delle scadenze e degli obiettivi della giornata.

Dopo aver aggiornato le schede di Trello e aver fornito gli ultimi aggiornamenti su Slack al team, è tempo di uscire di nuovo per partecipare ad uno degli eventi che animano continuamente la città e che si possono perdere perché sono sempre l’occasione per entrare in contatto con nuovi clienti o ampliare il proprio network.

vision-0_00

Credits: Copernico

Nomadi digitali anche in città

Sono sempre di più i professionisti che si spostano per lavoro, non sempre nel mondo, ma anche solo di città in città, tanto che secondo alcune previsioni i nomadi digitali a livello mondiale potrebbero essere secondo almeno un miliardo già entro il 2035, complice la felssibilità lavorativa, la pervasività delle tecnologie, la capillarità delle reti Wi-fi e degli smartphone, i sistemi di pagamento elettronico e le applicazioni che permettono di coniugare mobilità e attività professionale.

Il segreto per scegliere questo stile di vita è trovare un nuovo luogo di lavoro, un posto che possa essere ristorante, parco e anche palestra all’occorrenza, un ambiente in cui sentirsi a casa, ma in cui si sia sempre circondati da un contesto stimolante e creativo.



Source link

Come aumenta la produttività aziendale con lo smart working


Dal telelavoro, al nomadismo digitale, allo smart working, nuovi modi di lavorare nati grazie alla diffusione della tecnologia che permettono al lavoratore di poter lavorare a casa o su una spiaggia caraibica responsabilizzandosi nell’organizzazione del tempo.

Prima di aprire il tema smart working chiariamo la differenza tra le tre diverse pratiche lavorative che abbiamo appena citato.

La prima, il telelavoro, fa riferimento alla pratica in cui il lavoratore lavora principalmente da casa o da una filiale dell’ufficio grazie all’utilizzo della tecnologia.

Quando, invece, si parla di nomadismo digitale, non possiamo non citare il manifesto di questo movimento indipendente, che definisce i nomadi digitali come: “tutte le persone che desiderano rendersi indipendenti per lavorare ovunque nel mondo”.

Infine si parla di smart working quando esiste un rapporto lavorativo normato che risponde alle regole di un contratto di lavoro vero e proprio in cui il lavoratore subordinato può lavorare senza vincoli tempo-spaziali per il raggiungimento dell’obiettivo aziendale.

Il curriculum dello smart worker (e i dati di crescita)

smart working1

Il lavoro agile (o smart working) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività”. Così inizia la legge n. 81/2017 che in Italia regolamenta in modo definito il rapporto di lavoro definito, appunto, come smart working; una norma che impone al datore di lavoro, in contatto con uno smart worker, di garantire lui lo stesso trattamento rispetto ai lavoratori tradizionali sia a livello di compenso che di tempistica contrattuale.

Lo smart worker, quindi, potremmo definirlo come un collaboratore a distanza, che, grazie alla tecnologia 2.0, è in grado di svolgere i suoi compiti fuori dal classico ufficio potendo organizzarsi al meglio il tempo, gli spazi e l’orario di lavoro con vantaggi a livello di gestione del tempo e della produttività, oltre che ad un risparmio di costi in ambito spostamenti e trasferte e ad un miglioramento della vita personale.

Se questa modalità di lavoro è partita un po’ in sordina, anche a causa della diffidenza delle consolidate gerarchie aziendali, nel 2017, in Italia, lo smart working ha subito una crescita del 14% degli impiegati raggiungendo quota 300 mila addetti.

In ambito europeo, Olanda ed Inghilterra sono stati i Paesi pionieri soprattutto, ovviamente, se si guarda alle big company; ad oggi in tutta Europa la percentuale dei lavoratori smart si attesta al 17%.

Infine, per la zona Extra Europa gli Stati Uniti vincono il premio come stato più smart con una percentuale di lavoratori impiegati in questa modalità del 20%, percentuale cresciuta in termini di ore lavorate in modo flessibile del 78% tra il 2007 e il 2014.

Ovviamente la pratica di smart working non può essere applicata a tutti i settori e a tutti i lavoratori: in alcuni casi la componente fisica del lavoro è ancora maggioritaria e non tutti i membri di un team possono realisticamente essere coinvolti in un sistema di lavoro agile ed indipendente. Ecco perché la dose di organizzazione e autogestione è fondamentale.

LEGGI ANCHE: Cosa significa (davvero) smart working e quali dovrebbero essere le caratteristiche fondamentali

I motivi del sì e del no

smart working2

Covo di stimoli e di autorealizzazione con una forte base di tecnologia applicata, ecco come potremmo definire lo smart working in poche parole; sì perché aver la possibilità di lavorare a casa o in un qualsiasi altro luogo fuori dall’ufficio potendo gestire al meglio il tempo e gli impegni è il sogno di ogni lavoratore.

Come in ogni cosa, però, non va dimenticato che anche in questo ambito ci saranno due facce della medaglia che dividono le platee tra il sì e il no quando si parla di questa modalità di lavoro.

Partiamo con i punti a favore.

  • Incremento di flessibilità ed auto organizzazione del tempo: la facoltà di poter conciliare al meglio impegni e lavoro. L’unica cosa richiesta è il mantenimento del focus sull’obiettivo e sul risultato.
  • Risparmio dei costi di trasferta e di trasporto, sia da parte del collaboratore che dell’azienda che a questo punto avrebbe bisogno di una sede più piccola.
  • Miglioramento della qualità della vita del lavoratore e del profitto aziendale, si sa che un collaboratore più motivato e felice è anche una risorsa più produttiva.
  • La possibilità per un’azienda alla ricerca di nuove figure da inserire in organico di poter ampliare il range delle ricerche dei candidati potendo interloquire con loro anche a distanza.
  • Riduzione dello stress lavorativo e del traffico.

Ma, ovviamente, non possiamo dimenticare le pecche che lo smart working può portare con sé, timori che per tante aziende diventano il motivo per non cominciare ad attuare lo smart working.

  • Fine della demarcazione del confine tra vita personale e vita lavorativa, senza un orario di lavoro definito il rischio di “invasioni di campo” a livello temporale è molto alto, si rischia di non staccare mai.
  • Solitudine, senza colleghi intorno ed in pigiama tutto il giorno si rischia di perdere la propria capacità empatica e sociale stimolata, invece, nell’avere colleghi intorno.
  • Mancanza di controllo da parte dell’azienda sulla qualità e quantità di lavoro del collaboratore.
  • Difficoltà nello scegliere uno spazio di lavoro consono, quindi tranquillo in cui potersi concentrare, e possibili problemi con la connessione Internet o con i device tecnologici necessari.
  • Voler essere smart a tutti i costi. Come accennavamo prima non tutti i lavori e tutti i lavoratori possono collocarsi all’interno di un contesto di smart working e farsi attrarre soltanto dal vantaggio nella libertà della gestione del tempo potrebbe essere un grave errore.

LEGGI ANCHESmart Working: tutto quello che abbiamo scoperto visitando i nuovi uffici di Zurich a Milano

Gli strumenti necessari, oltre alla forma mentis

smart working3

Lo smart working è diventato realtà quando la tecnologia è stata in grado di supportarlo a pieno e senza ostacoli; ecco quindi che partendo da un buon pc o da un performante smartphone si è passati alla creazione di piattaforme di condivisione di informazioni e dati a sistemi di video-conference o di chiamata virtuale in grado di rendere più coesa anche l’organizzazione più ramificata.

LEGGI ANCHE: Smart working: le app e i tips per il lavoro agile

La tecnologia scende in campo non solo per favorire lo scambio di informazioni e la gestione del team di lavoro, ma anche, in modo fondamentale nel supporto allo smart working: no tecnologia no party, potremmo ironizzare.

Infine la vera rivoluzione è stato il passaggio dall’avere un pc (detto appunto Personal Computer) scrigno di dati ed elaborazioni personalissime, all’avere un computer che permettesse al lavoratore di accedere ad uno spazio cloud, sicuro e condiviso, a cui potersi connettere da ogni device ed in ogni luogo.



Source link

show