Anche in Europa si può fare startup, seguendo un modello diverso dalla Silicon Valley


Si è parlato a lungo di fuga di talenti, giovani e futuri startupper che hanno visto nella Silicon Valley la giusta scuola in cui sperimentare la propria idea di startup poiché patria degli attuali big, di idee embrionali ora conosciute in tutto il mondo, come Facebook o Google.

Ma di Mark Zuckerberg e di Larry Page ce ne sono solo due al mondo, e se vivi in Europa e vuoi fare startup è ora che tu ti metta in prima linea e che inizi a capire quanto la tua storia e il tuo territorio possano darti per creare la tua azienda.

Secondo alcuni studi, infatti, l’Europa può essere altrettanto fertile per la nascita dei nuovi business in termini di legislazioni e finanziamenti, ma anche in termini di capitale umano: un imprenditore europeo ha caratteristiche completamente diverse da uno statunitense per propensione al rischio, scelta di business o rapporto tra crescita e guadagno.

E ormai anche i casi di successo di startup europee hanno fatto storia: Spotify, Skype o SAP, solo per citarne alcuni.

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Credits: Depositphotos #185004548

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Mondo startup: le differenze tra Stati Uniti ed Europa

Le caratteristiche delle startup, ma anche delle aziende, statunitensi ed europee sono influenzate capillarmente dal continente da cui provengono e non solo a livello territoriale, ma anche culturale e valoriale.

Basti pensare al popolamento dei settori economici nei due territori; il più alto numero di startup americane si concentra nel tech, mentre nel vecchio continente le aziende popolano in modo più consistente il settore tradizionale con un’attenzione particolare al km 0 e all’utilizzo delle risorse vicine, disponibili e facilmente reperibili.

Sarà forse anche perché i Venture Capitalist sono meno rispetto ai grandi investitori americani?

Il settore di sviluppo, quindi, fa nascere in Europa startup che vogliono il più possibile risolvere i problemi della popolazione vicina, con servizi o prodotti basati sulla produzione locale e con un’area di influenza che parte dalla propria città per poi diffondersi sempre mantenendo alta l’attenzione per l’ecosistema locale. Ciò, comunque, non significa che il settore tech sia off-topic per le startup europee.

Quest’ultimo aspetto ci dà lo spunto per introdurre il tema dell’ecosistema, come un insieme di fattori geografici, storici e di popolazione che influenzano le aziende al suo interno. L’Europa, in tutta la storia antica e moderna, è stata la patria delle più grandi civiltà e delle più grandi innovazioni, con una storicità maggiore rispetto agli Stati Uniti, la cui storia conosciuta parte in tempi più moderni.

Ecco quindi che se nel secondo caso il tech è stato il primo settore di sviluppo per disponibilità di innovazione e di freschezza di ragionamento, per il vecchio continente tale settore sta prendendo piede in questi ultimi anni con una concentrazione maggiore in città cosmopolite come Berlino o Londra, ma che non ha paura di concentrarsi in hub anche distanti tra loro per un presidio territoriale, completamente in contrapposizione alla Silicon Valley considerata l’unico vero nodo delle startup innovative.

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Un’altra caratteristica che rende completamente opposti i due modi di fare startup riguarda la visione dell’azienda e del suo successo. In America, forse anche legata alla sua tipologia di economia, una startup deve raggiungere il successo in fretta, nel più breve tempo possibile, per dimostrarsi un’azienda in grado di rimanere sul mercato ed attrarre investimenti, con conseguenze positive nell’ambito degli investimenti, ma portando, anche ad un elevato tasso di fallimenti.

Per l’Europa invece, sempre legata alla piccola impresa e alla crescita graduale di un business, le startup modificano leggermente il paradigma tipico: hanno più tempo per essere messe alla prova e gli viene data la possibilità di crescere più lentamente, ma con basi solide in modo da poter portare risultati più costanti nel futuro. Questione di mentalità e di approccio, dunque.

Ultime, ma non meno importanti, sono le voci che riguardano gli investimenti, le leggi ed il rapporto con i dipendenti, aspetti da tenere in considerazione da ogni startup che voglia fare la storia.

Per investimenti si intendono capitali di rischio apportati all’interno del business, in USA questi soldi provengono per lo più da soggetti privati, ex imprenditori o fondi di investimento, che hanno l’obiettivo di supportare economicamente la startup in cambio di quote o parte degli utili; in Europa dei 19 miliardi investiti in startup nel 2017, la maggior parte proviene da enti governativi regionali o europei, il capitale privato rappresenta solo una minoranza, seppur in continua crescita.

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La legislazione impone, forse, vincoli più restrittivi per una startup. In Europa le leggi sono diversi di Paese in Paese e questo rende sicuramente più difficile per un giovane imprenditore aprire la sua azienda, ma ovviamente una volta aver superato l’esame, lo startupper europeo può affrontare tutto; le leggi USA, al contrario, sono generalmente abbastanza uniformi in ogni Stato e quindi rendono la vita facile agli imprenditori in erba.

Ultimo tema il rapporto con i dipendenti, risorsa base per la creazione di una startup di successo. Potremmo dire che il dipendente europeo sia più felice di quello americano e questo è dovuto alla maggior tutela che le leggi europee forniscono ai dipendenti nel vecchio continente, dagli orari di lavoro più leggeri alla tutela di ferie e permessi.

Startup Europe Ambassador, il programma Made in EU a supporto delle startup

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Ovviamente è importante notare che le differenze di territorialità non riguardano solo Stati Uniti ed Europa, ma anche Europa dell’Est ed Europa dell’Ovest, territori a lungo contrapposti e divisi da regimi economici e politici opposti che hanno quindi lasciato sviluppare tessuti economici differenti.

In poche parole possiamo dire che fare startup ad Ovest è più simile a un modello di sviluppo statunitense, improntato al capitalismo e alle regole di mercato, ma con maggiori difficoltà per gli startupper in favore di chi è impiegato in grandi realtà; al contrario, facendo startup in Europa dell’Est, è più meritevole chi si sporca le mani, ma ci si trova davanti ad una storia più recente e ad un business molto più tradizionale e tradizionalista.

Per ovviare a queste disparità e sostenere le startup europee, l’UE ha lanciato diversi programmi di finanziamento, come lo Startup Europe Ambassadors. Si tratta di un gruppo di associazioni e mentori che si impegnano a dare un sostegno alle idee non solo finanziario.

I cosiddetti ambassador avranno il compito di sostenere i neo imprenditori nella creazione e nello sviluppo di un’azienda sostenibile partendo dalla fase di mentoring fino al round di finanziamento vero e proprio. Oggi gli ambassador sostengono già 60 ecosistemi locali e 750 startup.

Al Venture EU spetta invece il compito di reperire i capitali da investire nelle aziende: è infatti un comitato composto da sei fondi di investimento che andranno a concentrare gli sforzi in Paesi differenti con l’obiettivo di raccogliere più di 2 miliardi da iniettare nel mercato europeo delle startup, portando così all’aumento del numero degli unicorni europei. Insomma un vero contrattacco al comparto startup statunitense.

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Case studies: le startup europee che hanno fatto scuola

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Quelle che non sono startup sono scaleup ed in Europa rappresentano 4.200 realtà solo nel campo tech e fintech (569 aziende) con Paesi nordici, Regno Unito, Irlanda, Germania e Francia che guidano la classifica.

I settori verticali su cui vale la pena tenere gli occhi aperti sono: blockchain, intelligenza artificiale, digital construction, insurtech, foodtech e fintech.

C’è qualcuno però che ha già raggiunto la vetta, da startup a impresa di successo, come Spotify, Candy Crush e Deliveroo.

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Spotify

La storia di Spotify parte dalla Svezia, dalla mente di Daniel Ek ed in realtà è il risultato di successo di quella che sembrava essere una storia di insuccesso.

Daniel, infatti, prima di Spotify aveva già creato ben due startup di successo, Advertigo e Tradera, vendute per qualche milione di dollari nel 2006. Come per ogni giovane la ricchezza gli aveva dato alla testa e dopo aver sperperato il suo patrimonio è voluto tornare in pista con l’idea di una startup che potesse dare accesso a tutte le canzoni del panorama musicale senza essere illegale; è nata così Spotify, che in breve tempo grazie agli sponsor e agli abbonamenti premium, ha potuto pagare i diritti d’autore agli artisti. La sua popolarità crescente gli ha assicurato nel tempo anche una partnership con Facebook. Oggi sfido chiunque a non usare Spotify, l’app che ha cambiato il modo ascoltare la musica online.

Candy Crush

Di storia più recente è Candy Crush, gioco puzzle nato nel 2009 dall’idea dell’italiano Riccardo Zacconi, oggi uno degli uomini più ricchi del globo, residente a Londra e a capo dello Sweet Capital (tanto per rimanere in tema di dolcezze) fondo di investimento per startup.

Candy Crush è solo il primo dei giochi dell’azienda King Corporation, business, appunto, impiegato nel settore dei videogiochi, o più propriamente videogiochi social. L’intuizione geniale dell’italiano è stata quella di integrare il suo gioco con Facebook per permettere agli utenti di sfidarsi o sostenersi con invio di vite extra per superare i livelli sempre più impervi del puzzle.

Oggi Zacconi ha un capitale invidiabile che sta investendo in fondazioni no profit per il sostegno all’infanzia e nelle startup più valide attraverso il suo fondo di capitali, ottenendo anche la soddisfazione personale di brevetto sulla parola Candy.

Deliveroo

Ultimo, anche per la sua storia cronologica è Will Shu con la sua Deliveroo, una delle aziende leader del settore food delivery con una crescita del 650% nel 2016.

L’idea, apparentemente banale, ma che sta spopolando, nasce dalla necessità di uno studente di ricevere del cibo a domicilio e ad oggi movimenta quotidianamente cibo e non solo nelle più grandi città del mondo. Il segreto del successo? Facile avere del cibo caldo e diverso ogni giorno direttamente a casa risparmiando sul tempo di cucina o per togliersi qualche voglia particolare.

L’azienda impiega circa 1000 persone solo nella sede centrale e conta diverse migliaia di fattorini sparsi in tutto il mondo, e a luglio ha stretto un accordo con TripAdvisor.

Per localizzarle puoi anche utilizzare la mappa delle startup europee qui.





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Chi di storytelling ferisce di storytelling fallisce. La “lezione” di Mosaicoon


Poteva diventare una favola. Un giovane videomaker che si inventa da zero un business (fortissimo) e dà lavoro a decine di ragazzi talentuosi come lui. Un’azienda nata (e rimasta) in Sicilia. Una startup che in un’Italia fanalino di coda per numero e qualità di investimenti in innovazione ce la fa a internazionalizzarsi e poi essere venduta a un gigante del calibro di Google o Facebook, oppure che si quota in Borsa, o anche solo che macina fatturato, crescendo poco per volta, e divenendo una Pmi solida. E invece il capitolo finale nella storia di Mosaicoon dovranno scriverlo liquidatori e giudici fallimentari.

Diciamolo subito: oggi scriviamo del fallimento dell’azienda di Ugo Parodi Giusino, ma molti “addetti ai lavori” – compreso chi scrive – sembrano aver perso di vista molte delle più promettenti e iper-raccontate startup destinatarie in questi ultimi 6 anni (ovvero dal cosiddetto “decreto Passera”, che di fatto ha dato avvio all’ecosistema startup in Italia) di investimenti, anche pubblici. E, siatene certi, non mancheremo, per quanto possibile, di iniziare a scriverne. Perché quando si parla di innovazione il giornalismo non può essere solo celebrativo o necrologico, scrivere di fatturato e non di utili et similia. In mezzo c’è un oceano, popolato di squali e pesciolini, su cui è bene fare un po’ luce.

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Il business model c’era (e anche la tecnologia)

La manualistica individua due-tre cause principali nel fallimento di una startup. Nel caso di Mosaicoon non è stato certo il business model. La community l’hanno creata davvero e, fino a un certo punto, ci sono stati davvero anche i numeri. Importanti.

I primi investimenti sono serviti per far crescere la base utenti e al tempo stesso diversificare il business. Nata come video marketplace per collegare brand e creativi, la startup palermitana aveva pensato anche ad aggiungere presto un ulteriore tassello imprenditoriale, ovvero collegare gli stessi brand (in qualità di inserzionisti) con i gestori di siti web, blog e magazine digitali, consentendo di monetizzare i propri contenuti mediante l’inserimento di video pubblicitari. Praticamente con il lancio di Plavid Mosaicoon chiudeva il cerchio, mettendo insieme sotto il suo network chi il video lo finanziava, chi lo realizzava e chi chi lo diffondeva.
E che non si dica, inoltre, che l’azienda di Parodi Giusino non abbia pensato a consolidare al contempo anche un asset tecnologico, perché non è vero. Mosaicoon ha affiancato al marketplace anche una piattaforma per l’analisi dei dati, elaborazione di strategie, misurazione delle performance. Nel merito della tecnologia, però, non possiamo scriverne, perché non lo abbiamo testato direttamente. Ma c’è, esiste. Sta sul mercato.

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Partire (troppo) in quarta

Ad ogni modo, di un fallimento stiamo parlando e, quindi qualche errore da analizzare ci sarà. Probabilmente più che gli eventuali errori ciò che non poco ha avrà contribuito ad affossare Mosaicoon è rappresentabile da alcuni eccessi. Un po’ come il giovane che ha paura di tradire le aspettative di famiglia, amici, e tutti coloro i quali lo hanno sempre descritto come bravo ragazzo e studente modello: avrà sempre un gran sorriso, anche se magari per anni non riesce a sostenere neanche un esame.

Quali possono essere questi errori? Probabilmente aver alzato troppo l’asticella. Certo, clienti e fatturato non mancano. Mosaicoon vedrà negli anni arrivare nel suo portfolio brand di primissimo livello quali Walt Disney, Land Rover, Barilla, Samsung, Vodafone, Italo, McDonald’s, Alitalia, Comune di Roma, Fastweb.

Così succede che, in un mercato digitale sempre più liquido, fatto di smart working e freelance che lavorano da casa, Mosaicoon decide di costruire, – fisicamente, letteralmente – il suo mito e investe nell’apertura a Isola delle Femmine di un campus modello Google: quattromila metri quadrati di fronte al mare. Pareti trasparenti, fatte di enormi cristalli, arredi Lago, altalene, mega divani e complementi di design, aree relax, palestra, finanche un orto aziendale. E poi uffici a Londra, Singapore, Nuova Delhi, Seoul, Milano e Roma.

Quando penso a quanta ostentazione sia insita in gran parte del mercato tecnologico nostrano mi piace ricordare a me stesso che Jeff Bezos, colui che oggi è l’uomo più ricco del mondo, nei primi anni di vita di Amazon non aveva comprato neanche le scrivanie, ma utilizzato delle vecchie porte in disuso, poggiate su dei cavalletti. Giusto per non raccontare sempre la solita storiella di Apple nata nel garage dei nonni di Steve Jobs (anche perché non è vera).

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Quel report (nato vecchio) del Financial Times

Dopo i primi 2 milioni e mezzo (tra gli investitori anche Intesa Sanpaolo), nel 2016 arriva un altro round, 8 milioni. Da lì è un pullulare di riconoscimenti, nomine, speech, eccetera.

Un anno dopo, a maggio 2017, il Financial Times censisce Mosaicoon nella lista delle mille aziende europee che crescono di più. La scaleup siciliana si trova al 517° posto in classifica, con una crescita delle revenue del 208%. Datela un’occhiata a quella lista! Noterete che era arrivata addirittura davanti ad aziende del calibro del colosso eCommerce tedesco Zalando (che in lista è alla posizione n.640), per dire.

I dati, però, vanno sempre letti bene. La classifica del quotidiano londinese, praticamente, era già nata vecchia: il periodo di riferimento analizzato è l’arco temporale che va dal 2012 al 2015. E il fatto che una delle testate più organizzate, influenti e ricche del mondo, un colosso che può contare su centinaia di giornalisti, analisti, esperti e che ha sempre fatto dei numeri la propria forza e autorevolezza, ci possa mettere addirittura un anno e mezzo ad analizzare l’andamento delle maggiori aziende europee potrebbe e, anzi, dovrebbe suscitare non pochi interrogativi in osservatori e operatori dell’informazione che quotidianamente lo usano come una delle principali fonti. Quanto meno per l’importanza che quei dati andranno ad avere nella successiva narrazione del mercato nel suo complesso. Perché? Semplice, perché diventano un precedente importante che si rischia di comprometterlo, il mercato. O, peggio, di “falsarlo”: pensiamo agli effetti sulle aziende quotate in Borsa, per esempio.

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Non ci è dato sapere se e quanto abbia influito, seppur indirettamente, quella classifica sull’ultimo anno di Mosaicoon. La sensazione, banalmente, è che pare abbia contato più quella presenza in classifica che i bilanci dell’azienda dell’ultimo triennio. Così, a settembre 2017 il founder e CEO di Mosaicoon è ammesso nella rete di Endeavor Italia, l’organizzazione internazionale che promuove lo sviluppo economico attraverso il supporto di imprenditori ad alto potenziale. E un mese più tardi la sua azienda, stando a quanto dichiarato alla stampa, è l’unico Marketing Partner italiano tra le 18 aziende scelte a livello globale da Facebook per i contenuti video.

Innestare il team in corsa. A fine, corsa.

Letto con il senno di poi, un altro campanello d’allarme, la mossa del “proviamo a giocarci tutto”: gli innesti nel team. Meno di quattro mesi fa, nel primo giorno di primavera 2018 Mosaicoon anncuncia due nuovi ingressi. Non si tratta di secondi livelli ma di prime, primissime linee, ovvero un nuovo CMO e un nuovo CFO, rispettivamente Josh Panzer e Marco Mazzarese. Praticamente, dopo il CEO, due delle quattro figure apicali più importanti in ogni azienda medio-grande.

Poche settimane prima addirittura Mind The Bridge, l’organizzazione basata a San Francisco presieduta da Alberto Onetti che fornisce servizi di consulenza per l’innovazione per aziende e startup e le collega con la Silicon Valley, aveva citato nel suo report Mosaicoon come una delle scaleup italiane “modello”.

Maledetto storytelling

Prima di scrivere questo articolo abbiamo provato a fare una ricerca un po’ più accurata su Google. Centinaia, migliaia di contenuti in cui si parla di Mosaicoon. Tanti sono campagne, prodotti video. Ovviamente. Molti sono articoli, comunicati stampa, interviste. Decine e decine di volte si parla della tech company palermitana su Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Rai, solo per citare alcuni media mainstream.

Mosaicoon oramai è famosa, e come lei anche il suo founder. Parodi Giusino è uno dei quattro “super coach” di B Heroes, il business talent di Fabio Cannavale realizzato da Boost Heroes, il fondo di venture capital nato dalle ceneri di Shark Bites, in collaborazione con Intesa Sanpaolo e Discovery Italia. In questi mesi abbiamo visto il CEO di Mosaicoon dare spunti e lezioni di business alle 32 startup che hanno partecipato al programma tv che promette 800 mila euro alla migliore di loro (nota per gli appassionati: il prossimo 7 luglio è prevista sul Nove l’ultima puntata del format, ma probabilmente è stata registrata prima che si apprendesse del fallimento).

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La lezione di Mosaicoon

Sì, è vero, Mosaicoon chiude i battenti e viene messa in liquidazione, decine e decine di talenti perdono il lavoro e la Sicilia dice addio per sempre a una delle più belle realtà imprenditoriali dell’ultimo decennio. Ma Ugo Parodi Giusino non può e non deve essere considerato “un fallito”: a lui va comunque dato atto di essere riuscito a fare moltissimo. Oggi non ha neanche quarant’anni e quando ne aveva 26 ha costruito dal nulla un’azienda, in terra di mafia e malaffare. Ha trattenuto (e riportato, in alcuni casi) talenti in Sicilia, dove è rimasto a vivere, e in questi 8 anni la sua impresa ha pagato le tasse in Italia e non – come altre scaleup italiane – a Londra o San Francisco. Di questo va reso pubblicamente atto.

Ha fatto degli errori, sicuramente. Tra questi forse, in ultimo, interpretare su scala imprenditoriale (suo malgrado) quel vecchio adagio secondo cui in Italia – specie nel digitale e nell’innovazione in genere – si possa essere pagati in visibilità.

E invece no: se per tre anni non cresci allora c’è un problema, perché la visibilità, i premi, le interviste, i comunicati, le comparsate tv, articoli e prime pagine che parlano di te e della tua azienda senza fare un minimo accenno ai numeri, o classifiche evidentemente troppo superficiali non potranno mai pagare, da soli, gli stipendi e le bollette, specie quando il mercato cresce ma il fatturato e gli investimenti, evidentemente, si sono fermati da un pezzo.

E la cosa che più fa male è il ragionevole sospetto che questa di Mosaicoon sia stata solo una delle prime slavine. Il peggio deve ancora venire.

@aldopecora

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Ascesa e declino di Mosaicoon, la (ex) startup che voleva fare la Sicilian Valley


Quasi dieci anni di attività per una startup che ormai non lo era più. Poi, un po’ inaspettata, è arrivata il 3 luglio la notizia della chiusura di Mosaicoon.

La parabola di questa società siciliana era stata presa come esempio di un’idea vincente, nata in un territorio difficile, e che era riuscita a farcela ad affermarsi, macinando successi e riconoscimenti nel corso del tempo. Non è andata esattamente così, però. Andiamo a ripercorrere le tappe principali dell’ascesa – e poi del declino – dell’azienda attiva nel settore del video marketing.

L’idea di Ugo Parodi Giusino

Siamo all’inizio degli anni Duemila e l’allora diciottenne Ugo Parodi Giusino mette su una casa di produzione video. Pian piano converte quell’attività al marketing per il web e nel 2010 nasce Mosaicoon.

L’idea è mettere a disposizione dei brand, anche quelli più affermati, un servizio che ottimizzi la comunicazione e realizzi delle campagne video efficaci, pensate per rimbalzare in rete. La concorrenza è molta, ma il founder crede nel suo progetto e sfida da Mondello i grandi competitor.

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Il fatturato e i finanziamenti crescono

Il business sembra andare bene e anche i risultati in termini economici lo confermano. Mosaicoon tocca i 3 milioni di euro di fatturato nel 2015. E attira l’interesse degli investitori, tanto che nel corso degli anni raccoglie 12,2 milioni di euro di finanziamenti, con un round di serie B – quello più consistente della sua storia – chiuso nel maggio del 2016 con nomi importanti tra i fondi per società innovative, come Vertis SGR e Rancilio Cube. Segno che importanti player credono ancora – e non poco – nell’attività dell’azienda siciliana.

La Silicon Valley in Sicilia

Già, la Sicilia. L’isola vede nascere questa azienda che nel 2016 sposta la sua attività in un avveniristico palazzo di vetro a Isola Delle Femmine, un piccolo comune siciliano in provincia di Palermo che si trova ad avere sul suo territorio una struttura che ammicca all’idea di una Silicon Valley da riproporre in salsa nostrana, la Sicilian Valley magari.

 

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I premi

L’impressione è che Ugo Parodi Giusino ce l’abbia fatta a far affermare un modello di innovazione made in Italy che nulla ha da invidiare ai grandi operatori del settore. Nel 2013 il giovane imprenditore riceve dal Presidente della Repubblica il Premio dei premi per l’Innovazione. E nel 2016 Mosaicoon viene riconosciuta società più innovativa d’Europa agli Stevie Awards (International Business Awards). Nel dicembre di quello stesso anno ottiene anche il Premio Demattè Private Equity of the Year a ulteriore conferma di un successo che sembra inarrestabile e che in sei anni porta i dipendenti da 3 a 100 e all’apertura di diverse sedi in giro per il mondo, tra Seoul, Londra, Londra, Milano, Roma.

La scalata si ferma

Con questi numeri e questi risultati Mosaicoon è ormai una scaleup che si affaccia al mercato internazionale, pur mantenendo ferme le sue radici nel Meridione d’Italia. All’inizio del 2018 Mind The Bridge e Startup Europe Partnership la individuano tra le scaleup modello del sistema italiano.

Eppure qualcosa si rompe in questa scalata che sembra perfetta. Ugo Parodi Giusino non ha precisato i motivi della chiusura e ha accennato solo ad alcuni errori fatti alla guida della sua creatura in questi anni. Il 3 luglio del 2018 Mosaicoon scrive la parola fine sulla sua avventura. A casa i suoi 100 dipendenti con il loro sogno di aver contribuito a creare in Sicilia un pezzo di Silicon Valley.



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