Hashtag e bot esistevano già su mIRC, il papà (o forse il nonno) dei social network


Questo articolo è stato scritto da Fabiano Farina, Copywriter & Social Media Specialist.

Un’intera generazione di nerd, ma anche di ragazzi in cerca di conoscenza, prima di approdare a MSN e al mondo di Facebook, negli anni ’90 aveva inserito sulla propria barra di Start l’icona di mIRC, quello che potremmo definire come il nonno dei social network. Questo strumento aveva in sé un nuovo modo di pensare il digitale e la rete Internet.

Cos’è mIRC

È stato creato nel 1995 e sviluppato da Khaled Mardam-Bey, un informatico palestinese naturalizzato inglese. Tecnicamente era un client IRC, che sarebbe un protocollo di messaggistica istantanea su Internet che consente la comunicazione diretta fra due utenti ma anche la comunicazione fra più utenti presenti nella stessa ‘stanza’ (canale).

Ogni canale aveva un ‘topic’, cioè un argomento di discussione. Inoltre è presente una gerarchia fra gli utenti che, in maniera del tutto autoregolativa, gestivano il canale con diversi poteri, fra cui anche quello di poter assegnare il ‘ban’, ossia allontanare gli utenti che non rispettavano le regole o che discutevano ‘off topic’.

Ogni utente sceglieva un nickname e le informazioni che mIRC consentiva di ottenere di ciascun utente erano pochissime ma anche pericolose. Infatti si poteva ottenere il codice IP di un utente con il comando ‘who is’ e i più maliziosi e smanettoni riuscivano ad entrare nei PC di questi poveri sfortunati attraverso dei software chiamati Trojan.

mirc

Come si usava mIRC

mIRC nel 2004 divenne un software molto popolare, con oltre sette milioni di download. Ciò fu possibile soprattutto grazie alla divulgazione in rete di tantissimi script: versioni diverse del software che contenevano nuovi comandi, facilitazioni e altro. Insomma mIRC era un programma di carattere sostanzialmente open source che offriva la possibilità di modificare e scrivere codice utilizzando un vero linguaggio di programmazione.

Connettendosi al server giusto era possibile entrare nei canali: delle stanze con un nome e un topic ben definiti. I canali più famosi erano quelli con i nomi delle città più importanti: chi era di Napoli, ad esempio, poteva entrare nel canale #napoli (ecco il primo uso degli hashtag!) e interagire con tutti gli utenti della propria città.

Si poteva interagire con tutti gli utenti del canale scrivendo sulla bacheca principale, possibilmente senza andare off topic, pena l’allontanamento. Oppure si poteva contattare singolarmente un utente per discutere o chiedere un appuntamento per il mondo reale. Spesso si tenevano i raduni di un canale e negli ultimi anni si iniziavano a rilevare i primi casi di pubblicità delle aziende locali di carattere diretto.

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mirc social network

Le affinità con i moderni social network

mIRC era un software totalmente testuale: solo alcuni script avevano delle immagini e gli utenti non avevano le moderne foto profilo o di copertina, tantomeno c’era la possibilità di postare foto e album. Questo problema fu ovviato da MSN con la creazione dei blog, i quali segnarono il declino di mIRC.

Anche il proliferare dei forum, dove avvenivano le maggiori discussioni in target riguardo prodotti, servizi, ma anche cultura e società, contribuirono al suo abbandono graduale e misero le basi per la creazione di sistemi e reti sociali dove sintetizzare la richiesta di vita web che proveniva dagli utenti.

Tuttavia è possibile riscontrare alcune affinità fra mIRC e i moderni social, in particolare con Facebook.

  • I canali di mIRC concettualmente hanno lo stesso funzionamento degli hashtag, oltre che lo stesso segno grafico (#);
  • I canali Facebook prevedono anch’essi amministratori e regole in modo da gestire al meglio gli utenti e da far rispettare i topic;
  • Messenger e tanti altri servizi di chat hanno preso in prestito da mIRC le maggiori e strutturali caratteristiche di discussione istantanea;
  • Su mIRC nasce il concetto di viral: i canali con le discussioni più popolari si diffondevano a macchia d’olio, ottenendo tantissimi utenti in pochissimo tempo;
  • Come già scritto, le aziende locali utilizzavano mIRC per campagne di direct marketing, essendo lo strumento del tempo più semplice e partecipato, così come avviene oggi su Messenger o sulla chat di Instagram.

Sarebbero tantissime altre le affinità. Ciò che importa tuttavia è capire quanto anche un passato recente come quello di mIRC possa essere interessante per capire le dinamiche attuali della comunicazione digitale e, perché no, anche quelle future.

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mirc canali

Privacy velata o violata

In primo luogo c’è il discorso della privacy: come detto, con mIRC non si potevano ottenere informazioni di base come nome e cognome, età, sesso, foto profilo. Ogni utente aveva un nickname personale e basta. Tuttavia era possibile risalire all’indirizzo IP, che forse in alcuni casi, una volta imbattuti in utenti esperti, ai limiti dell’hacking, era cosa assai più pericolosa. Infatti attraverso l’indirizzo IP si poteva entrare direttamente all’interno delle directory del proprio pc e consultare documenti anche importanti.

Oggi i social network dal primo momento dell’iscrizione fino alle impostazioni di condivisione dei post ci interrogano sulla nostra consapevolezza riguardo il diritto alla privacy e ci mettono a disposizione degli strumenti per proteggerci e per segnalare eventuali violazioni. Un fattore che mIRC non prevedeva assolutamente: il suo standard di programmazione open source presumeva una libertà a volte smisurata e, oltre ai credits di ciascuno script, non vi erano molte avvertenze.

Tuttavia dopo i recenti casi che hanno coinvolto Facebook, in particolare il caso di Cambridge Analytica in cui 87 milioni di utenti hanno subito violazioni alla privacy, ci fa riflettere su quanto ancora ci sia da lavorare per i nostri diritti di utenti e quanto la privacy talvolta risulti soltanto velata e non sostanziale.

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I Bot? I primi prototipi erano su IRC

I servizi di messaggistica istantanea si sono evoluti tantissimo nel corso degli anni. Oltre alle (a volte fastidiose) inserzioni pubblicitarie, alle emoticon sempre più numerose e alle funzioni di rilevazione del volto per ottenere selfie sempre più colorati e particolari, si ritiene che la più grande innovazione degli ultimi tempi siano i Bot.

Il Bot non è nient’altro che un programma che accede alla rete attraverso i medesimi canali degli utenti normali per svolgere funzioni automatizzate. Volgarmente è l’equivalente di un robot che parla e agisce autonomamente con gli umani. Sono in crescita ad oggi i servizi di messaggistica istantanea con i Bot per accedere a servizi ed acquistare prodotti.

I primi esempi di Bot che certamente ricorderanno i millennials sono quelli presenti sui server IRC. Anch’essi avevano la funzione di svolgere azioni automatizzate, di gestire un database di informazioni e di essere quasi impenetrabili. La maggior parte di essi avevano la funzione di proteggere i canali da intrusioni, da eventuali scalate e da irregolarità.

Ed ecco, sarebbe proprio qui l’innovazione: si potrebbero affidare ai Bot questi sistemi di protezione automatizzata dalle violazioni di privacy e da tutte le violazioni degli standard dei social network. Tenendo presente che l’occhio di un essere umano vedrà sempre meglio di una macchina, oggi come vent’anni fa.





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Buddha Youth, i nuovi millennial cinesi non amano lusso e denaro


L’ormai assodata inclinazione dei cinesi a perseguire un costosissimo stile di vita ostentando beni di lusso è probabilmente in pericolo. La minaccia ha un nome e si chiama Buddha Youth, ed è una tendenza che tra i millennials sembra essersi diffusa a macchia d’olio.

Dunque il materialismo cinese è veramente minacciato da una tendenza filosofica controcorrente?

Buddha Youth: come nasce il movimento del laissez-faire

I nati negli anni ’90 sono figli di una Cina capitalista in continua e costante crescita economica. La pressione sociale che grava su di essi non perdona: studio, carriera e famiglia ad ogni costo rappresenta l’unico mantra di una generazione che fa fatica a rivendicare un’identità sociale.

Eppure, a fine 2017  un articolo diventato virale su WeChat aveva raccontato un’altra storia, quella di una generazione che sembra aver riscoperto valori nettamente distanti da quelli inculcati in tenera età da una società usa e getta. La generazione Buddha-like.

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Grazie a tale articolo, la Buddha Youth è diventata un trend sui maggiori social media cinesi tanto da etichettare i millennials interessati con il termine fó xì qīngnián (佛系青年), cioè una gioventù Buddha-like.

I giovani di questa nuova sotto-cultura sembrano possedere un minore attaccamento ai beni materiali, una maggiore consapevolezza del fallimento e un’accettazione degli eventi della vita che li rende tolleranti e poco interessati alla pressione sociale. Eppure essere Buddha-like non necessariamente vuol dire avere un effettivo interesse per i sutra o le pratiche della religione buddhista.

Un vero approccio Zen alla vita oppure l’ennesima moda in cui identificarsi? Non è da escludersi la seconda ipotesi vista la quasi inesistente inclinazione religiosa della Buddha Youth che, anzi, sembra comunque poco propensa a rinunciare agli acquisti seppur “etici”.

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L’impatto della Buddha Youth sul mercato del lusso

Secondo un report pubblicato da Fung Business Intelligence sui comportamenti e tendenze degli acquisti dei millennial cinesi, i prodotti di ottima qualità e con un design accattivante sembrano essere favoriti a quelli meramente “di marca”.

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Fonte: Understanding Chinese Millennial’s Apparel Shopping Behavior and Attitudes – Agosto 2018

Disclaimer: il mercato del lusso in Cina non è in pericolo e non sarà certo una neonata sotto-cultura a mettergli i bastoni tra le ruote. Eppure secondo alcune ricerche il comportamento degli acquirenti nel mondo del lusso è cambiato specialmente nei gruppi demograficamente più giovani e meno abbienti non in grado di spendere tutti i propri soldi in beni costosissimi.

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I giovani cinesi amano il lusso e i luxury brand in generale e desiderano possedere prodotti costosi ma senza ostentare, ossia, identificarsi con il brand senza dover dimostrare che siano in grado di potersi permettere beni tanto costosi.

Sebbene la generazione Buddha-like esprima il desiderio di distacco da un mondo prettamente materiale, oltre il 50% dei giovani nati tra il 1995 e il 2000 non considera il lusso come “necessariamente materialista”.

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Si tratta inoltre di una generazione che ama viaggiare in solitaria (83%) e che quando lo fa non mette necessariamente lo shopping tra le attività ad alta priorità dove figurano invece le attività culturali e naturalistiche.

Dunque nessuna conseguenza invasiva o a breve termine per il mondo del lusso che comunque dovrebbe imparare a leggere tra le righe e a fiutare l’aria di un lieve cambiamento di rotta. Un cambiamento che vede innanzitutto la trasformazione del consumatore cinese da semplice “sfoggia-logo” a intenditore, e che costringe l’intero settore a concentrare i propri sforzi su un continuo perfezionamento della qualità.





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Mentre il mondo discute sulla parità di genere, i bambini trovano la soluzione giocando con le bambole


Quando eravamo piccoli noi millennials, il mondo sembrava nettamente diviso in due, con una sorta di decisione irrevocabile, per cui i maschietti giocavano con le macchinine e le femminucce con le Barbie. Ora arriva Luvabella e le regole del gioco cambiano.

Siamo nell’epoca del “gender neutral” e dei “genitori millenials” e la normalità non è ciò che finora ci hanno fatto credere. I genitori cercano di fare del loro meglio: le bambine non vengono più considerate come delle principesse e i bambini non vengono più trattati come gli ometti di casa, ma sono proprio loro a stupire noi adulti con il loro approccio neutro ai giochi.

Ne parla ad esempio Let Toys Be Toys, la campagna inglese che dimostra che l’85% dei giovani tra gli 11 e i 21 anni è convinta che sia la pubblicità in primis a dover smettere di utilizzare stereotipi di genere per vendere più giocattoli.

E in questo scenario rivoluzionario, a sei mesi dal Natale arriva Luvabella, il giocattolo dell’anno in America e Gran Bretagna.

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La bambola che dice “papà”

Cos’ha di diverso la nuova bambola robotica

Questa bambola rivoluzionaria, oltre ad usare la robotica e l’intelligenza artificiale, è in grado di riprodurre circa 200 reazioni altamente realistiche: ad esempio soffre il solletico, beve il latte e impara fino a 100 parole.

Ma la vera rivoluzione di Luvabella è la levetta posizionata nella sua schiena, che le consente di dire papà o mamma in base a chi la tiene in braccio. Questa novità incoraggia anche i maschi a giocarci e far comprendere loro il significato di prendersi cura di qualcuno o qualcosa.

Nessuna distinzione nel gioco

Ma cosa comporta diversificare i giochi in base al sesso? “Lego o puzzle, ad esempio, sono rivolti più ai maschi e incoraggiano abilità visuali e di spazio”, ha spiegato Lauren Spinner psicologa dell’età evolutiva dell’Università del Kent in Inghilterra, “mentre quelli tradizionalmente femminili, come la cucina o le bambole, stimolano la comunicazione e le abilità sociali”.

Per la dottoressa Elizabeth Sweet, sociologa e docente all’Università della California, “gli studi dimostrano che il limite dei giocattoli di genere è ridurre la gamma di abilità che ragazzi e ragazze possono esplorare attraverso il gioco”.

Per ora però non arriverà in Italia, il bambolotto-supereroe a metà tra un action figure e un cucciolo, come lo definisce il New York Times.

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Luvabella la bambola che dice papa

La parità di genere spiegata a un bambino

Laurel Wider, la sua ideatrice e psicoterapeuta, sostiene che questi bambolotti eroi avvicinano i bambini all’idea di accudimento senza vergogna, sentimento registrato sia in genitori che bambini dovuto agli stereotipi di genere.

Una strategia simile a quella di Lego Friends che punta invece ad avvicinare le bambine al mondo delle costruzioni, usando colori rosa e viola e personaggi femminili. La Bbc li ha definiti il “campo di battaglia del gender” che, a causa delle critiche nate tra le femministe, si sono poi moltiplicati: ora le bambine possono anche occuparsi di camion e autolavaggi.





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