Google pensa ad un abbonamento per le app Android (tipo Netflix)


La premessa è questa: Mountain View non monetizza abbastanza dai download di Google Play Store, cosa che invece riesce benissimo ad Apple. Una soluzione potrebbe arrivare da un abbonamento mensile che potrebbe chiamarsi Play Pass (un analogo di Netflix per lo streaming tv). Del progetto hanno trovato traccia gli esperti della comunità XDA e lo sviluppatore Kieron Quinn, che hanno scoperto i riferimenti di un servizio di abbonamento per Play Store all’interno di un sondaggio Google Opinion Rewards. Mountain View avrebbe chiesto ad alcuni suoi utenti selezionati: “Immagina che il tuo app store proponga un abbonamento che offre centinaia di dollari di app e giochi a pagamento a fronte di un canone mensile.”Pass”, quanto efficacemente descrive questo servizio?”.

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Play Pass

Il Google Play Pass potrebbe offrire un numero di applicazioni e giochi mensili, in formato gratuito per chi sottoscriverà il Pass stesso. Non è detto però che Google voglia continuare nel progetto. Non è la prima volta che a Mountain View pensano ad una strategia diversa per i suoi downwload: un paio di mesi fa si era anche parlato di un sorta di programma fedeltà che Google vorrebbe lanciare in modo da fidelizzare ulteriormente l’utenza e basato su un sistema di raccolta punti attraverso l’acquisto di app, libri, film, serie tv e musica. 

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Che sappiamo di Dragonfly, il progetto di Google per tornare in Cina


Un motore di ricerca pensato da Google per la Cina, progettato per dispositivi Android, in grado di rimuovere i contenuti ritenuti sensibili dal regime del Partito comunista cinese (come le informazioni su dissidenti politici, la libertà di parola, la democrazia, i diritti umani e la protesta). Un sistema capace di collegare le ricerche online al numero di telefono di chi le effettua e che consente al governo cinese di monitorare le ricerche online dei suoi cittadini. Il progetto di si chiama Dragonfly (secondo fonti vicine al progetto, sarebbe gestito da Google in partnership con una società con sede nella Cina continentale) e come scrive The Intercept è al centro di una trattativa tra Mountain View e il governo di Pechino per riportare il suo motore di ricerca all’interno dei confini del Paese (800 milioni di utenti potenziali). Inoltre l’archiviazione dei dati di Dragonfly avverrebbe su server Google in Cina, quindi potenzialmente accessibili alle autorità cinesi.

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Le prime indiscrezioni

Del progetto Dragonfly avevamo dato notizia  ad agosto QUI: in quell’occasione il CEO di Google Sundar Pichai (nella foto), messo sotto pressione da oltre un migliaio di dipendenti, preoccupati dal potenziale lancio di un motore di ricerca in Cina sottoposto a censura, aveva tentato di tranquillizzare tutti. Ma di fatto è il primo top manager di Google a confermare pubblicamente l’esistenza di una sorta di piano per la nazione asiatica dove l’azienda nel 2010 mise fine alle sue attività di ricerca online per via di leggi locali sulla censura. Sundar Pichai aveva detto al suo staff che la controllata di Alphabet “non è vicina” al lancio del prodotto controverso. Per poi aggiungere: “Non è affatto chiaro se lo faremo o se potremmo farlo ma il team è da un po’ che sta esplorando il da farsi. Credo stia esplorando varie opzioni”. Le polemiche erano montate dopo le indiscrezioni, pubblicate sempre da The Intercept.

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Preoccupazioni

Le notizie sul motore di ricerca creato su misura del governo cinese non sono piaciute neanche negli States, dove 16 legislatori hanno scritto a Sundar Pichai, esprimendo gravi preoccupazioni. Una decina di ingegneri di Google, inoltre, hanno rimesso il loro incarico sollevando questioni etiche. Critiche sono arrivate anche da Amnesty International, Human Rights Watch e da Electronic Frontier Foundation.





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“Vi aspettiamo tutti su Gmail”


Dopo Reader, Picasa, Spaces, Panoramio e Code, Google dice addio a Inbox,  la casella email potenziata, supportata dall’integrazione di un sistema IA utile all’organizzazione sia dei messaggi sia dell’attività quotidiana, lanciata nel 2014. Oggi Mountain View ha annunciato la chiusura del progetto: switch off fissato per marzo 2019. “Quattro anni dopo aver lanciato Inbox nel 2014 – hanno detto da Mountain View – abbiamo imparato molto su come rendere migliori le email, prendendo spunto da questa esperienza per integrarla in Gmail e aiutare così oltre un miliardo di persone a ottenere il massimo ogni giorno dalla loro posta elettronica. Guardando al futuro, desideriamo adottare un approccio maggiormente concentrato al fine di offrire la migliore esperienza email a tutti. Come risultato, abbiamo previsto di focalizzarci solo su Gmail e dire addio a Inbox alla fine del marzo 2019″.

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Google chiude Inbox

Il post sul blog ufficiale che annuncia la decisione non spiega le ragioni dietro la scelta: Inbox non è mai riuscito a conquistare gli utenti e verosimilmente Google ha valutato conveniente concentrare le proprie risorse esclusivamente su Gmail, che nonostante il passare del tempo continua a dimostrarsi solido e che ancora oggi viene preferito alla sua più giovane alternativa.

Opportunità per sperimentare

“Inbox – spiega l’azienda – ha costituito una grande opportunità per sperimentare nuove idee come, come Smart Reply, lo snoozing delle email a più tardi e l’implementazione delle più avanzate feature di intelligenza artificiale per le risposte smart, i promemoria dei messaggi in sospeso e le notifiche a elevata priorità per rimanere produttivi”. 

Ci vediamo su Gmail

L’invito rivolto agli utenti è dunque quello a spostarsi su Gmail. Sarà questa in futuro l’unica casella di posta elettronica offerta dal gruppo, rinnovata nel mese di aprile con l’introduzione di nuove funzionalità, alcune ispirate proprio a quelle già sperimentate su Inbox come la composizione automatica dei messaggi. “Sappiamo che il cambiamento può essere difficoltoso, così abbiamo creato una guida per aiutarvi ad effettuare il passaggio da Inbox al nuovo Gmail in modo semplice. Tutte le vostre conversazioni vi stanno già aspettando in Gmail. Ci vediamo lì.





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