Breve storia di Boston Dynamics e dei suoi sbalorditivi robot


Non bisogna essere complottisti o paranoici per rimanere meravigliati dall’ultimo video rilasciato dalla Boston Dynamics, “Parkour Atlas“. Atlas, il protagonista della clip, non è uno sportivo, né tanto meno una persona: è un robot, fatto di metallo e circuiti, e sì, nel video fa proprio parkour.

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Con una fluidità di movimenti che farebbe invidia a molti di noi, lo vediamo correre, saltare un tronco d’albero, saltare su scalini di 40cm ciascuno, utilizzare un solo piede per bilanciarsi, e i muscoli di una sola gamba per saltare di gradino in gradino fino alla cima. Manca solo un inchino finale per il pubblico, ma i robot non hanno bisogno di applausi: Atlas salta perché è stato programmato per farlo, non per impressionare i suoi fan.

Guardarlo in questa performance ha un effetto straniante: da una parte il nostro cervello lo osserva come guarderebbe uno film di fantascienza di un passato non troppo lontano, in cui i robot fanno cose straordinarie. Dall’altra parte ci rendiamo conto con un po’ di sconcerto del fatto che in realtà non è un film di fantascienza. La scienza ha superato la fantasia. Ed è solo l’inizio, dato che un nuovo capitolo della Boston Dynamics è appena iniziato, con l’acquisizione della società nel 2017 da parte di un’azienda giapponese, la SoftBank.

Come siamo arrivati fin qui e dove stiamo andando? Ecco, per rispondere a queste domande è interessante guardare all’albero genealogico della famiglia robotica Boston Dynamics.

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Boston Dynamics: dalla preistoria a Parkour Atlas

Era il lontano 2005 quando la Boston Dynamics sfornò il suo primo nato. Si chiamava BigDog ed era più un quadrupede (come tutti i bambini, anche i robot di Boston Dynamics hanno iniziato gattonando).

Il suo scopo era quella di fare il “mulo”, ovvero aiutare i soldati nel trasporto di oggetti su terreni accidentati dove robot tradizionali con ruote o cingoli non sarebbero potuti arrivare.

È stato salutato come “il robot con le gambe più ambizioso del mondo”, e in effetti non avevano tutti i torti, visto che trasportava 150 kg ad un massimo di 6 km/h e su pendenze fino a 35 gradi. Se pensiamo che stiamo parlando dello stesso periodo della nascita di Facebook, siamo veramente nella preistoria per la nostra percezione tecnologica.

La secondogenita fu Cheetah, che dal fratello più grande aveva ereditato il numero di gambe, ma che lo batteva in velocità: era in grado di correre a 45 km/h (ovvero 13 m/s), galoppando ad una velocità che gli occhi fanno fatica a seguire.

Poi arrivò LittleDog, che prendeva tutte le caratteristiche del primogenito ma le conteneva in un corpo molto più piccolo: un concentrato di tecnologia e innovazione.

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Nel 2016 alla famiglia quadrupede si è aggiunto un altro elemento, SpotMini, un mini-robot che pesa solo 25 kg e che ricorda in modo inquietante i cagnolini robotici comparsi in Black Mirror, nella puntata “MetalHead”. Quest’ultimo modello ha battuto tutti anche in abilità social, visto che il suo video ha raggiunto in poco tempo la prima posizione su YouTube, con oltre 2 milioni di views.

Da lì, il grande salto. La Boston Dynamics ha lanciato il suo primo bipede. Dalla scimmia all’uomo, verrebbe da dire.

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Uomini robotici e robot umanoidi

Si chiama PETMAN ed è un manichino creato per testare le tute di protezione da agenti chimici, ma in realtà vedendolo camminare tutto bardato la cosa pazzesca è proprio che potrebbe tranquillamente sembrare un uomo, solo con qualche difficoltà di deambulazione.

E qualche anno dopo, è nato anche il membro più maturo della famiglia: lui, Atlas. Oggi (dopo circa due anni) lo vediamo fare esercizi ginnici con estrema scioltezza, ma ci sono voluti anni e anni di studi, sperimentazioni, piccoli miglioramenti per arrivare a questo risultato. All’inizio anche Atlas doveva fermarsi prima di ogni passo difficile, per capire come superare un ostacolo con la sua serie di calcoli matematici.

Poi è arrivato a fare salti pazzeschi, persino un perfettamente eseguito backflip con tanto di gesto di vittoria alla fine, ma sempre con la spinta di entrambe le gambe.

Oggi invece Atlas è adulto e ha imparato a bilanciare il peso del suo corpo, a ragionare già mentre esegue i movimenti, senza fermarsi, a superare ostacoli saltando con solo una parte del suo corpo. Non gattona, anzi, insegna le basi della ginnastica ritmica a tutti.

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I prossimi sviluppi dei robot

Abbiamo capito chi sono, da dove vengono e come sono arrivati qui. Quello che non ha ancora risposta è dove stiano andando.

A cosa serve un robot che fa parkour o che sa fare un backflip? O un cane che solleva 150 kg?

Il primo utilizzo – è ovvio – è quello militare. Solo dopo potranno venire le più disparate applicazioni civili e magari ludiche. Così come per i droni, queste creature hanno una propensione naturale per la guerra. Ma, per questo scopo, saper fare un salto mortale o meno non cambia molto.

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Allora perché la Boston Dynamics continua a dilettarci con questi video? Perché insegnare ad Atlas trucchi più da circo che da battaglia? Non lo sappiamo, così come non sappiamo quale sia la cifra a cui Boston Dynamics è stata venduta ai giapponesi. Possiamo solo ipotizzare che per ora si tratti di una sorta di addestramento verso calcoli e funzioni sempre più complesse, ma non ci resta che aspettare e stare a vedere per scoprirlo.

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Abbiamo passato una notte al Robot Hotel a Chengdu, in Cina


Questo articolo è stato scritto da Erica Giopp, Chinese Luxury Travel Expert

Questa è una storia di Cina e tecnologia, di turismo e innovazione, ma soprattutto di grandi aspettative e delusioni.

Una storia che inizia a luglio con un articolo, letto distrattamente, che parlava del primo hotel al mondo senza personale, in Cina. In poche parole, un Robot Hotel appena aperto a Chengdu, nella provincia del Sichuan.

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La notizia ha subito attirato la mia attenzione e, non appena è capitata l’occasione di passare per Chengdu, non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di prenotare una stanza per me e una mia amica nel rinomato hotel.

Robot Hotel in Cina: il check-in

Siamo arrivate all’ingresso del Robot Hotel di Chengdu a mezzanotte. La mia amica del posto aveva prenotato una stanza attraverso WeChat, registrando il suo documento d’identità (sì, solo il suo…). 

Abbiam ricevuto da WeChat il codice che permette l’apertura della porta principale e subito davanti a noi si è aperta la reception, o meglio: una micro reception ridotta a due schermi sui quali scansionare i nostri documenti per finalizzare il check-in e accedere alla nostra stanza.

Appena iniziato il processo di scansione, però, il terminale si è bloccato: il mio passaporto, infatti, non veniva riconosciuto dal sistema automatizzato. In assenza di personale “fisico” a cui rivolgerci, abbiamo contattato nuovamente il servizio clienti di WeChat che ci ha velocemente rassicurato inviando l’assistenza.

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Finalmente arriva un robot!– esclamo sicura e un poco emozionata, rivolgendomi alla mia amica.

Spunta in quel momento, in cima alle scale, un giovane ragazzo, il classico portiere di notte degli alberghi a tre stelle sulle tangenziali, di quelli che accolgono gli autisti dei pullman sfiniti dalle giornate di pellegrinaggi dei turisti cinesi verso il The Mall di Firenze.

In un mandarino discutibile, il ragazzo chiede di vedere il mio passaporto; quindi lo esamina con cura (e al rovescio) e ci comunica un nuovo codice per aprire la porta della stanza.

Check-in effettuato! Che tempi lunghi per una struttura totalmente automatizzata! 

Come sono le stanze del Robot Hotel

Trasciniamo la valigia su per le scale (hai letto bene, niente ascensore nel Robot Hotel 5.0) ed entriamo in camera.

L’arredamento non è esattamente in puro stile Fengshui come ci si potrebbe aspettare: una cura non esattamente puntuale del servizio di biancheria, una comunissima moquette sul pavimento e anche un bagno… senza porta! Ormai è un po’ tardi per scomporsi e pensare a delle alternative e, chi ha il piacere di viaggiare spesso in Cina, sa che è possibile trovare sistemazioni peggiori, dunque ci sistemiamo e ci accomodiamo.

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In effetti, la mancanza totale delle porte tra le stanze ci ha permesso di conversare comodamente senza alzarci dal letto, ma una domanda continuava a rimbalzare tra le pareti della mia scatola cranica: “Come mai in un Robot Hotel non ho ancora visto nemmeno un robot?”.

Ho iniziato a mettere seriamente in dubbio le indicazioni reperite online su Baidu e la mia comprensione del cinese: “Domani controlliamo in rete, buonanotte!”, ho concluso la conversazione prima di spegnere la luce per riposare.

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Ok, ma come si spegne la luce in un Robot Hotel? In quella stanza completamente illuminata a giorno, trovare un banalissimo interruttore ON/OFF sembrava impossibile.

Un robot hotel senza robot

Dopo diversi, inutili e a tratti esilaranti tentativi, non ci è rimasta altra possibilità che contattare nuovamente lo staff di WeChat, inviando la nostra richiesta d’aiuto: “Stanza 13080, non riusciamo a spegnere la luce, aiuto!!!”. E loro, pronti: assistenza in arrivo!

Inutile domandarselo: neppure ora si trattava di un robot, di un automa, di un androide, un computer con le gambe, una calcolatrice con le ruote. Nulla: anche questa volta un ragazzino mezzo addormentato ha bussato alla nostra porta con la soluzione al problema della privazione del sonno.

“State ferme a letto e le luci si spegneranno da sole dopo pochi minuti”, ci ripeteva mentre lo fissavamo con aria poco convinta.

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Poco fiduciose della riuscita gli chiediamo di rimanere fuori e di attendere il nostro grido, “OK”, per confermargli che tutto fosse andato a buon fine. Distese, immobili e trattenendo il respiro per tre minuti, riusciamo nella magia di far spegnere l’illuminazione.

E subito scatta in me la gioia: “Ooookeeeeyyyy!!!”, urlo alzando le braccia, esultando in segno di vittoria. E sì, immediatamente si riaccendono le luci. Per vivere in Cina ci vuole esercizio. Esercizio e autodisciplina.

Unmanned intelligence hotel non significa Robot Hotel

Mi sono addormentata pensando alla grande differenza fra un hotel automatizzato e uno robotico tipo Star Wars, come nel mio immaginario.

In effetti, l’insegna all’ingresso recita 无人智慧酒店, cioè “unmanned intelligence hotel”.

Quella notte ho sognato che C3-PO mi avrebbe portato la colazione a letto, ma quando mi sono svegliata per andare al bagno, ho illuminato l’intero piano, svegliando praticamente tutti.

A quel punto ci ributtiamo nella mischia, cerchiamo informazioni e proviamo a saperne di più su questo Robot Hotel di Chengdu. Come in una classica puntata di Black Mirror, siamo al centro della tecnologia che non riusciamo a gestire.

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Fonte: Ctrip

E la cosa si fa davvero misteriosa, come da copione: a parte un comunicato stampa che annuncia l’apertura del Robot Hotel, niente di molto esplicativo. Il link presente nel comunicato, indirizza direttamente al canale di prenotazioni, senza passare dal sito della struttura.

Anche un rapido check tra i contatti locali dà esito negativo: nessuno di loro ha mai sentito parlare di questo fantomatico (a questo punto) robot hotel.

Abbiamo passato così la notte, fino all’orario di colazione (non inclusa nei servizi). La portineria non c’è: è infatti sostituita da armadi automatici nei corridoi dove è possibile depositare i bagagli e recuperarli dopo 24 ore. La procedura è semplice: la serratura si blocca e si sblocca con la scansione di un QR code. Che non funziona!

Prima che io tornassi a chiedermi “Ma allora i robot?”, l’addetto al customer service di turno, sempre diverso ma sempre ugualmente assonnato, ha risolto il problema. Via, prima che si blocchi di nuovo anche la porta!

Epilogo

Abbiamo poi scoperto che la stessa catena di hotel dispone di un paio di robot antropomorfi nelle sedi di Shenzhen, che accompagnano i clienti alle camere o trasportano acqua e asciugamani ma a Chengdu, nonostante la struttura abbia aperto a gennaio, i camerieri robot non erano ancora arrivati.

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Sembra che molti degli hotel a 5 stelle in Cina abbiano già personale robotico in reception: si tratta di macchine statiche che assistono i clienti durante le procedure di check-in e check-out, ma non si tratta di una tecnologia diffusa, al momento.

Nel frattempo giovani ragazzi cinesi improvvisati concierge passano le notti insonni per assistere analogici clienti tra interruttori della luce e QR code non funzionanti, in un imbarazzante tentativo di stare al passo con i discutibili cambiamenti dei propri tempi.





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10 progetti di robot che ti salvano la vita


In Italia, nel 2017, sono stati 17.462 gli interventi di chirurgia robotica con un incremento di oltre il 14% rispetto al 2016. L’Urologia copre il 67% dell’attività, seguita da chirurgia generale 16%, ginecologia 10%, chirurgia, toracica 5%. Sono numeri recenti, presentati all’IFO Regina Elena di Roma alla fine di settembre in occasione dell’arrivo del nuovo robot Da Vinci, che ci aiutano a capire come la robotica e in particolare la robotica per la salute sia un settore in rapidissimo sviluppo. La robotica avrà un’area dedicata della Maker Faire Rome 2018 (in programma dal 12 al 14 ottobre alla Fiera di Roma, iniziativa, organizzata dalla Camera di Commercio di Roma, attraverso la sua Azienda speciale Innova Camera) curata per il secondo anno consecutivo da Bruno Siciliano, docente di automatica all’Università Federico II di Napoli. Ma di robotica si parlerà anche in tre approfondimenti.

Opening Conference. Il centro Icaros (Centro Interdipartimentale di ricerca in chirurgia robotica) dell’Ateneo della Federico II di Napoli, diretto da Bruno Siciliano, è il luogo delle sinergie tra pratica clinica e chirurgica e la ricerca sulle nuove tecnologie per la chirurgia assistita da computer e robot. Nei laboratori di Icaros tre sono i progetti sulla robotica chirurgica e di assistenza. Di questo si parlerà a Robots 4 Health, venerdì 12 ottobre alle 10.30, nel corso della Opening Conference, l’appuntamento che apre la Maker Faire.

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Maker Faire Rome

1. Musha

Musha è il primo dei 3 progetti di Icaros e ha l’obiettivo di mettere in campo un dispositivo chirurgico a tre dita di 2.5 cm per gli interventi minimamente invasivi, mani robotiche e protesi antropomorfe.

2. Il sesto dito robotico

L’interesse sociale della robotica medica non potrebbe non essere alto quando si riesce a restituire al paziente una funzionalità perduta per sempre. È il caso del team di ricerca del SIRS Lab (Siena Robotics and Systems Lab), diretto da Domenico Prattichizzo, che ha messo a punto un dispositivo indossabile, chiamato il sesto dito robotico, studiato e impiegato per la compensazione delle funzionalità della mano nei pazienti colpiti da ictus in stato cronico.

3. Diagnostica

Un altro aspetto riguarda lo screening e l’intervento precoce. A questo tema si dedica da anni Alberto Arezzo, professore presso il Dipartimento di Scienze Chirurgiche dell’Università di Torino, affiancandosi a ingegneri e fisici per la realizzazione di generazioni future di strumenti per la diagnostica e il trattamento chirurgico delle neoplasie del colon-retto.

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Drones beyond the hobby. I robot ci salvano la vita anche quando ci aiutano a non finire in ospedale. E’ il caso della robotica aerea e in particolare di droni di nuova generazione, sofisticati quadricotteri con arti incorporati con l’obiettivo di rendere l’ispezione e la manutenzione di grandi strutture industriali e non, un’operazione senza rischi per l’uomo. Di questo si parlerà sabato 13 ottobre alle 15 (sala Aurelia).

4. Droni tattili

Saranno presenti Anibal Ollero che con il gruppo di ricerca CATEC, tra i più importanti in Europa per lo sviluppo di tecnologie per droni, è stato insignito del premio “Innovation Radar Prize” per Aeroarms. Il progetto, finanziato dall’Unione Europea, ha previsto lo sviluppo di droni per ispezioni industriali che consentono all’operatore di vedere l’area d’interesse ma anche intervenire grazie alle capacità sensoriali tattili.

5. Il progetto Sherpa

Previsto l’intervento di Lorenzo Marconi (Alma Mater Studiorum Università di Bologna), che è stato coordinatore del progetto SHERPA per la realizzazione di un sistema a servizio dei soccorritori basato sull’uso di droni che localizzano i dispersi in valanga, e che oggi è responsabile di Airborne, un’estensione del progetto precedente che porta avanti il duplice obiettivo di migliorare il prototipo di Sherpa per renderlo industrialmente realizzabile in serie e creare una rete di servizi di soccorso basata su questa nuova tecnologia.

6. Il primo robot aria-terra

Drones beyond the hobby previsto anche l’intervento di Juha Roning e Vincenzo Lippiello, rispettivamente Università di Oulu e Napoli Federico II, che con il progetto Hyflyers svilupperanno il primo robot dalla mobilità ibrida, aria e terra, con cui raggiungere siti dove nessun altro robot può accedere riducendo anche l’esposizione del lavoratore alle condizioni
di lavoro che presentano rischi.

7. Eden2020

Robots: with, within and among us. Ma i robot sono progettati anche per essere indossabili, per riacquisire abilità perdute, nelle operazioni di salvataggio, nelle sale operatorie, nello spazio, nelle case, tanti sono gli ambiti di applicazione e diversi i pregiudizi e la disinformazione che circola in parallelo. Questo è il tema di Robots: with, within and among us, terza conferenza sulla robotica alla Maker Faire Rome 2018, in programma domenica 14 ottobre alle 10.30, sala Aurelia, anche un’occasione per di confronto sullo stato dell’arte della robotica in Europa, America, Asia, oggi e domani. Ci sarà Giancarlo Ferrigno, Politecnico di Milano, con i progetti di ricerca europea sulla chirurgia robotica, come Eden2020 per lo sviluppo di standard di riferimento per la diagnosi in una sola seduta e il trattamento minimamente invasivo in neurochirurgia.

8. SMARTsurg

Verrà presentato anche SMARTsurg, un sistema per la robotica di assistenza attraverso strumenti chirurgici antropomorfi, un esoscheletro di mano indossabile con retroazione tattile per controllare gli strumenti chirurgici, occhiali intelligenti da
indossare per la realtà aumentata e ricostruzione 3D del campo operatorio.

9. Robogames

E ci sarà anche spazio per il gioco. Andrea Bonarini, Politecnico di Milano, presenterà la sua ricerca nel campo della Human-Robot Interaction in particolare dei Robogames, robot autonomi in veste di giocatori, e dei Theatrebot, robot-attori.

10. Robot World Cup

E Daniele Nardi, Sapienza Università di Roma, porterà alla Fiera di Roma Robot World Cup Initiative Robocup, progetto che vuole costruire una squadra di robot umanoidi completamente autonomi in grado di battere la squadra campione del mondo.





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LG vuole trasformare i lavoratori in uomini bionici (con robot indossabili)


È stata una delle novità più interessanti di IFA 2018, la fiera tecnologica d’Europa che è palcoscenico per la presentazioni di innovazioni e nuovi prodotti hi-tech.

LG, dopo aver presentato le novità in arrivo legate al mondo delle sue televisioni e degli smartphone, ha espresso il suo impegno e la sua volontà di  diventare nei prossimi anni leader nella produzione di robot in grado di migliorare il mondo del lavoro rendendolo.

Chi conosce e segue l’azienda non resterà stupito di fronte a questa notizia: è cosa nota che LG da tempo si stava muovendo con importanti investimenti nel campo della robotica, sforzi economici che abbiamo visto finalmente materializzarsi in occasione dell’IFA 2018 in cui è stato ufficialmente presentato il prototipo del suo primo robot human centric indossabileCLOi SuitBot.

LG CLOi SuitBot, il primo robot indossabile

L’ambizioso CLOi SuitBot altro non è che un esoscheletro robotico che a prima vista sembrerebbe trasformare chiunque lo indossi in RoboCop, in realtà è stato progettato per supportare  e migliorare i movimenti delle gambe di chi lo utilizza.

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Ciò vuol dire che con l’ausilio di questa tecnologia i lavoratori potranno sollevare oggetti più pesanti e intraprendere attività che normalmente non sarebbero stati in gradi di gestire da soli.

Il dispositivo è stato progettato in modo tale da renderlo facilmente indossabile. Il robot non solo si dimostrerà molto utile ma anche intelligente: infatti sarà in grado di analizzare i dati biometrici e i movimenti di chi lo indosserà per poi evolversi e migliorare nel tempo.

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Fonte @Techradar

Il Cto di LG, I.P. Park, ha dichiarato: “Il nostro CLOi SuitBot è molto utile in campo medico, in quanto può aiutare le persone che hanno difficoltà a camminare, ma la sua applicazione è fattibile anche nel settore industriale. Questi robot potrebbero contribuire ad aumentare la produttività dei processi di produzione aziendali, migliorare il controllo delle prestazioni e prevenire gli infortuni”.

LG CLOi SuitBot è stato sviluppato in collaborazione  con SG Robotics, azienda in cui LG ha investito lo scorso anno, che sviluppa sistemi che aiutano le persone a superare i limiti del proprio corpo, sia che si tratti di problematiche legate alla disabilità, sia offrendo supporto sul lavoro.

Un network di robot smart

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Il nuovo robot targato LG può tranquillamente lavorare in autonomia all’interno di un ospedale o di un industria, ma il suo valore aggiunto sta nella possibilità di connettersi con tutti gli altri robot LG, creando così un network smart alimentato dall’intelligenza artificiale.

Per LG il SuitBot non è il primo robot sviluppato, ha già dato vita ad altri esemplari che svolgono funzioni differenti: il Cart Robot che aiuta le persone a fare la spesa, il Cleaning Robot che fa le pulizie, il Serving Robot che serve il cibo. C’è poi una lunga serie di diverse aziende sviluppatrici di sistemi di Intelligenza Artificiale che hanno creato robot indossabili simili e esoscheletri.





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Questo simpatico robottino trasporta i tuoi bagagli in aeroporto (se voli con KLM)


Tempo di vacanze, tempo di viaggi. Che la tua meta sia a due ore da casa o che tu debba fare un volo transoceanico, c’è una cosa di cui non potrai fare a meno: la valigia, croce e delizia di ogni viaggiatore.

Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo dovuto scorrazzare i bagagli attraverso l’aeroporto alla ricerca del gate giusto. Ma, anche in questo caso, la tecnologia ci viene in aiuto. Almeno per quanto riguarda i clienti della Royal Dutch Airways (o KLM). Questa compagnia aerea ha, infatti, messo a punto il Care-E, un vero e proprio robot per il trasporto dei bagagli.

Il Care-E, che per ora rimarrà un prototipo in via di sperimentazione presso l’aeroporto JFK di New York e SFO di San Francisco, si presenta come un carrello autoguidato con tecnologia autonoma e intelligenza artificiale.

La compagnia aerea, in realtà, prevedeva di presentare il Care-E l’11 Luglio in occasione di un evento a Brooklyn, ma ha annullato tutto all’ultimo minuto (circa 12 ore prima). Questa scelta ha fatto aumentare lo scetticismo che già avvolgeva questo prototipo, ma rimaniamo fiduciosi riguardo la possibilità di vederlo in azione già da quest’estate.

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Un carrello per i bagagli dotato di intelligenza artificiale

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Come funzionerà? KLM prevede di posizionare questi robot subito dopo i controlli di sicurezza in modo che i carrelli possano avvicinarsi ai clienti per scansionare le carte d’imbarco. Fatto ciò sarà possibile caricare fino a due bagagli da circa 38 chili sul Care-E e questo li porterà direttamente verso il gate giusto. Potrà persino fermarsi nei negozi duty-free o aspettare mentre si usa il bagno.

Inoltre, Care-E sarà collegato a una API proprietaria per le informazioni sui voli e avrà accesso a un database GPS completo dell’aeroporto. Ciò significa che se il gate dovesse cambiare, il carrello lo saprà in tempo e modificherà il suo percorso.

Ovviamente questo test non è importante solo al fine di migliorare l’esperienza dei viaggiatori all’interno dell’aeroporto ma sarà un ottimo esperimento per quanto riguarda le interazioni non verbali tra macchine e umani. Infatti il Care-E, piuttosto che parlare, comunicherà tramite un’animazione facciale sul suo display a LED 4K.

Care-E si presenta come un concentrato di tecnologia. Infatti, un array di sensori LiDAR permette di evitare gli ostacoli annullando il rischio di urti con cose e/o persone. E dato che la KLM voleva garantire la totale sicurezza del suo carrello, sono stati inseriti un totale di 8 telemetri ad ultrasuoni (cinque sulla parte anteriore e tre sulla parte posteriore) per evitare collisioni periferiche.
A completare il tutto, una telecamera RGB-D che funge da scanner per la carta d’imbarco e gestisce il rilevamento e il tracciamento del corpo.

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La fase di test

La compagnia aerea olandese afferma che inizierà a testare il Care-E presso l’aeroporto internazionale di San Francisco in luglio e all’aeroporto internazionale John F. Kennedy in agosto. Purtroppo non ci sono ancora informazioni riguardo un lancio completo del Care-E, quindi, se sei impaziente di vedere in azione questo adorabile e intelligentissimo carrello, ti consigliamo di affrettarti per organizzare un viaggio oltreoceano.



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3 miti da sfatare sull’intelligenza artificiale e sui rischi che corriamo

Da Siri alle auto che si guidano da sole, l’intelligenza artificiale è tra noi e si sta evolvendo rapidamente. Accade spesso che, quando si parla di AI, questa venga associata ad un robot con caratteristiche umane, ma in realtà i suoi ambiti applicativi possono essere molteplici.

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L’intelligenza artificiale oggi è definita “debole”, in quanto essa è progettata per svolgere determinate funzioni,per esempio il riconoscimento facciale o le ricerche sul web: l’obiettivo  di molti ricercatori al lavoro su questa tecnologia è quello di sviluppare un’intelligenza artificiale “forte” in grado di superare gli esseri umani in quasi tutti i compiti cognitivi.

Quali saranno le conseguenze?

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La progettazione di sistemi  AI più intelligenti può portare a degli sviluppi decisivi in numerosi settori, correndo il rischio di lasciare l’intelletto umano molto indietro.

Nonostante la creazione di una super intelligenza artificiale rappresenti un grande passo per l’umanità, utile (forse) a sradicare le guerre, la povertà e le malattie, molti esperti hanno espresso la loro preoccupazione riguardante l’incapacità di allineare gli obiettivi umani con quelli artificiali.

Perché l’intelligenza artificiale può essere pericolosa

Una gran parte dei ricercatori concorda sul fatto che un’intelligenza artificiale super intelligente non sia in grado di mostrare emozioni umane come l’amore o l’odio. Non ci sarebbe ragione, dunque, per aspettarsi che diventi intenzionalmente benevola o malevola.

Invece, quando si pensa a come l’AI possa diventare pericolosa, gli scenari possibili sono due: l’intelligenza artificiale potrebbe essere programmata per diventare pericolosa o potrebbe essere programmata per essere utile, ma sviluppare autonomamente un metodo distruttivo per raggiungere i suoi obiettivi.

Nel primo caso, l’intelligenza artificiale  può diventare estremamente dannosa: basti immaginare armi autonome, sistemi di intelligenza artificiale programmati per uccidere che, nelle mani della persona sbagliata, potrebbero facilmente causare vittime in modo massivo. Inoltre, una corsa agli armamenti di intelligenza artificiale potrebbe inavvertitamente portare a una guerra con conseguenze davvero disastrose.

Per non correre il rischio di essere intralciati dal nemico, queste armi potrebbero essere progettate per essere estremamente difficili da “spegnere”, così gli umani potrebbero facilmente perdere il controllo della situazione. Questo rischio è presente anche con una AI ristretta, ma cresce con l’aumentare dei livelli di intelligenza e autonomia dell’intelligenza artificiale.

Nel secondo caso, si corre il rischio che gli obiettivi artificiali non siano allineati con quelli umani: ad esempio, se chiediamo ad un auto intelligente di condurci all’aeroporto il più velocemente possibile, questa potrebbe eseguire letteralmente la richiesta, non badando a ostacoli o alla sicurezza. Uno scenario da film probabilmente, ma che l’intelligenza artificiale avanzata possa non avere le competenze giuste per comprendere gli ordini, è una preoccupazione reale.

I miti riguardo il futuro dell’Intelligenza Artificiale

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Ci sono controversie affascinanti su cui i maggiori esperti del mondo non sono d’accordo, come l’impatto di questa tecnologia sul mercato del lavoro; ci sono però anche molti esempi di sterili pseudo-controversie causate spesso da conclusioni troppo azzardate. Cerchiamo di chiarire insieme alcuni di questi “miti” che fanno a volte molto discutere sul futuro dell’AI.

Il primo mito riguarda il tempo: quanto ci vorrà prima che le macchine superino di molto l’intelligenza umana? Le due opinioni principali e contrarie utilizzano questo secolo come punto di riferimento: l’AI si svilupperà prima/dopo del 2100. La verità è che non ci sono dati che possano dirci con certezza il tempo che questa tecnologia impiegherà per arrivare al massimo della sua espressione: l’unica cosa che possiamo attualmente fare è prepararci già dal punto di vista della sicurezza, per prevenire i pericoli di cui parlavamo sopra.

Il secondo mito sostiene che gli unici a preoccuparsi degli effetti negativi dell’AI siano coloro che non ne conoscono davvero le potenzialità. Falso anche questo: anche i ricercatori più affermati che lavorano sull’Intelligenza Artificiale sono i primi a nutrire molti dubbi e preoccupazioni sul suo futuro.

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Il terzo mito è quello più discusso: le macchine non hanno obiettivi come possono averli gli umani. Sbagliato: l’intelligenza artificiale ha degli obiettivi e può svilupparne di nuovi, il problema è se questi siano più o meno allineati con quelli degli esseri umani. Facciamo un esempio: un ipotetico missile comandato dall’AI non ha forse l’obiettivo di uccidere, ma ha l’obiettivo di seguire le fonti di calore, poco importa se queste siano di animali, umani adulti o umani bambini.

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