Netflix testa le pubblicità fra gli episodi e gli iscritti si scatenano


Migliaia di “binger” di tutto il mondo hanno protestato fragorosamente dopo che le notizie su Netflix, che starebbe testando un sistema per introdurre advertising tra i video della piattaforma, hanno iniziato a diffondersi a macchia d’olio.

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Netflix vanta oltre 130 milioni di abbonati attivi in tutto il mondo e, probabilmente, non intende affatto peggiorare l’esperienza della visione degli spettatori, che per molti ha già tracciato un solco invalicabile tra la piattaforma di House of Cards e la fruizione classica dei programmi televisivi.

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Le ondate di protesta, tutte on line, potrebbero quindi essere ingiustificate perché le persone non hanno la minima idea di come funzionerà il sistema, in che modo verranno posizionati e proposti gli annunci e se possano, contrariamente a quanto pensiamo, arricchire la nostra esperienza utente.

Le polemiche su Netflix

La notizia dell’introduzione degli annunci tra un episodio e l’altro ha spinto molte persone a trarre conclusioni affrettate sull’avidità della compagnia.

Siamo bombardati da ogni lato da annunci pubblicitari, è vero, e le persone ormai “vanno in trigger” davanti a parole come annuncio o pubblicità.

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Netflix li userà per raccomandare altri spettacoli attinenti a quello che si sta seguendo (i classici articoli correlati che vediamo alla fine di ogni contenuto, anche sui giornali online).

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Come funziona l’advertising di Netflix

Il sistema di proposta degli annunci su Netflix si basa su sofisticati algoritmi di targeting comportamentale e segmentazione del pubblico; nulla a che fare, quindi, con le classiche interruzioni pubblicitarie all’interno di uno show.

Non c’è quindi bisogno di disperarsi per l’introduzione delle pubblicità su Netflix per i seguenti motivi:

  • Puoi “skippare” e ignorare le pubblicità
  • Le promozioni di altri contenuti durano solo 30 secondi
  • Attualmente, gli annunci ancora non ci sono: Netflix è tecnicamente senza pubblicità
  • Potresti non visualizzare nessuna promo
  • Le promozioni sono un test, potrebbero non diventare una caratteristica permanente
  • Se non hai accettato di partecipare a test di nuove funzionalità, probabilmente non vedrai gli annunci
  • La pubblicità potrebbe farti un favore e suggerirti una serie che ti piace.

Ha effettivamente senso proporre contenuti aderenti ai gusti di chi guarda Netflix: la pubblicità si trasforma in un miglioramento dell’esperienza.

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Un portavoce di Netflix ha affermato che le promozioni dovrebbero “ridurre significativamente il tempo che i membri trascorrono a navigare e aiutarli a trovare qualcosa che gli piacerebbe guardare, ancora più velocemente”.





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Affiliate Marketing, come funziona e perché sempre più gruppi editoriali lo usano


12 ore.

È questo il tempo che l’utente medio dedica ogni giorno alla fruizione di contenuti. Un tempo destinato ad aumentare di soli 18 minuti nei prossimi 5 anni, il che significa che l’attenzione umana, già praticamente satura, è il nuovo terreno di competizione per tutti i player, fuori e dentro la rete.

Per descrivere il fenomeno in USA si è arrivato a parlare addirittura di “peak media”.

Il digitale è ovviamente il mezzo più usato per la fruizione del contenuto: un cambiamento reso possibile dall’ascesa di internet, che ha costretto non solo i merchant e i service provider ma anche i gruppi editoriali a ripensare il proprio modo di fare business.

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Perché quindi l’affiliate marketing?

Il fatturato pubblicitario derivante dalla stampa è infatti in calo costante dal 2012 e il duopolio di Facebook e Google ha reso necessario trovare strategie pubblicitarie alternative.

Ecco quindi perché sono sempre di più i gruppi editoriali che potremmo definire “tradizionali” che si stanno rivolgendo all’affiliazione, un business in continua crescita che vale oggi 13 miliardi di euro a livello globale (fonte: The Awin Report 2017/2018), per aumentare le entrate. Una scelta fatta anche per compensare l’inefficienza e la mancanza di risultati di altri metodi di monetizzazione standard, quali ad esempio gli annunci display, e in grado di arginare anche il crescente utilizzo degli ad blocker da parte degli utenti.

Tutto questo grazie a un semplice principio: la non invasività. Il lettore è sempre al primo posto e quello che gli si offre è un vero e proprio servizio; una lettura non solo interessante ma anche utile grazie a review di prodotto, gallerie di immagini e link ai siti dei brand che vendono l’oggetto del desiderio (il 43% delle vendite è influenzato da consigli e promozioni). L’obiettivo è trovare i prodotti giusti per i propri clienti, non viceversa. Lettori soddisfatti si trasformano in clienti felici e in una vittoria sia per il merchant che per il publisher. Grazie a tecnologie di tracciamento, il sito che ha originato il click dell’utente, l’editore appunto, riceverà una commissione commisurata alla vendita che ha generato.

Importante è ovviamente piena trasparenza e dichiarare quindi la finalità commerciale dietro questa attività, all’inizio o alla fine dell’articolo in questione: a differenza di quanto si pensa, gli utenti non hanno alcun problema a riguardo e anzi apprezzano contenuti ben fatti che aiutano a rimuovere quell’alone di incertezza che aleggia tutti gli acquisti effettuati online (“il prodotto che ho ordinato sarà come quello della foto? E se fosse di scarsa qualità?”). Il lettore saprà cosa compra ancora prima di ricevere il prodotto davanti alla porta di casa.

Gli stessi influencer d’altronde ci stanno abituando ormai agli hashtag #ad, #adv e #advertising all’interno di post e story.

All’estero troviamo tanti importanti nomi dell’editoria che già lavorano con network d’affiliazione come il Time, Telegraph, DailyMail, Independent e Business Insider. Grazie all’expertise acquisita sul mercato USA e UK infatti, da sempre precursori delle tendenze del digitale europeo, il network di affiliazione internazionale Awin ha già raccolto interessanti insight e best practice.

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 I dati dell’affiliazione

I gruppi editoriali che hanno iniziato a lavorare con l’affiliate marketing hanno registrato un aumento del 31% del traffico e una crescita del 53% delle vendite che hanno contribuito a generare tra gennaio – aprile 2017 vs. gennaio – aprile 2018. Un altro fattore rilevante è come l’utilizzo dei codici sconto all’interno dei propri contenuti aumenti notevolmente i tassi di conversione, che hanno raggiunto il 2,28%, a differenza di una media di settore dell’1% -2%. Interessante anche notare come lo share delle vendite effettuate via desktop e mobile sia praticamente 50-50 (con rispettivamente il 54% vs. il 46%), che aiuta a contestualizzare come vengono fruiti digitalmente i contenuti dei grandi editori. Per finire, i contenuti non conoscono limiti di tempo: gli articoli contribuiscono a generare revenue fino a 33 mesi dopo la loro pubblicazione, e senza costi aggiuntivi (SEO, baby!).

Anche in Italia ci si prepara a seguire queste orme e sono già attive le partnership con ViviMilano, Notizie.it, Consigli.it, Today.it e Il Post. Proprio con Il Post ad esempio è stato realizzato un articolo in occasione del Black Friday 2017, che ha coinvolto, tra gli altri, alcuni clienti del network Awin (Unieuro, eDreams, Euronics, La Feltrinelli), che hanno registrato un AOV di 131 euro.

Grazie all’expertise del gruppo, Awin fornisce consulenza a tutte le realtà che desiderano avvicinarsi al mondo della pubblicità personalizzata, aiutandoli a stabilire che tipo di contenuto scegliere e quali strumenti utilizzare per rendere più efficace l’attività di promozione.





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La differenza tra branded content e content marketing spiegata attraverso un esempio concreto


Informazione, intrattenimento, pubblicità sembrano concetti distanti, ma la realtà è che nell’ecosistema dei contenuti il confine diventa estremamente labile. Scopriamo perché.

“Adblock attivo”, “Salta l’annuncio”, “Cambio canale che c’è la pubblicità”, “Da quanti anni è l’ultimo giorno della promozione sui Materassi?”, “I banner pubblicitari mi ostacolano la lettura e sono estremamente fastidiosi”, “Scopri come vincere l’ultimo telefono…”.

Vi risultano familiari queste frasi?

Sicuramente ai brand non sono sfuggite e non ne sono stati poi troppo contenti.  Siamo letteralmente bombardati dalla pubblicità e le persone hanno iniziato da qualche anno a ignorare questa massa informe di “Promozioni”, “Clicca qui”, “Siamo la migliore azienda”, “Ultimo giorno per …”. Pensa per esempio alla banner blindness, ossia il fenomeno secondo il quale i visitatori di un sito web finiscono per ignorare in maniera più o meno conscia banner pubblicitari e annunci simili.

Cosa hanno fatto i brand per aggirare la “cecità pubblicitaria”?

I brand si sono mimetizzati tra i contenuti di valore, le forme di intrattenimento, le sponsorship, il product placement, il native advertising, il branded content. Lo scopo è comunicare senza essere invasivi quelli che sono i valori e la mission del marchio, costruire la propria reputazione, una rapporto di fiducia con la community in modo coerente e allo stesso tempo originale e differenziante. Tutto con dati alla mano per analizzare, validare ed eventualmente modificare una comunicazione a misura di utente.

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Branded content e content marketing

Precisiamolo fin da subito, branded content e content marketing non sono diretti discendenti. Il branded content è un format pubblicitario, il content marketing una specializzazione del marketing con lo scopo di creare contenuti e media di tipo editoriale principalmente informativi (ma non solo) per generare traffico su siti web e social e aumentare reputazione e autorevolezza.

analytics intrattenimento

Content marketing e branded content non sono quindi la stessa cosa, ma c’è chi erroneamente definisce il primo contenuto “per l’audience”, il secondo contenuto “per il business”. In realtà non è proprio così, per esempio la campagna Dove “The Real Beauty” si basava proprio su uno studio reale condotto su donne e faceva emergere in modo emozionale un’insicurezza dell’universo femminile. Il content marketing d’altra parte è anche per il business, risponde ai bisogni dell’audience ma con lo scopo di portare traffico.

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I tempi sono diversi, il branded content si basa su campagne limitate, il content marketing è potenzialmente una costante. Anche le forme differiscono (ma non sempre).

Il branded content è principalmente video e immagini, il content marketing più legato a testo, infografiche, white paper. Il Content Marketing Institute nel video qui di seguito definisce il branded content come Product as Content, mentre il content marketing come Content as Product, il focus quindi è invertito.

Che siano però due mondi diversi, questo non possiamo proprio dirlo. Il content marketing e il branded content condividono lo stesso sostantivo “contenuto” (di valore), sono entrambi customer-centric (o almeno ce lo auguriamo), si basano sui dati, non sono invasivi, più che una logica push seguono una logica pull, è quindi l’utente che li cerca. Il contenuto trattato in entrambi i casi deve essere in linea con il brand: tone of voice, mission, valori.

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Sia nel branded content che nel content marketing il brand quindi si mimetizza, ad esempio il sito web del brand è contenitore ma il brand può non essere mai citato nei post, o la web series è prodotta dal brand ma non è mai presente il marchio all’interno del video.

Tra questo mimetizzarsi nei contenuti di valore per accaparrarsi l’attenzione degli utenti, sorge indirettamente una domanda…

Qual è il confine tra informazione, pubblicità e intrattenimento?

Partiamo dalle definizioni e poi analizziamo un caso studio pratico dove i tre aspetti si riuniscono in un unico ecosistema di contenuti: la Redbull Media House.

Informazione. Notizia, dato o elemento che consente di avere conoscenza più o meno esatta di fatti, situazioni, modi di essere. In senso più generale, anche la trasmissione dei dati e l’insieme delle strutture che la consentono.

Intratteniménto s. m. [der. di intrattenere]. – L’intrattenere piacevolmente; in senso più concr., passatempo, divertimento

Pubblicità. Divulgazione, diffusione tra il pubblico. In particolare, l’insieme di tutti i mezzi e modi usati allo scopo di segnalare l’esistenza e far conoscere le caratteristiche di prodotti, servizi, prestazioni di vario genere predisponendo i messaggi ritenuti più idonei per il tipo di mercato verso cui sono indirizzati.

intrattenimento, informazione, pubblicità

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Già dalle definizioni appare chiaro come il contenuto si manifesti in diversi aspetti non contrastanti tra loro: conoscenza, divertimento, diffusione tra il pubblico. D’altra parte cercare di distinguere oggi un contenuto unicamente come informazione, intrattenimento e pubblicità non è poi così semplice.

Red Bull Media House

Il caso della Red Bull Media House è un ottimo esempio di realizzazione di contenuti per intrattenimento, informazione e pubblicità (indiretta) allo stesso tempo.

Nella sua descrizione, la Red Bull Media House si definisce una Media Company con la mission di ispirare gli utenti con storie “al di fuori dell’ordinario”. Redbull Media House propone contenuti su sport, cultura e lifestyle in diverse modalità: TV, mobile, digital e stampa. Inoltre produce e autorizza la trasmissione di eventi live e programmi o persino film con storie coinvolgenti e motivanti.

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Nessuna pubblicità diretta al prodotto. Chiaramente nel naming così come nel visual capiamo che si tratta di Red Bull, ma soprattutto capiamo quelli che sono mission e valori del brand. La Red Bull Media House svolge quindi principalmente una funzione di Brand Awarness.

Nella Redbull Media House intrattenimento, informazione e pubblicità (indiretta) si mescolano tra i documentari, i magazine, le storie, gli articoli, difficile definire dove inizia uno e finisce l’altro. Il mix funziona. I Brand hanno infatti bisogno di differenziarsi, uscire dalla massa, e questo è possibile partendo da una grande mission e forti valori, comunicarli e creare un rapporto di fiducia con le persone.

Anche in questo caso Content is King.





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Insta Novels e le Nonne di Stofa, due esempi di contaminazione creativa in pubblicità


Ci sono campagne che ci conquistano per la qualità dell’output creativo; altre ci fanno riflettere grazie alla loro strategia pianificata fino al minimo dettaglio; altre ancora raggiungono ottimi risultati e ci spingono a interrogarci sugli elementi del loro successo.

E poi ce ne sono altre che attirano la nostra attenzione per un motivo particolare, che magari racchiude tutti quelli già citati ma che riesce ad andare oltre. Sono quelle operazioni in cui a dare valore aggiunto è la scelta di comunicare collegando e facendo interagire realtà che sembrano avere davvero poco in comune. In cui due mondi diversi – spesso opposti – si incontrano e vanno a creare un risultato più grande della somma delle loro parti.

Vediamo allora due case history che ci raccontano questo approccio creativo e strategico in grado di generare un risultato interessante.

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La New York Public Library invita alla lettura su Instagram

Sappiamo tutti che per la lettura sono tempi duri. In un mondo continuamente ricco di stimoli, in cui la nostra soglia d’attenzione si accorcia sempre di più, sfogliare le pagine di un libro e perdersi nella narrazione non è fra i passatempi più popolari, soprattutto in alcune fasce di pubblico; e infatti ricerche e statistiche segnalano in varie parti del mondo un calo continuo nel numero di individui che scelgono di leggere per piacere.

D’altronde nella società moderna, la lettura ha un avversario temibile nella lotta per l’attenzione delle persone: si tratta ovviamente dei social network, che nella maggior parte dei casi offrono una forma di intrattenimento percepito come meno “impegnativo”.

Ma perché non trovare un modo per far incontrare queste due realtà, apparentemente tanto lontane, e rendere i libri accattivanti per un target più ampio?

È stata questa l’idea che ha fatto nascere il progetto Insta Novels della New York Public Library: una serie di grandi classici da fruire su Instagram – nello specifico attraverso le Stories, un formato che fin dal suo lancio si è mostrato versatile e adatto a utilizzi molto creativi, e che oggi dà l’opportunità di creare la biblioteca perfetta per l’era dei social.

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La prima opera che ha ricevuto il “trattamento Instagram” è stata Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll. Il romanzo è stato diviso in tante pagine virtuali, ciascuna rappresentata da una delle Stories, ed è stato illustrato grazie a una collaborazione con il designer Magoz.

Tutta la user experience è stata costruita in modo da essere quanto più fluida possibile e comoda per l’utente: in basso a destra è previsto addirittura uno spazio in cui posare un dito mentre si legge, per evitare che le Stories proseguano prima di aver completato la pagina. Il simbolo con cui viene segnalato questo spazio, peraltro, si evolve con lo sfogliare delle pagine, richiamando sempre elementi significativi della trama. Per lo sfondo è stata inoltre scelta una tonalità di bianco calda, che affatica meno gli occhi rispetto a quella classica degli schermi degli smartphone.

Anche un limite tecnico, la scomparsa delle Stories dopo 24 ore, è stato trasformato in un punto di forza attraverso gli Highlight, la funzione che permette di salvarle sul proprio profilo. In questo modo si creerà una vera e propria biblioteca in versione Instagram, che andrà ad arricchirsi via via che nuove opere saranno realizzate e caricate: è già prevista nei prossimi mesi la pubblicazione in questo formato di altri due libri, La carta da parati gialla di Charlotte Perkins e La metamorfosi di Franz Kafka.

Come dichiarato dalla NYPL e da Mother, l’agenzia che si è occupata del progetto, lo scopo dell’operazione è di “rendere alcuni dei più grandi classici letterari del mondo più accessibili alle masse”. Obiettivo che sembra essere stato raggiunto, se a pochi giorni dal lancio dell’iniziativa 40.000 persone avevano visualizzato tutte le Stories fino alla fine della narrazione e 21.000 nuovi utenti avevano iniziato a seguire il profilo della biblioteca.

Un’idea creativa interessante, dunque, nella sua stupefacente immediatezza: scegliere di utilizzare un canale social per avvicinare le persone alla lettura dimostra senz’altro ampie vedute e lungimiranza da parte della NYPL, che ha saputo comunicare con un target potenziale in maniera unconventional.

La forza di un’iniziativa del genere risiede proprio nell’inserimento di una componente di gamification nel contesto di un’attività poco popolare in certi pubblici come la lettura. Grazie agli elementi stilistici e soprattutto alla modalità di fruizione delle Stories, le Insta Novels centrano l’obiettivo di catturare l’attenzione dell’utente e arrivare a una conversione più semplice.

Viene da dire allora che forse è questa la strada per arrivare davvero a cuore e testa degli utenti: arricchire di significato l’esperienza delle Stories (e dei social in generale), per passare da un tapping spesso superficiale e vuoto a un momento significativo per l’arricchimento personale di ciascuno, producendo vero valore.

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Le nonne di Stofa per la sicurezza sul web

Parliamo dell’incontro fra due universi molto distanti anche per la nostra seconda case history: Stofa, azienda svedese che produce software antivirus per la sicurezza del pc, ha reclutato alcune tenere nonnine per una campagna singolare.

L’azienda ha infatti deciso di dimostrare a tutti l’importanza di navigare su internet con attenzione e criterio attraverso un esperimento sociale, che ha reso evidente il rischio di subire un attacco hacker sul proprio dispositivo. E per farlo, ha chiesto di calarsi nei panni di pericolosi pirati informatici proprio alle cinque dolci anziane.

Per prepararle sono bastate dieci ore di corso accelerato: passo per passo, hanno scoperto tutti i “segreti del mestiere” e hanno spedito le loro email con malware. I destinatari? I loro stessi nipoti, che sono caduti nel tranello e, mentre navigavano ignari di tutto, hanno improvvisamente visto comparire la propria nonna dall’altra parte dello schermo, pronta a rimproverarli per la loro scarsa prudenza.

Questo esperimento di hacking è stato raccontato con un video digital e un piano editoriale a tema. Canali diversi che hanno contribuito a raggiungere un obiettivo comune: raccontare in maniera leggera e divertente che subire un attacco di questo tipo è più semplice di quanto possa sembrare.

L’approccio creativo è stato funzionale a comunicare in modo efficace il messaggio, sia per la sua immediatezza che per il tone of voice dell’operazione. Quando si tratta di argomenti delicati – come l’hacking, appunto – c’è sempre il rischio di utilizzare toni troppo allarmistici e allontanare il target, risultando troppo concentrati su rischi e minacce. Scegliere come testimonial di una campagna di sensibilizzazione delle figure che sono intuitivamente distantissime dall’argomento in questione rende invece possibile impostare tutta la comunicazione su un piano positivo, leggero e soprattutto non intimidatorio per il target.

Nel momento in cui strappa un sorriso, una campagna è già sulla buona strada per avviare il processo di conversione. Riuscire a stimolare la curiosità dei consumatori è un requisito imprescindibile: così, si genereranno le condizioni che li porteranno a voler approfondire i temi di un progetto come questo e, di conseguenza, ad avvicinarsi al brand.

Ed è per questo che l’hacking a prova di nonna è un ottimo esempio di operazione nata dall’incontro fra mondi lontani. Grazie alle sue cinque complici di grande esperienza, Stofa è riuscita a sottolineare un valore centrale come quello della sicurezza in maniera del tutto inaspettata e distintiva.

Da un incontro possono nascere grandi cose

Lo abbiamo visto: la creatività trova il modo di esprimersi con punte di eccellenza quando mette in relazione contesti a prima vista lontanissimi. Il loro dialogo produce significati nuovi e riesce ad allargare le prospettive del target, a livello di consumo ma anche valoriale.

Ed è proprio qui che sta la chiave per far scattare la conversione. Generare lo stimolo perché il consumatore scelga di dedicare tempo ed attenzione a un’operazione è un primo, fondamentale passo per attivare il processo che lo porterà sempre più vicino al brand.





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Il successo di Apple nelle migliori pubblicità di sempre


I numeri di oggi sono quelli da capogiro che forse non riusciamo neanche bene a quantificare nella nostra testa. Da società simbolo delle “startup nate in un garage”, all’enorme valore azionario di oggi le cose per Apple sono davvero cambiate e insieme all’azienda è cresciuto anche il suo modo di fare pubblicità e comunicare con le persone.

Se gli spot più datati miravano a colpire, a rivoluzionare, quelli più vicini ai giorni nostri puntano a farci emozionare, entrando in relazione con il nostro lato più intimo per stimolare il desiderio di quel solo e unico oggetto capace di farci sentire appagati.

Ricostruire la storia delle pubblicità di Apple significa un po’ ricostruire la storia della pubblicità negli ultimi quarant’anni in generale, perché il brand ha seguito (e a volte ha dettato) i trend anche in questo ambito.

Rivediamo insieme le pubblicità più belle di Apple di sempre.

1. Immancabile, 1984

Nel 1984, Apple presenta il personal computer Macintosh durante il Super Bowl con una pubblicità diretta da Ridley Scott. Il consiglio di amministrazione di Apple all’epoca odiava il video, definendolo “il peggior affare che avessero mai visto”, secondo Walter Isaacson.

Nonostante questo, 1984 è diventato il commercial più popolare di tutti i tempi e si trova nella Clio Awards Hall of Fame. Secondo quanto riportato da Forbes, dopo la pubblicazione dello spot, Apple fu in grado di vendere 72.000 computer in 100 giorni.

2. Troppo avanti, The Power to be your Best

Lo slogan di Apple “The Power To Be Your Best” seguì l’azienda per tutti gli anni Ottanta. Anche se la campagna ebbe qualche critica da parte degli esperti, per non aver pubblicizzato nello specifico i computer Apple, ma il computer in generale, la pubblicità ebbe un enorme successo. Forse anche stavolta Apple era troppo avanti rispetto a quello che il mercato si aspettava.

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3. Da una società ad un’altra, Pencil Test

Nel 1988, Apple ha pubblicato un cortometraggio realizzato in collaborazione con Pixar, per mostrare la capacità dell’Apple Macintosh II di creare animazioni.

Il film mostra una matita che fugge dallo schermo del computer, prima di provare a tornare indietro. Su questa pubblicità in particolare bisogna sapere che Steve Jobs acquistò la divisione computer grafica da George Lucas per creare Pixar nel 1986.

4. Think Different, Here’s to the crazy ones

Secondo quanto tutti sappiamo, la campagna Think Different di Apple sarebbe stata una risposta allo slogan IBM Think.

Nel 1997, Steve Jobs tornò come CEO e la società riuscì a reindirizzare i prodotti Apple a un pubblico di “pensatori indipendenti”. Albert Einstein, Muhammad Ali, Gandhi, Bob Dylan e Amelia Earheart erano mostrati accanto alle parole “Think Different” “e al logo Apple.

Una delle campagne pubblicitarie di maggior successo di tutti i tempi.

5. Rivoluzione iPod, Are You gonna be my girl

Nel 2003 gli iPod erano ovunque. Apple capitalizzò rilasciando una serie di eleganti video musicali con silhouette.

Quello sulle note di Are you gonna be my girl è uno dei più memorabili. Come risultato della campagna, la band australiana relativamente sconosciuta (i Jet) raggiunse il record di 3,5 milioni di copie vendute dell’album che conteneva il pezzo.

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6. Arriva iPad, Video instruction

Un annuncio video semplice ed essenziale, che ha dato nuovi spunti per l’idea di spot: una sorta di manuale di istruzioni video, per rendere immediatamente familiare allo spettatore l’utilizzo del nuovo iPad.

7. I Christmas Ads, Misunderstood

Tra i commercial più memorabili di Apple ci sono quelli di Natale, ma per questo spot Apple vinse anche un Emmy Award.

Nel video un adolescente sembra eccessivamente preso dal suo iPhone durante le festività natalizie, ma alla fine la storia si rivela come un video per famiglie che scalda il cuore.

8. La celebrazione, 40 Years in 40 Seconds

Nel 2016 Apple ha festeggiato il suo quarantesimo anniversario e si è rivolta ad alcune celebrità,come Neil Patrick Harris e Taylor Swift, per promuovere le funzionalità del suo nuovo iPhone 6S e di Apple Music.

Uno di questi annunci, con protagonista Cookie Monster di The Muppets ha generato ben 12 milioni di visualizzazioni su YouTube.

Apple fa scuola nell’adv

Sempre al passo con i tempi e con la creatività, Apple è maestra anche nell’advertising, oltre che negli affari, e la serie di campagne di successo potrebbe non chiudersi qui. Gli spot di Apple ci fanno sognare, ma soprattutto ci insegnano quanti modi diversi possano esserci per comunicare.



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Arriva il decreto attuativo per il bonus pubblicità, ecco come accedere al rimborso


Come già anticipato lo scorso ottobre, tra le nuove misure adottate nella Legge di Bilancio 2018 sono comprese anche detrazioni fiscali per l’acquisto di spazi pubblicitari: il 75% per tutti gli investimenti e del 90%  se si tratta di microimprese, startup e PMI innovative.

Chiunque investe in advertising in tv e radio, nonché su quotidiani e magazine cartacei e online, in pratica, può accedere a questo bonus pubblicità, il cui totale detraibile ammonta a 20 milioni di euro.

Credits: Depositphotos #53301937

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Il decreto per il bonus pubblicità

Finalmente oggi è stato pubblicato sul sito del Dipartimento per l’editoria, il modello da compilare per effettuare domanda del credito d’imposta per investimenti pubblicitari, cioè il bonus pubblicità appunto.

Nello specifico con il decreto:

  • è stato approvato il modello di comunicazione telematica con le relative istruzioni. Le comunicazioni devono essere presentate esclusivamente per via telematica, utilizzando i servizi telematici che saranno messi a disposizione nell’apposita area riservata del sito internet dell’Agenzia delle Entrate.
  • Sono state definite le modalità per la presentazione della comunicazione sull’apposita piattaforma dell’Agenzia delle Entrate, ai fini della fruizione del bonus pubblicità.

Dato che il decreto riguarda sia gli investimenti pubblicitari per il 2017 (effettuati dal 24 giugno 2017 al 31 dicembre 2017), che quelli per il 2018, le due comunicazioni devono essere presentate separatamente, tra il 22 settembre e il 22 ottobre 2018.

Per quanto riguarda il 2018, la dichiarazione sostitutiva relativa agli investimenti effettuati dovrà essere presentata dall’1 al 31 gennaio 2019.

LEGGI ANCHE: Lo Stato rimborserà dalle tasse la pubblicità. Come funziona il nuovo bonus

modello bonus pubblicità

Modalità di presentazione del modello

La comunicazione e la dichiarazione sostitutiva vanno presentate, esclusivamente in via telematica, come dicevamo, al Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, utilizzando i servizi telematici messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate:

  • direttamente, da parte dei soggetti abilitati ai servizi telematici dell’Agenzia delle entrate;
  • tramite una società del gruppo, se il richiedente fa parte di un gruppo societario, ai sensi dell’articolo 3, comma 2-bis, del D.P.R. n. 322 del 1998;
  • tramite gli intermediari abilitati indicati nell’articolo 3, comma 3, del D.P.R. n. 322 del 1998 (professionisti, associazioni di categoria, Caf, altri soggetti).

Infine, se l’ammontare complessivo del credito d’imposta indicato nel modello, è superiore a 150.000 euro, il richiedente è tenuto a rilasciare una delle seguenti dichiarazioni:

  • iscrizione negli elenchi dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori non soggetti a tentativo di infiltrazione mafiosa (per le categorie di operatori economici previste nell’art.1, comma 52, Legge 190/2016);
  • di aver indicato nel riquadro “Elenco dei soggetti sottoposti alla verifica antimafia” i codici fiscali di tutti i soggetti da sottoporre alla verifica antimafia (art. 85 D. Lgs 159/2011).

L’ammontare del credito effettivamente fruibile si potrà conoscere solo dopo l’accertamento degli investimenti effettuati negli anni 2017 e 2018 disposto dal Dipartimento per l’informazione e l’editoria, che entro il 21 novembre 2018 formerà l’elenco dei soggetti richiedenti il credito d’imposta per gli investimenti relativi all’anno di imposta 2018 con indicazione dell’eventuale percentuale provvisoria di riparto in caso di insufficienza delle risorse e l’importo teoricamente fruibile da ciascun soggetto dopo la realizzazione dell’investimento incrementale.



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