Dai graffiti al Kitsch, Brian Kaws Donnelly firma la nuova capsule collection per Dior


di Silvia Scardapane

La moda è sempre un passo avanti. Anche se a breve ci immergeremo in pieno clima natalizio, le case di abbigliamento ci riportano già all’aria primaverile con le loro collezioni Spring/Summer 2019. Difatti, nelle nostre continue ricerche per un nuovo caso da analizzare per questa rubrica, ci siamo imbattuti nella nuova campagna Dior. Oltre a notare il ritorno dei contrasti cromatici per i capi maschili, ci ha colpito la presentazione dell’ultima capsule collection che vede la partecipazione di Brian Kaws Donnelly, Street Artist di Brooklyn.

L’esperienza artistica di Brian Kaws Donnelly

Kaws è un artista di fama mondiale che ha mosso i suoi primi passi nel mondo del graffiti writing all’inizio degli anni ’90, quando girovagava per le strade di New York lavorando con gli spray sulle pensiline, cabine telefoniche e cartelloni pubblicitari.

Con l’idea non troppo celata di modificare radicalmente la percezione dell’arte nel contesto contemporaneo ed in linea, d’altronde, con i grandi esponenti che avevano realizzato le medesime ricerche qualche anno prima, Kaws ha spinto sempre oltre il proprio segno distintivo contro la comunicazione di massa.

Già alla fine di quegli stessi anni, infatti, l’artista aveva iniziato a produrre giocattoli in vinile in edizione limitata che oggi si sono trasformati in oggetti super ricercati, già parte di rilevanti collezioni.

Da quel momento, comunque, qualcosa è cambiato: giocare e divertirsi con la sovversività ha creato in automatico un grande consenso intorno al suo nome. Perciò, attualmente, le creazioni di Kaws sono molto ambite nel campo dell’arte e conosciute con il nome di BFF – Best Friend Forever.

Le sue rivisitazioni pop (come la famosa reinterpretazione di Topolino o della statuetta del Moonman di Mtv) si distinguono ormai a colpo d’occhio, proprio come avviene per le sculture kitsch di Jeff Koons.

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La capsule collection per Dior

La collezione firmata per Dior, però, rimanda molto poco a questo glorioso passato e l’artista pare essersi limitato soltanto ad una semplice rivisitazione del logo della casa (la famosa Bee).

Eppure tutti i capi presenti nella capsule collection sposano il taglio streetwear ormai inseguito dai piccoli e dai grandi marchi: t-shirt, maglioni, giubbotti, cappelli e persino occhiali da sole oversize.

Uno stile che ormai vede, nel mercato della moda così come in quello dell’arte, una collaborazione e quindi un’espressione sempre più attenta alle esigenze di comunicazione dell’azienda, alla immediata riconoscibilità e libera interpretazione dell’artista, al gusto degli acquirenti.

Questa attenzione, necessaria per la creazione di prodotti originali, sembra venir meno nella nuova proposta di Dior, eccetto nella prima presentazione della sfilata dove giganteggiava una scultura di Kaws ispirata a Christian Dior e al suo cagnolino Bobby, riconoscibilissima nelle fattezze di un tipico BFF anche se realizzata con una quantità indefinibile di fiori.

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Se da un lato, dunque, potrebbe stuzzicare l’idea di una nuova linea di comunicazione basata sulla rivisitazione dello storico logo in chiave street art, dall’altra la scelta potrebbe ostacolare la creatività degli artisti allontanando definitivamente la possibilità di ricorrere a soluzioni più vicine alle esigenze di espressione di ognuno.

C’è da augurarsi che anche Dior (come accaduto con Gucci) possa pian pian uscire da questi schemi e pensare di concentrasi su una proposta artistica forse meno forzata e più libera ed irriverente.





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