Abbiamo visitato la mostra di Banksy al Mudec di Milano (e vi raccontiamo perché vale la pena andarci)


Dopo Firenze anche Milano dà voce alle opere di Banksy, con una mostra monografica dedicata all’artista allestita all’interno delle imponenti sale del MUDEC di Milano. La prima organizzata in un museo italiano, anche se non autorizzata dall’artista.

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Appena inaugurata A Visual Protest. The art of Banksy ha accolto oltre 10.000 visitatori nei primi cinque giorni di apertura, da mercoledì 21 a domenica 25 novembre. 

Anche durante la nostra visita, alle 19:30 di un giovedì qualunque, sono in tanti ad affollare le sale del Mudec per rispondere alla domanda che prima o poi si sono fatti tutti: chi è Banksy?

Una volta entrati si vede subito però che il pubblico non è quello che ci si aspetta da una mostra del genere.

Niente ragazzini con lo skate e neppure artisti di strada. A spostarsi da una sala all’altra, curiosi e interessati, sono soprattutto persone assolutamente normali. Insospettabili in giacca e cravatta, appassionati di street art o forse solo curiosi, che sono arrivati lì dopo il lavoro. Del resto in tutto il quartiere Tortona, così come un po’ ovunque in città, è esplosa la Banksy-mania con vetrine, gadget e aperitivi dedicati allo street artist inglese.

L’esposizione, accompagna il pubblico in un viaggio alla scoperta della figura di Banksy, senza però riuscire mai a mettere in evidenzia i molti, e contradditori, volti del misterioso writer.

Racconta dell’artista in una prospettiva storica, quasi didattica. Opere ed immagini, corredate da aneddoti che riusciamo a carpire alle guide che accompagnano i gruppi, fanno da contorno ai progetti  senza però esprimere davvero un giudizio o prendere una posizione. 

La mostra, curata da Gianni Mercurio, si mantiene infatti sempre neutrale, risultando a volte distaccata e forse un po’ nozionistica. Non esprimendo un giudizio, contro e neppure a favore, su uno degli artisti più contestati di sempre, non riesce a rendere fino in fondo la magia e la grandiosità della figura di Banksy.

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Chi è Banksy

Personaggio contraddittorio, Banksy è impossibile da ignorare. Non conosciamo davvero la sua identità, eppure il suo nome d’arte è sulla bocca di tutti. 

Dal punto di vista artistico, ha rivoluzionato e portato sotto le luci dei riflettori la street art. È riuscito ad alimentare il dibattito intorno a questa forma d’arte senza esserne l’esponente più talentoso e neppure il primo ad utilizzarla. Se tanti oggi sanno cosa sia uno stencil oppure un graffito certamente parte del merito è suo. 

Credits: Paolo Poce

Banksy è difficile da ignorare anche per le tematiche che tratta e per il modo in cui lo fa. La sua è una protesta visuale, che vuole scuotere le coscienze e provocare una reazione. E riesce benissimo nel suo intento.

In ultima analisi, non dobbiamo dimenticare il lato economico. L’arte di Banksy nasce libera, nelle strade, dove chiunque possa democraticamente averne accesso. Da qui la contraddizione di trovarla in un museo o in un galleria d’arte, o peggio ancora di batterla all’asta per cifre folli. 

L’invisibilità 

Banksy ha costruito la sua popolarità sull’invisibilità, facendone uno strumento per sottrarsi e sfuggire al controllo. Ancora oggi, nessuno sa chi sia esattamente e quale volto abbia, eppure è uno degli artisti più noti di sempre.

Lo street artist inglese, quasi certamente originario di Bristol, è diventato celebre per le sue opere dal forte contenuto satirico, che raccontano in modo critico la società e che trattano in particolare di politica, cultura ed etica.

Non avendo informazioni certe su di lui, Gianni Mercurio apre la mostra, che raccoglie circa 80 lavori tra dipinti, print numerati, oggetti, fotografie e video, con una stanza in cui inizia a ripercorrere le origini del movimento all’interno del quale si muove l’artista.  

Street artist famosi e dove trovarli: l’evoluzione del movimento

Il giallo del mondo industriale e metropolitano ci accompagna nella sezione introduttiva. 

Le opere stranianti di Asger Jorn ed i graffiti di Harlem e del Lower East Village della New York degli anni 70 introducono il movimento della street art prima di Banksy. 

Credits: Paolo Poce

La protesta

“Protesto dunque sono”, questo il credo di Banksy, ben rappresentato nelle sue opere. Il tema della protesta emerge come ribellione che parte dalla strada contro il potere che esercita la sua egemonia culturale attraverso la televisione, il cinema, la pubblicità, le chiese, le scuole e persino i musei. 

Credits: Paolo Poce

In risposta ai poteri forti Banksy propone tecniche veloci, seriali e riproducibili. Elementi stranianti vengono inseriti in copie di opere esistenti e universalmente riconosciute.

I topi di Banksy

Nelle opere di Banksy i topi rappresentano una metafora. Vengono associati ai graffittari perchè come loro questi si muovono nell’ombra, popolando fogne e luoghi degradati.

I ratti esistono senza permesso” ha dichiarato l’artista. “Sono odiati, braccati e perseguitati. Vivono in una tranquilla disperazione nella sporcizia. Eppure sono in grado di mettere in ginocchio l’intera civiltà.”

Rat and Heart / Banksy
Credits: Artificial Gallery, Antwerp

La guerra

La guerra è un altro tema ricorrente nelle opere di Banksy. La sua è una battaglia culturale contro la guerra stessa e le logiche che la producono, che passa attraverso opere diventate vere e proprie icone del nostro tempo. 

Intorno al 2000, Banksy accosta alcune immagini, diventate poi iconiche, allo slogan “wrong war” per esprimere il proprio dissenso riguardo l’imminente guerra in Iraq.

Nel marzo 2004, in occasione della mostra “Pax Britannica: A Hellish Peace” allestita presso l’aquarius Gallery, l’artista realizzò un portfolio che raccoglieva 22 opere firmate da quelli che lui stesso amava definire “insigni artisti che non credono nella guerra come mezzo per ottenere la pace e che biasimano l’aggressione organizzata e l’uccisione di soldati e civili innocenti”.

Il consumismo

Altre grande obiettivo della critica di Banksy è il mercato dell’arte, oltre che i suoi consumatori, colpevoli secondo l’artista di non avere capacità critica, e di non essere quindi in grado di capire davvero il valore delle opere che vanno ad acquistare. 

La cultura del consumo coinvolge in modo sempre più potente e invadente l’esperienza quotidiana e si sostituisce alle forme culturali tradizionali. Il consumo coinvolge (o sconvolge) l’intera personalità del consumatore. 

La musica

Non solo arte. La mostra di Gianni Mercurio porta alla luce un’ aspetto di Banksy spesso trascurato.

Nel corso della sua carriera l’artista si è infatti anche cimentato nella produzione di cover di vinili e cd per importanti gruppi artistici musicali contemporanei.

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Le copertine in mostra, circa 60, spaziano dalla musica elettronica sperimentale all’hip hop, dai grandi gruppi musicali che sono sulla scema internazionale dell’elettronica come i Durty Funker, al British hip-hop di Blak Twang, fino ai dischi dei Blur e di Paris Hilton.

Oltre l’arte: The Walled Off Hotel e Dismaland

Nell’ultima sala, poco prima di immergerci in uno spazio multimediale che chiude il percorso raccontando i luoghi del mondo in cui Banksy ha operato, troviamo i memorabilia di e sull’artista. Litografie, foyer promozionali, cartoline, fanzine, magazine e giornali vari, cartoline e biglietti raccontano i maniera insolita e poco vista la storia di Banksy e del suo mondo.

L’attenzione dei visitatori è attirata in particolare dal flyer che illustra la mappa di Dismaland, installazione artistica temporanea organizzata da Banksy dal 21 agosto al 27 settembre presso il Tropicana, un lido in disuso nella località turistica inglese di Weston-super-Mare.

Descritto da Banksy stesso come “un parco tematico non adatto ai bambini”, il parco si presentava come il parco divertimenti anti-Disneyland.

Proprio accanto, alcune foto ci mostrano The Walled Off Hotel, conosciuto anche come “l’hotel con la peggiore vista del mondo“. Situata a Betlemme, la struttura si affaccia sulla barriera in cemento che dal 2003 divide Israele dalla Palestina.

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Credits: Paolo Poce

Cosa ci lascia la mostra di Banksy a Milano

La mostra di Gianni Mercurio ripercorre con fedeltà e precisione il lavoro di uno degli artisti più misteriosi ed insieme conosciuti del nostro tempo, restituendo un ritratto fedele, che forse non aggiunge niente a chi Banksy già lo conosce ma che certamente affascina tutti i visitatori.

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Il fatto però che per la prima volta si sia portato il suo lavoro all’interno di una sede istituzionale come il Mudec è comunque da considerare un successo. Nessun altra città italiana avrebbe forse potuto dare risalto ad una mostra del genere, accogliendo così tanti visitatori. 

“La rassegna” afferma il sindaco di Milano Beppe Sala “è un incontro con il più celebre street artist del momento e non mancherà di attirare il pubblico italiano e internazionale: un’occasione che Milano offre a tutti per capire la contemporaneità globale andando oltre i cliché.”

Se tuttavia la mostra non è bastata, è possibile approfondire ulteriormente l’argomento con il documentario Saving Banksy, disponibile su Netflix. Il film esamina le filosofie contrastanti di street art e mercificazione, concentrandosi sui venditori non autorizzati delle opere del writer inglese.





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