Il rapporto scuola-lavoro in Italia, spiegato con i numeri


“La scuola non prepara realmente al mondo del lavoro”. Quante volte abbiamo sentito ripetere questa frase?

Ultimamente spesso: cresce infatti la sfiducia che in particolare i giovani ripongono nelle politiche dedicate al lavoro e ai temi dell’istruzione. In questo momento storico, i livelli di disoccupazione in Italia restano alti e toccano principalmente le città del meridione come risulta evidente dalle recenti indagini Istat.

Un sentire comune esasperato dalla precarietà ma anche dai grandi cambiamenti che tutto il mondo sta affrontando: dalla relativa instabilità dei mercati alle sfide per la conservazione dell’ambiente, fino alla digitalizzazione dei processi e all’introduzione dell‘intelligenza artificiale nelle catene di montaggio.

Un panorama poco incoraggiante, in cui il divario Nord-Sud si riflette non solo nelle dinamiche occupazionali ma anche nelle palestre in cui le menti dovranno allenarsi per essere competitivi nel mondo del lavoro: le scuole.

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Italia fanalino di coda in Europa

Oggi i processi di digitalizzazione stanno coinvolgendo tutti i settori e i mercati, compreso quello del lavoro. Sebbene i meccanismi di adeguamento procedano spesso a rilento nel nostro Paese, il processo è in atto e una massiccia digitalizzazione dei sistemi è ormai prevedibile su larga scala in pochi anni.

L’Italia spende circa 70 miliardi all’anno per l’istruzione dei giovani. Gli investimenti pubblici sono indirizzati principalmente verso l’istruzione obbligatoria, per scuole e stipendi degli insegnanti, circa il 91% delle spese sono coperte. La percentuale per l’Università si aggira intorno al 70%, la restante parte spetta alle famiglie.

Uno scenario che colloca l’Italia (ancora una volta) agli ultimi posti della classifica in Europa: i Paesi che spendono di più per questo settore sono Danimarca, Svezia, Belgio e Finlandia.

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Perché i giovani laureati lasciano l’Italia

Cosa spinge i giovani italiani a fare le valigie e lasciare casa per cercare fortuna all’estero? In Italia un laureato su tre svolge un lavoro in cui non applica affatto le competenze acquisite durante gli studi. Il fenomeno prende il nome di deprofessionalizzazione e coinvolge moltissimi laureati impiegati anche in diversi settori della Gig Economy.

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Cosa vuol dire, in pratica? Tornando alla domanda iniziale potremmo pensare che, sì, è vero: la scuola non prepara affatto al mondo del lavoro. In altri termini, se nel mio impiego futuro non utilizzerò gli strumenti che mi sono stati forniti durante il percorso di formazione, che interesse ho a percorrerlo al meglio?

Anche per questi motivi le nuove generazioni tendono a considerare gli spostamenti all’estero per lavoro come una vera e propria boccata d’ossigeno rispetto alle sovrastrutture del mercato del lavoro italiano che rendono difficili gli ingressi, molto complicati gli spostamenti intersettoriali e difficilissime le riallocazioni delle forze lavoro a riposo.

A dispetto degli articoli sensazionalistici che promuovono la figura del classico cervello in fuga italiano – direttore della NASA che da noi faceva il bidello – sono moltissime le ragazze e i ragazzi che scelgono di spostarsi perché altrove ci si trova meglio, in molti settori. Non tutti sognano necessariamente di dirigere un museo, la maggior parte delle persone che lascia il proprio paese lo fa nel tentativo di migliorare le proprie condizioni di vita.

Ma è ancora un rapporto dell’Istat, quello sul benessere equo e sostenibile, a portare pessime notizie. Il BES, infatti, analizza l’andamento della qualità della vita dei cittadini e dell’ambiente,  includendo tra i propri indicatori anche la capacità del Paese di trattenere i talenti, leggendo i dati sul tasso migratorio dei laureati: nel 2016 il saldo dei giovani laureati italiani è negativo – con la perdita di circa 10mila “cervelli” – con un numero pari quasi al doppio di quello registrato nel 2012.

La tecnologia spinge a muoversi

Attualmente, accettare un’offerta di lavoro in un Paese della Comunità Europea equivale al meccanismo che vedeva le persone partire dal proprio paesello del sud per trasferirsi in una metropoli del nord Italia in cerca di impiego. La spinta tecnologica ha reso i trasporti molto più rapidi e il mercato del lavoro ha subito approfittato di questa mobilità riuscendo a investire campi di disponibilità e settorialità molto più ampi.

Per questo, il punto centrale da capire non è più ricollegato alle motivazioni che spingono le persone a muoversi in cerca di lavoro. Quelle ormai sono ovvie. Vanno invece indagate le cause che hanno impedito al nostro Paese di essere attraente agli occhi di giovani talenti, startupper, designer o webmaster. Non riusciamo a trattenere i nostri talenti o ad attrarne di nuovi, forse a causa di politiche dedicate non particolarmente lungimiranti e troppo poco tech-oriented.

O forse, più semplicemente, perché l’Italia non è in grado di riconoscere e valorizzare i talenti, ma vive ancora di culture aziendali basate sulla simpatia e sull’amicizia piuttosto che sul merito, di imprese fondate unicamente sulla scia del fondo pubblico del momento, ma senza reali prospettive di crescita, di pochi e affannati investitori che non riescono a penetrare a sufficienza attraverso l’innovazione il sistema imprenditoriale nazionale.

L’Italia non è un paese per giovani secondo l’Istat

Allora è vero che l’Italia non è un paese per giovani? A dirlo è l’Istat in uno dei suo ultimi rapporrti: sono raddoppiati i giovani laureati in fuga all’estero. Le regioni hanno un saldo migratorio di laureati italiani negativo a livello internazionale. L’obiettivo del governo, nei prossimi anni, dovrà essere quello di creare un bilanciamento tra i due flussi, attraverso interventi mirati per rendere il nostro Paese appetibile, magari sfruttando al meglio le ricchezze del patrimonio territoriale e culturale italiano.

Di contro, nonostante il livello di istruzione della popolazione sia in crescita, l’Italia occupa ancora le ultime posizioni della graduatoria europea.

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Per quanto riguarda il tasso di disoccupazione giovanile, nel 2016 la percentuale è risultata in calo per il terzo anno consecutivo nell’Ue e per il secondo in Italia. Nonostante la riduzione generalizzata, la condizione dei giovani di 15-24 anni rimane particolarmente critica anche in Grecia e Spagna.

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Il divario Nord-Sud e la piaga dell’abbandono scolastico

 “L’istruzione è il grande motore dello sviluppo personale. È attraverso l’istruzione che la figlia di un contadino può diventare medico, che il figlio di un minatore può diventare dirigente della miniera, che il figlio di un bracciante può diventare presidente di una grande nazione”, diceva Nelson Mandela.

Lo scenario segna un’ulteriore frattura se scendiamo nel dettaglio per controllare i livelli di istruzione delle varie regioni italiane, anche se alcuni degli obiettivi fissati dalla Strategia Europa 2020 sono stati già raggiunti dall’Italia, per esempio la quota di giovani che abbandonano precocemente gli studi nel 2017 si è attestata al 14,0%, mentre l’obiettivo nazionale fissato per il 2020 è del 16%.

Di Carlo Dani - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=66056297

Di Carlo Dani – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=66056297

“Le regioni presentano aspetti tra loro differenti per la spesa in istruzione e formazione. Tra le ripartizioni, nel 2015 il Mezzogiorno conferma la maggiore incidenza sul Pil della spesa, mentre nel Nord-ovest si investe relativamente di meno. La quota di adulti poco istruiti nel 2017 è più alta nel Mezzogiorno, con Sardegna, Sicilia e Puglia che superano la soglia del 50%” si legge in una nota del report Noi Italia dell’Istat.

Per quanto concerne gli abbandoni scolastici, il divario territoriale rimane elevato, con una distanza di oltre 8 punti percentuali tra il Nord-est e il Mezzogiorno, dove l’incidenza è del 18,5%: in Sardegna l’incidenza più alta, con oltre un giovane su cinque che non prosegue gli studi dopo la licenza media.

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Generazione NEET: non studiano e non lavorano

La maggior parte degli indicatori del mercato del lavoro presentano divari territoriali marcati, accentuati nel corso della crisi.

I giovani di 15-29 anni che non studiano e non lavorano (Neet) sono poco meno di 2,2 milioni, in riduzione per il terzo anno consecutivo, con una incidenza più elevata tra le donne rispetto agli uomini. La quota di giovani che non lavorano e non studiano diminuisce solamente in alcune ripartizioni e le differenze territoriali rimangono ampie, con il  Mezzogiorno che presenta una incidenza quasi doppia rispetto al  Nord-ovest.

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Nel 2015 il Mezzogiorno ha presentato l’incidenza del lavoro non regolare più elevata del Paese, mentre il Nord mantiene in media la minore; al Centro, il Lazio presenta il tasso più elevato della ripartizione. Tra il 2000 e il 2015 il peso dell’occupazione non regolare si è ridotto in tutte le ripartizioni tranne nel Nord-est.  Il lavoro sommerso, oltre a essere più diffuso nelle unità produttive di minori dimensioni, è caratterizzato da forti specificità settoriali.

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Cosa significa innovazione a scuola

Non c’è bisogno di andare all’estero per avere scuole all’avanguardia, e se pensiamo che la capacità di innovare sia relegata solo agli istituti delle città straniere o del nord Italia ci stiamo sbagliando di grosso. Sono infatti diversi i casi virtuosi e sono sparsi lungo tutta la penisola. Si tratta di eccellenze italiane che si sono distinte nel panorama per la loro spinta verso l’innovazione tecnologica e il cambiamento, ma anche per l’approccio alla diversità e all’inclusione, un aspetto molto importante da non sottovalutare oggi.

Un caso esemplare lo troviamo a Brindisi, presso l’Istituto “Ettore Majorana”. L’iniziativa Book in Progress dà la possibilità agli insegnanti di collaborare tra loro per redigere materiale didattico da fornire agli studenti, un progetto che nel lungo periodo ha l’obiettivo di far risparmiare le famiglie sull’acquisto dei libri. Inoltre, sempre al Majorana si utilizza l’Oculus Rift e si sperimenta una didattica con realtà aumentata.

Un altro esempio all’avanguardia lo troviamo Parma, al Liceo “Attilio Bertolucci”, dove gli studenti, oltre al progetto orto scolastico, hanno a disposizione un Fab Lab, possono stampare in 3D e sviluppare le proprie competenze di programmazione informatica.

Si tratta di casi virtuosi isolati oppure possono essere replicati? Com’è la situazione attualmente?

Secondo Sonia China, CEO di Tinkidoo, il livello di obsolescenza dell’attuale sistema formativo rispetto all’introduzione delle tecnologie digitali nella didattica è ancora molto alto. La fondatrice della startup innovativa, che avvicina i bambini alla tecnologia, all’elettronica, alle scienze attraverso l’utilizzo dei giocattoli digitali, non crede che la scuola fornisca competenze adeguate per il mondo del lavoro attuale.

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Nonostante tutto gli esempi virtuosi non mancano e traghettare le scuole verso un futuro ancora più digitale è oggi più che mai una prerogativa del nuovo governo. Già da un paio d’anni è stato presentato il Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), il documento di indirizzo del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per il lancio di una strategia complessiva di innovazione della scuola italiana che punta a un nuovo posizionamento del suo sistema educativo nell’era digitale.

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A questo proposito è stata introdotta una nuova figura, l’animatore digitale, un docente che, insieme al dirigente scolastico e al direttore amministrativo, avrà un ruolo strategico nella diffusione dell’innovazione a scuola, a partire dai contenuti del PNSD.

A proposito di Coding abbiamo chiesto un punto di vista anche ad Angela Gatti, docente e animatore digitale presso il Secondo Istituto Comprensivo di Francavilla Fontana: «Il Coding innanzitutto non è una disciplina da studiare per un’ora la settimana o due e poi accantonarla come la cosiddetta ora di informatica poiché il Coding è un linguaggio nuovo che si sta affermando nella scuola in modo trasversale a tutte le discipline. Attraverso il Coding viene sviluppato il cosiddetto pensiero computazionale o procedurale che è quella forma di pensiero che, accanto al pensiero critico, permette di sbriciolare il problema in vari e step per giungere alla soluzione. Molto spesso uno step viene anche modificato o stravolto, poiché presenta qualche errore e viene individuato, riprogrammato e risolto, e così non viene vissuto come un errore ma come una fonte di successo e di autostima per il ragazzo. Più che una materia il Coding può essere concepito come una metodologia per imparare il linguaggio del XXI secolo, che non deve servire a produrre informatici e ingegneri, ma va pensato come la nuova alfabetizzazione per capire gli oggetti che ci circondano, tutti ormai connessi. Proprio come chi studia la matematica non diventerà per forza un matematico e chi studia la lingua non diventerà necessariamente uno scrittore o un giornalista. Il Coding è sicuramente la competenza d’elezione di questo millennio perché aiuta a capire le dinamiche della nuova era della comunicazione e può essere introdotto nella scuola già nella prima infanzia con il Coding Unplugged, cioè senza schermo e senza computer, ma fisico e tangibile, per crescere mano mano di livello e di difficoltà con gli anni scolastici, in progress.
In pratica dovrebbero entrare di diritto tutte le discipline STEAM, cioè scienze, tecnologia ingegneria, arte e matematica, supportate dal coding e dalla robotica educativa, poiché quest’ultima esercita la creatività, componente essenziale per lo sviluppo completo della personalità».

Di Carlo Dani - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=49859961

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La fibra in ogni scuola entro il 2020

Per localizzare le singole istituzioni scolastiche e dotarle della connettività individuata nel Piano Nazionale Banda Ultralarga, il MIUR ha sottoscritto una importante intesa con il MISE: entro il 2020, i plessi scolastici saranno raggiunti “alla porta” dalla fibra ottica in via prioritaria rispetto agli altri interventi del Piano Nazionale Banda UltraLarga, e tutte le scuole potranno ricevere dai diversi operatori un’offerta di connettività in banda larga o ultra-larga.

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Inoltre, la Banda viene potenziata ogni giorno: la Lombardia diventa la prima in Italia per velocità connessione. Seguono Emilia Romagna e Toscana.

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Un piano strategico che ha come obiettivo quello di rigenerare la scuola, renderla più digitale, più connessa per creare nuovi progetti che sfruttino la voglia di fare dei giovani già a partire dai banchi di scuola. Generare contesti in cui far nascere e proliferare invenzioni geniali sfruttando la capacità creativa delle nuove generazioni. Come Biz Factory il concorso che ogni anno (ormai da 15 anni) premia le migliori idee di impresa nate sui banchi di scuola.

Quest’anno ha coinvolto sedicimila studenti fra i 16 e i 19 anni, che hanno dato vita a 780 mini-imprese.

Tutta colpa del sistema?

“L’istruzione non è un problema. L’istruzione è un’opportunità”, proclamava il presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson.

Gli sforzi che il sistema sta riponendo sui temi dell’istruzione che (di conseguenza) incidono sul mercato del lavoro potrebbero essere più incisivi, di questo ne siamo consapevoli. Alla luce della digital transformation avanza l’esigenza di reinventarsi senza restare troppo ancorati a modelli ormai obsoleti che ci hanno visto coinvolti negli anni passati.

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L’idea è quella di pensare alla digitalizzazione come un’opportunità e non come una minaccia. Occorre metterci in gioco, rivedere i nostri piani di studi, le nostre attitudini personali, aggiornare le competenze digitali, fare un bilancio per cercare di capire cosa funziona e cosa no, senza dare colpe affrettate al sistema.





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