Il Presidente cinese vuole liberare il Paese dal dominio tecnologico dell’Occidente


Durante la National Cybersecurity and Informatization Work Conference tenutasi a Pechino a fine aprile di quest’anno, il presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ha tenuto un lungo e importante discorso: parte integrante di questo è stata lasciata alla sua volontà di veder diventare la Cina una cyber superpotenza.

Nel il suo discorso, il presidente, oltre a elencare una serie di nuovi provvedimenti e politiche in ambito tecnologico, ha enfatizzato l’ambizione del suo governo non solo di trasformare la Cina in una nazione indipendente dalle tecnologie “straniere” ma anche, e soprattutto, riscrivere le regole della cyber governance globale. Regole finora dettate dall’occidente.

La Cina vuole riscrivere le regole della cyber governance globale

Ma come si diventa tecnologicamente indipendenti dall’Occidente? Secondo il governo cinese l’alternativa includerebbe nuovi standard tecnici che costringerebbero le aziende straniere a costruire i propri prodotti in conformità a quelli cinesi e pesanti regole per conformarsi alle politiche di sorveglianza del governo.

La Cina vuole riscrivere le regole della cyber governance globale

I dati dovrebbero essere conservati all’interno di server nazionali e non trasferibili fuori dal paese senza il permesso di Pechino e permetterebbe, inoltre, alle agenzie e ai sistemi di infrastrutture critiche di utilizzare solo fornitori domestici.

In altre parole la Cina ha appena scelto la sua alternativa all’open internet, un modello già largamente diffuso in tutto il mondo. E mentre questo nuovo modello cinese si diffonde, sia attraverso gli sforzi di Pechino o attraverso l’attrazione intrinseca del modello verso alcuni paesi in via di sviluppo più simili alla Cina che all’Occidente, non possiamo dare per scontato che Internet rimarrà un luogo di libera espressione dove i mercati aperti possano prosperare.

Il desiderio della Cina è quello di cambiare il modo in cui il mondo ha sempre affrontato lo sviluppo mettendo in atto una nuova vision che i suoi leader chiamano “sovranità del cyberspazio” che ambisce a ristabilire il ruolo degli attori a livello globale tra cui gli USA, l’Europa e il Giappone.

Per realizzare il proprio modello Xi Jinping ha creato un nuovo organo governativo all’interno del quale vengono gestiti i problemi inerenti alle politiche tecnologiche. La Cina ha infatti già varato un’importante legge sulla cybersecurity e tutta una serie di regolamentazioni e standard tecnici a sostegno del controllo diretto del governo su internet e i flussi di dati: dalle informazioni personali fino all’eCommerce e ai sistemi di controllo industriali.

Il buon vecchio Great Firewall of China non crolla, dunque. Si alza, si rafforza e intimorisce anche le superpotenze straniere.

Nuovi obiettivi: cybersecurity, indipendenza tecnologica e più controllo sui contenuti online

La nuova cyber governance cinese sembra avere tre obiettivi: il primo riguarda il desiderio legittimo di affrontare sfide sostanziali in materia di sicurezza, come la difesa dagli attacchi informatici e il furto di dati personali rubati dal mercato nero.

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Il secondo riguarda l’impulso a proteggere e sostenere le industrie domestiche al fine di svezzare il governo dalla sua dipendenza da componenti tecnologici stranieri per determinati prodotti IT ritenuti essenziali per la sicurezza economica e nazionale. Last but not least c’è il desiderio di ingrandire il potere di sorveglianza e controllo da parte di Pechino su tutte le informazioni online politiche, economiche e sociali.

Come ottenere questi ambiziosi risultati? Istituendo standard che costringano le aziende straniere a costruire una versione dei loro prodotti customizzata ad hoc per la Cina e di attenersi alle sue politiche di sorveglianza. I controlli di sicurezza governativi consentono a Pechino di aprire i prodotti di queste società e riesaminare il loro codice sorgente, mettendone a rischio la proprietà intellettuale.

L’articolo 37 della legge sulla sicurezza informatica aumenta anche il controllo governativo sul tipo di dati che possono essere trasferiti fuori dal paese, mentre alcune regole non scritte premiano le società che memorizzano i dati sui server locali.

La guerra all’Occidente per la cyber governance arriva fino in Africa

L’ambizione di Pechino non è solo quella di evitate che gli USA interferiscano con le loro politiche interne su internet e tecnologia, bensì c’è anche la volontà di istruire, secondo le proprie modalità di pensiero, altre nazioni in via di sviluppo. E chi meglio dei nuovi figli economici cinesi, ossia, le nazioni africane nuove “colonie” cinesi?

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Già nel 2015 la Cina scelse la Tanzania (la Cina è il più grande partner commerciale della nazione africana) come una sorta di stato pilota per i propri interessi e business tra cui l’incoraggiamento di una collaborazione in tema di cyber governance.

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La Tanzania varò lo stesso anno una legge per i cyber crimini con conseguente controllo sui contenuti online come blog e social simili a quelli cinesi. E come la Tanzania anche in altre nazioni africane a cui Pechino ha portato massicci investimenti come la Nigeria, l’Etiopia, il Sudan e l’Egitto, stanno avvenendo importanti cambiamenti sulla gestione di internet e delle limitazioni al suo utilizzo.

La caratteristica più allettante del modello cinese sembra essere il controllo dei contenuti, visto che moltissimi suoi partner si stanno impegnando a bloccare, filtrare e manipolare il materiale indesiderato. Altrettanto allettanti sono le sue regole per la memorizzazione dei dati sui server domestici in grado di aiutare le forze dell’ordine e i funzionari dei servizi segreti a ottenere libero accesso alle informazioni degli utenti.

Il problema del modello cinese è che si scontra pesantemente con i principi fondamentali su cui internet è stato costruito nelle democrazie market-based: libertà online, privacy, mercati internazionali liberi e un’ampia cooperazione internazionale.



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