LG vuole trasformare i lavoratori in uomini bionici (con robot indossabili)


È stata una delle novità più interessanti di IFA 2018, la fiera tecnologica d’Europa che è palcoscenico per la presentazioni di innovazioni e nuovi prodotti hi-tech.

LG, dopo aver presentato le novità in arrivo legate al mondo delle sue televisioni e degli smartphone, ha espresso il suo impegno e la sua volontà di  diventare nei prossimi anni leader nella produzione di robot in grado di migliorare il mondo del lavoro rendendolo.

Chi conosce e segue l’azienda non resterà stupito di fronte a questa notizia: è cosa nota che LG da tempo si stava muovendo con importanti investimenti nel campo della robotica, sforzi economici che abbiamo visto finalmente materializzarsi in occasione dell’IFA 2018 in cui è stato ufficialmente presentato il prototipo del suo primo robot human centric indossabileCLOi SuitBot.

LG CLOi SuitBot, il primo robot indossabile

L’ambizioso CLOi SuitBot altro non è che un esoscheletro robotico che a prima vista sembrerebbe trasformare chiunque lo indossi in RoboCop, in realtà è stato progettato per supportare  e migliorare i movimenti delle gambe di chi lo utilizza.

LEGGI ANCHE: Questo simpatico robottino trasporta i tuoi bagagli in aeroporto (se voli con KLM)

Ciò vuol dire che con l’ausilio di questa tecnologia i lavoratori potranno sollevare oggetti più pesanti e intraprendere attività che normalmente non sarebbero stati in gradi di gestire da soli.

Il dispositivo è stato progettato in modo tale da renderlo facilmente indossabile. Il robot non solo si dimostrerà molto utile ma anche intelligente: infatti sarà in grado di analizzare i dati biometrici e i movimenti di chi lo indosserà per poi evolversi e migliorare nel tempo.

lg-robot-indossabile-CLOi-SuitBot

Fonte @Techradar

Il Cto di LG, I.P. Park, ha dichiarato: “Il nostro CLOi SuitBot è molto utile in campo medico, in quanto può aiutare le persone che hanno difficoltà a camminare, ma la sua applicazione è fattibile anche nel settore industriale. Questi robot potrebbero contribuire ad aumentare la produttività dei processi di produzione aziendali, migliorare il controllo delle prestazioni e prevenire gli infortuni”.

LG CLOi SuitBot è stato sviluppato in collaborazione  con SG Robotics, azienda in cui LG ha investito lo scorso anno, che sviluppa sistemi che aiutano le persone a superare i limiti del proprio corpo, sia che si tratti di problematiche legate alla disabilità, sia offrendo supporto sul lavoro.

Un network di robot smart

lg-robot-indossabile-CLOi-SuitBot

Il nuovo robot targato LG può tranquillamente lavorare in autonomia all’interno di un ospedale o di un industria, ma il suo valore aggiunto sta nella possibilità di connettersi con tutti gli altri robot LG, creando così un network smart alimentato dall’intelligenza artificiale.

Per LG il SuitBot non è il primo robot sviluppato, ha già dato vita ad altri esemplari che svolgono funzioni differenti: il Cart Robot che aiuta le persone a fare la spesa, il Cleaning Robot che fa le pulizie, il Serving Robot che serve il cibo. C’è poi una lunga serie di diverse aziende sviluppatrici di sistemi di Intelligenza Artificiale che hanno creato robot indossabili simili e esoscheletri.





Source link

Il rapporto scuola-lavoro in Italia, spiegato con i numeri


“La scuola non prepara realmente al mondo del lavoro”. Quante volte abbiamo sentito ripetere questa frase?

Ultimamente spesso: cresce infatti la sfiducia che in particolare i giovani ripongono nelle politiche dedicate al lavoro e ai temi dell’istruzione. In questo momento storico, i livelli di disoccupazione in Italia restano alti e toccano principalmente le città del meridione come risulta evidente dalle recenti indagini Istat.

Un sentire comune esasperato dalla precarietà ma anche dai grandi cambiamenti che tutto il mondo sta affrontando: dalla relativa instabilità dei mercati alle sfide per la conservazione dell’ambiente, fino alla digitalizzazione dei processi e all’introduzione dell‘intelligenza artificiale nelle catene di montaggio.

Un panorama poco incoraggiante, in cui il divario Nord-Sud si riflette non solo nelle dinamiche occupazionali ma anche nelle palestre in cui le menti dovranno allenarsi per essere competitivi nel mondo del lavoro: le scuole.

LEGGI ANCHE: La Digital Transformation è ancora in corso (e si baserà sull’AI)

Italia fanalino di coda in Europa

Oggi i processi di digitalizzazione stanno coinvolgendo tutti i settori e i mercati, compreso quello del lavoro. Sebbene i meccanismi di adeguamento procedano spesso a rilento nel nostro Paese, il processo è in atto e una massiccia digitalizzazione dei sistemi è ormai prevedibile su larga scala in pochi anni.

L’Italia spende circa 70 miliardi all’anno per l’istruzione dei giovani. Gli investimenti pubblici sono indirizzati principalmente verso l’istruzione obbligatoria, per scuole e stipendi degli insegnanti, circa il 91% delle spese sono coperte. La percentuale per l’Università si aggira intorno al 70%, la restante parte spetta alle famiglie.

Uno scenario che colloca l’Italia (ancora una volta) agli ultimi posti della classifica in Europa: i Paesi che spendono di più per questo settore sono Danimarca, Svezia, Belgio e Finlandia.

scuola

Perché i giovani laureati lasciano l’Italia

Cosa spinge i giovani italiani a fare le valigie e lasciare casa per cercare fortuna all’estero? In Italia un laureato su tre svolge un lavoro in cui non applica affatto le competenze acquisite durante gli studi. Il fenomeno prende il nome di deprofessionalizzazione e coinvolge moltissimi laureati impiegati anche in diversi settori della Gig Economy.

LEGGI ANCHEFoodora e altre startup del food delivery potrebbero lasciare l’Italia

Cosa vuol dire, in pratica? Tornando alla domanda iniziale potremmo pensare che, sì, è vero: la scuola non prepara affatto al mondo del lavoro. In altri termini, se nel mio impiego futuro non utilizzerò gli strumenti che mi sono stati forniti durante il percorso di formazione, che interesse ho a percorrerlo al meglio?

Anche per questi motivi le nuove generazioni tendono a considerare gli spostamenti all’estero per lavoro come una vera e propria boccata d’ossigeno rispetto alle sovrastrutture del mercato del lavoro italiano che rendono difficili gli ingressi, molto complicati gli spostamenti intersettoriali e difficilissime le riallocazioni delle forze lavoro a riposo.

A dispetto degli articoli sensazionalistici che promuovono la figura del classico cervello in fuga italiano – direttore della NASA che da noi faceva il bidello – sono moltissime le ragazze e i ragazzi che scelgono di spostarsi perché altrove ci si trova meglio, in molti settori. Non tutti sognano necessariamente di dirigere un museo, la maggior parte delle persone che lascia il proprio paese lo fa nel tentativo di migliorare le proprie condizioni di vita.

Ma è ancora un rapporto dell’Istat, quello sul benessere equo e sostenibile, a portare pessime notizie. Il BES, infatti, analizza l’andamento della qualità della vita dei cittadini e dell’ambiente,  includendo tra i propri indicatori anche la capacità del Paese di trattenere i talenti, leggendo i dati sul tasso migratorio dei laureati: nel 2016 il saldo dei giovani laureati italiani è negativo – con la perdita di circa 10mila “cervelli” – con un numero pari quasi al doppio di quello registrato nel 2012.

La tecnologia spinge a muoversi

Attualmente, accettare un’offerta di lavoro in un Paese della Comunità Europea equivale al meccanismo che vedeva le persone partire dal proprio paesello del sud per trasferirsi in una metropoli del nord Italia in cerca di impiego. La spinta tecnologica ha reso i trasporti molto più rapidi e il mercato del lavoro ha subito approfittato di questa mobilità riuscendo a investire campi di disponibilità e settorialità molto più ampi.

Per questo, il punto centrale da capire non è più ricollegato alle motivazioni che spingono le persone a muoversi in cerca di lavoro. Quelle ormai sono ovvie. Vanno invece indagate le cause che hanno impedito al nostro Paese di essere attraente agli occhi di giovani talenti, startupper, designer o webmaster. Non riusciamo a trattenere i nostri talenti o ad attrarne di nuovi, forse a causa di politiche dedicate non particolarmente lungimiranti e troppo poco tech-oriented.

O forse, più semplicemente, perché l’Italia non è in grado di riconoscere e valorizzare i talenti, ma vive ancora di culture aziendali basate sulla simpatia e sull’amicizia piuttosto che sul merito, di imprese fondate unicamente sulla scia del fondo pubblico del momento, ma senza reali prospettive di crescita, di pochi e affannati investitori che non riescono a penetrare a sufficienza attraverso l’innovazione il sistema imprenditoriale nazionale.

L’Italia non è un paese per giovani secondo l’Istat

Allora è vero che l’Italia non è un paese per giovani? A dirlo è l’Istat in uno dei suo ultimi rapporrti: sono raddoppiati i giovani laureati in fuga all’estero. Le regioni hanno un saldo migratorio di laureati italiani negativo a livello internazionale. L’obiettivo del governo, nei prossimi anni, dovrà essere quello di creare un bilanciamento tra i due flussi, attraverso interventi mirati per rendere il nostro Paese appetibile, magari sfruttando al meglio le ricchezze del patrimonio territoriale e culturale italiano.

Di contro, nonostante il livello di istruzione della popolazione sia in crescita, l’Italia occupa ancora le ultime posizioni della graduatoria europea.

scuola

Per quanto riguarda il tasso di disoccupazione giovanile, nel 2016 la percentuale è risultata in calo per il terzo anno consecutivo nell’Ue e per il secondo in Italia. Nonostante la riduzione generalizzata, la condizione dei giovani di 15-24 anni rimane particolarmente critica anche in Grecia e Spagna.

scuola

scuola

Il divario Nord-Sud e la piaga dell’abbandono scolastico

 “L’istruzione è il grande motore dello sviluppo personale. È attraverso l’istruzione che la figlia di un contadino può diventare medico, che il figlio di un minatore può diventare dirigente della miniera, che il figlio di un bracciante può diventare presidente di una grande nazione”, diceva Nelson Mandela.

Lo scenario segna un’ulteriore frattura se scendiamo nel dettaglio per controllare i livelli di istruzione delle varie regioni italiane, anche se alcuni degli obiettivi fissati dalla Strategia Europa 2020 sono stati già raggiunti dall’Italia, per esempio la quota di giovani che abbandonano precocemente gli studi nel 2017 si è attestata al 14,0%, mentre l’obiettivo nazionale fissato per il 2020 è del 16%.

Di Carlo Dani - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=66056297

Di Carlo Dani – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=66056297

“Le regioni presentano aspetti tra loro differenti per la spesa in istruzione e formazione. Tra le ripartizioni, nel 2015 il Mezzogiorno conferma la maggiore incidenza sul Pil della spesa, mentre nel Nord-ovest si investe relativamente di meno. La quota di adulti poco istruiti nel 2017 è più alta nel Mezzogiorno, con Sardegna, Sicilia e Puglia che superano la soglia del 50%” si legge in una nota del report Noi Italia dell’Istat.

Per quanto concerne gli abbandoni scolastici, il divario territoriale rimane elevato, con una distanza di oltre 8 punti percentuali tra il Nord-est e il Mezzogiorno, dove l’incidenza è del 18,5%: in Sardegna l’incidenza più alta, con oltre un giovane su cinque che non prosegue gli studi dopo la licenza media.

scuola

Generazione NEET: non studiano e non lavorano

La maggior parte degli indicatori del mercato del lavoro presentano divari territoriali marcati, accentuati nel corso della crisi.

I giovani di 15-29 anni che non studiano e non lavorano (Neet) sono poco meno di 2,2 milioni, in riduzione per il terzo anno consecutivo, con una incidenza più elevata tra le donne rispetto agli uomini. La quota di giovani che non lavorano e non studiano diminuisce solamente in alcune ripartizioni e le differenze territoriali rimangono ampie, con il  Mezzogiorno che presenta una incidenza quasi doppia rispetto al  Nord-ovest.

scuola

scuola

Nel 2015 il Mezzogiorno ha presentato l’incidenza del lavoro non regolare più elevata del Paese, mentre il Nord mantiene in media la minore; al Centro, il Lazio presenta il tasso più elevato della ripartizione. Tra il 2000 e il 2015 il peso dell’occupazione non regolare si è ridotto in tutte le ripartizioni tranne nel Nord-est.  Il lavoro sommerso, oltre a essere più diffuso nelle unità produttive di minori dimensioni, è caratterizzato da forti specificità settoriali.

LEGGI ANCHE: Google ci aiuterà a scegliere la scuola giusta con la funzione di ricerca per il college

Cosa significa innovazione a scuola

Non c’è bisogno di andare all’estero per avere scuole all’avanguardia, e se pensiamo che la capacità di innovare sia relegata solo agli istituti delle città straniere o del nord Italia ci stiamo sbagliando di grosso. Sono infatti diversi i casi virtuosi e sono sparsi lungo tutta la penisola. Si tratta di eccellenze italiane che si sono distinte nel panorama per la loro spinta verso l’innovazione tecnologica e il cambiamento, ma anche per l’approccio alla diversità e all’inclusione, un aspetto molto importante da non sottovalutare oggi.

Un caso esemplare lo troviamo a Brindisi, presso l’Istituto “Ettore Majorana”. L’iniziativa Book in Progress dà la possibilità agli insegnanti di collaborare tra loro per redigere materiale didattico da fornire agli studenti, un progetto che nel lungo periodo ha l’obiettivo di far risparmiare le famiglie sull’acquisto dei libri. Inoltre, sempre al Majorana si utilizza l’Oculus Rift e si sperimenta una didattica con realtà aumentata.

Un altro esempio all’avanguardia lo troviamo Parma, al Liceo “Attilio Bertolucci”, dove gli studenti, oltre al progetto orto scolastico, hanno a disposizione un Fab Lab, possono stampare in 3D e sviluppare le proprie competenze di programmazione informatica.

Si tratta di casi virtuosi isolati oppure possono essere replicati? Com’è la situazione attualmente?

Secondo Sonia China, CEO di Tinkidoo, il livello di obsolescenza dell’attuale sistema formativo rispetto all’introduzione delle tecnologie digitali nella didattica è ancora molto alto. La fondatrice della startup innovativa, che avvicina i bambini alla tecnologia, all’elettronica, alle scienze attraverso l’utilizzo dei giocattoli digitali, non crede che la scuola fornisca competenze adeguate per il mondo del lavoro attuale.

scuola

Nonostante tutto gli esempi virtuosi non mancano e traghettare le scuole verso un futuro ancora più digitale è oggi più che mai una prerogativa del nuovo governo. Già da un paio d’anni è stato presentato il Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), il documento di indirizzo del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per il lancio di una strategia complessiva di innovazione della scuola italiana che punta a un nuovo posizionamento del suo sistema educativo nell’era digitale.

scuola

A questo proposito è stata introdotta una nuova figura, l’animatore digitale, un docente che, insieme al dirigente scolastico e al direttore amministrativo, avrà un ruolo strategico nella diffusione dell’innovazione a scuola, a partire dai contenuti del PNSD.

A proposito di Coding abbiamo chiesto un punto di vista anche ad Angela Gatti, docente e animatore digitale presso il Secondo Istituto Comprensivo di Francavilla Fontana: «Il Coding innanzitutto non è una disciplina da studiare per un’ora la settimana o due e poi accantonarla come la cosiddetta ora di informatica poiché il Coding è un linguaggio nuovo che si sta affermando nella scuola in modo trasversale a tutte le discipline. Attraverso il Coding viene sviluppato il cosiddetto pensiero computazionale o procedurale che è quella forma di pensiero che, accanto al pensiero critico, permette di sbriciolare il problema in vari e step per giungere alla soluzione. Molto spesso uno step viene anche modificato o stravolto, poiché presenta qualche errore e viene individuato, riprogrammato e risolto, e così non viene vissuto come un errore ma come una fonte di successo e di autostima per il ragazzo. Più che una materia il Coding può essere concepito come una metodologia per imparare il linguaggio del XXI secolo, che non deve servire a produrre informatici e ingegneri, ma va pensato come la nuova alfabetizzazione per capire gli oggetti che ci circondano, tutti ormai connessi. Proprio come chi studia la matematica non diventerà per forza un matematico e chi studia la lingua non diventerà necessariamente uno scrittore o un giornalista. Il Coding è sicuramente la competenza d’elezione di questo millennio perché aiuta a capire le dinamiche della nuova era della comunicazione e può essere introdotto nella scuola già nella prima infanzia con il Coding Unplugged, cioè senza schermo e senza computer, ma fisico e tangibile, per crescere mano mano di livello e di difficoltà con gli anni scolastici, in progress.
In pratica dovrebbero entrare di diritto tutte le discipline STEAM, cioè scienze, tecnologia ingegneria, arte e matematica, supportate dal coding e dalla robotica educativa, poiché quest’ultima esercita la creatività, componente essenziale per lo sviluppo completo della personalità».

Di Carlo Dani - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=49859961

Di Carlo Dani – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=49859961

La fibra in ogni scuola entro il 2020

Per localizzare le singole istituzioni scolastiche e dotarle della connettività individuata nel Piano Nazionale Banda Ultralarga, il MIUR ha sottoscritto una importante intesa con il MISE: entro il 2020, i plessi scolastici saranno raggiunti “alla porta” dalla fibra ottica in via prioritaria rispetto agli altri interventi del Piano Nazionale Banda UltraLarga, e tutte le scuole potranno ricevere dai diversi operatori un’offerta di connettività in banda larga o ultra-larga.

LEGGI ANCHE: Apple porta la rivoluzione digitale nelle scuole con un nuovo iPad low-cost

Inoltre, la Banda viene potenziata ogni giorno: la Lombardia diventa la prima in Italia per velocità connessione. Seguono Emilia Romagna e Toscana.

scuola

Un piano strategico che ha come obiettivo quello di rigenerare la scuola, renderla più digitale, più connessa per creare nuovi progetti che sfruttino la voglia di fare dei giovani già a partire dai banchi di scuola. Generare contesti in cui far nascere e proliferare invenzioni geniali sfruttando la capacità creativa delle nuove generazioni. Come Biz Factory il concorso che ogni anno (ormai da 15 anni) premia le migliori idee di impresa nate sui banchi di scuola.

Quest’anno ha coinvolto sedicimila studenti fra i 16 e i 19 anni, che hanno dato vita a 780 mini-imprese.

Tutta colpa del sistema?

“L’istruzione non è un problema. L’istruzione è un’opportunità”, proclamava il presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson.

Gli sforzi che il sistema sta riponendo sui temi dell’istruzione che (di conseguenza) incidono sul mercato del lavoro potrebbero essere più incisivi, di questo ne siamo consapevoli. Alla luce della digital transformation avanza l’esigenza di reinventarsi senza restare troppo ancorati a modelli ormai obsoleti che ci hanno visto coinvolti negli anni passati.

scuola

L’idea è quella di pensare alla digitalizzazione come un’opportunità e non come una minaccia. Occorre metterci in gioco, rivedere i nostri piani di studi, le nostre attitudini personali, aggiornare le competenze digitali, fare un bilancio per cercare di capire cosa funziona e cosa no, senza dare colpe affrettate al sistema.





Source link

consigli di un copy per sistemarlo


La scrittura di un curriculum vitae non va sottovalutata, perché è il primo biglietto da visita col quale ci si presenta alle aziende, nella speranza che si venga contattati per un colloquio conoscitivo. Una redazione efficace e completa, i cui contenuti, stile ed impostazione rispecchino la personalità di ognuno, è il primo passo per far sì che il proprio CV non sia esattamente uguale a migliaia di altri.

Ormai sono tanti i professionisti che sconsigliano la redazione di un CV in formato europeo, a meno che non ci si proponga per bandi e concorsi, i quali richiedano esplicitamente questa struttura, oppure se non si abbia l’urgenza immediata di inoltrarne uno. Infatti, la sua anonimità e il suo pre-confezionamento difficilmente valorizzano le competenze che si posseggono. Di conseguenza sarà molto difficile catturare l’attenzione dell’addetto alle risorse umane.

Soprattutto, se la tua professione è particolarmente creativa, un modello preimpostato, come quello europeo, ti tarperebbe di netto le ali. Non ti permetterebbe di distinguerti dalla massa.

Vediamo come impostare al meglio il proprio CV e andiamo a scoprire qualche accorgimento grafico per un curriculum creativo di qualità.

curriculum vitae consigli, cv creativo, cv 2.0

Impostare il proprio cv

Partiamo, innanzitutto, dalla fotografia personale. Questo essenziale elemento è la prima opportunità per personalizzare il proprio curriculum vitae. Spesso se ne sottovaluta l’importanza: a volte c’è chi proprio non la inserisce. Un CV senza foto ha decisamente meno possibilità di distinguersi dalla massa rispetto ad uno con la propria immagine. Ma a cosa serve, in particolare, mostrare il proprio viso nel curriculum? A dare un volto al nome del candidato, a supportare l’impatto emotivo (complementare a quello delle informazioni scritte) ed a trasmettere elementi importanti della personalità, tra cui la cura di sé e la bella presenza. Se puoi, evita, quindi, foto fatte “tanto per” e prediligi una fotografia a mezzo busto, in cui sorridi e mostri sicurezza in te stesso. Questo potrebbe essere il fattore che fa la differenza.

LEGGI ANCHE: Come scrivere un curriculum vitae perfetto anche se non sei Elon Musk

Dopo aver trovato l’immagine che al meglio ti rappresenta, è ora di pensare a strutturare con criterio i tuoi contenuti. Ecco alcuni consigli:

  • Crea un titolo che, oltre al tuo nome e cognome, evidenzi chiaramente quale ruolo svolgi attualmente o quale ti piacerebbe fare
  • Un sottotitolo è altresì importante. Cerca al massimo in 10 parole di riassumere i valori e le caratteristiche positive che ti rappresentano. Evita di autoproclamarti il numero uno. Fingerti qualcosa che non sei potrebbe metterti in imbarazzo in sede di colloquio. La giusta value preposition è fondamentale perché dice al tuo cliente, in pochi termini, cosa ti distingue dagli altri concorrenti
  • Ricorda, nei dati anagrafici, di inserire i tuoi profili social, tra cui quello LinkedIN. Questo business network è fondamentale per permettere al tuo CV di essere aggiornato in tempo reale, soprattutto quando il tuo documento rimarrà nella banca-dati di un’azienda per molto tempo. Inoltre, LinkedIN è importante per dimostrare una certa modernità e la tua capacità di stare al passo coi tempi
  • Metti per prima le tue esperienze più rilevanti. La lunghezza ideale di questa dati dovrebbe essere all’incirca di 13-17 parole.
  • Per quanto riguarda gli aspetti meramente grafici, non utilizzare mai font più piccoli di 11 punti e non abusare di bold o sottolineature. Non dimenticare gli elenchi puntati: meglio questi, rispetto ai paragrafi. Scegli, infine, un font sans serif: questo carattere risulta più leggibile rispetto ad altri. Alcuni esempi conosciuti? Helvetica, Arial, Verdana, Lucid Sans e Century Gothic

Qualche esempio di curriculum creativo

Una presentazione originale, ed allo stesso tempo professionale, può sicuramente fare la differenza durante il processo di selezione. Inoltre, non tutti adotteranno questa strategia, in particolare in Italia dove ancora molte persone si limitano a redigere i propri curriculum in maniera molto schematica, a causa della poca conoscenza a riguardo. Ecco alcuni modelli da cui puoi trarre ispirazione.

Infocurriculum

Grazie a questo tipo di curriculum, a mo’ di infografica, puoi ottenere dei risultati davvero professionali, seppur tu conosca poco Photoshop o altri software di elaborazione di immagini.

Esistono moltissimi siti per realizzare un infocurriculum di qualità. Tra questi i più importanti sono sicuramente vizualize, infogr.am, re.vu ed easel.ly.

Un’infografica che traduca i tuoi dati in forma visiva, e non solamente testuale, permetterà di stupire i selezionatori non soltanto per le proprie competenze, ma anche per la personalità e la fantasia. Questo è possibile grazie ai numerosi layout presenti nei tool dedicati.

Ecco un’esempio illuminante di infocurriculum.

curriculum infografica, cv 2.0, infocurriculum

Presentazione su SlideShare

Utilizzare la piattaforma SlideShare di LinkedIN per pubblicare il proprio CV è sicuramente un’idea molto creativa. Grazie alle slide realizzate su PowerPoint potrai raccontare te stesso non solo attraverso il testo, ma anche con immagini, fotografie, link e molto altro. Se non hai tempo di realizzare una presentazione PPT, puoi semplicemente connetterti a LinkedIN e trasferire tutto il tuo percorso professionale nella pagina di SlideShare.

In questo video, presente sul canale ufficiale di PowerPoint School, viene spiegato come realizzare un curriculum su Slideshare.

Resume

Molti tendono a confondere il curriculum vitae con il resume, pensando che siano la medesima cosa. Non è così. Il resume, molto utilizzato nei paesi anglosassoni, è un curriculum molto più breve rispetto al tradizionale. In una sola pagina riassume le qualità del candidato ed, inoltre, può essere personalizzato a proprio piacimento. Ecco qualche indicazione utile per realizzare un resume professionale:

  • Dividi il foglio in 3 parti. In una parte inserisci dati e contatti, nelle altre due scrivi le esperienze lavorative e le competenze
  • Questo formato ti permette di dare risalto non soltanto ai contatti, ma anche agli obiettivi, alle certificazioni ed alle recenti collaborazioni. Approfittane
  • Cerca di non accorpare troppe informazioni. Il resume deve essere semplice, chiaro e graficamente curato.

Quale miglior esempio di resume chiaro e conciso se non il seguente?

resume creativo, cv 2.0. curriculum vitae 2.0





Source link

Assumere più donne fa aumentare (anche) il PIL, lo dicono i dati


Che la metà delle donne italiane lavori – il 49,2% nel 2017 secondo i dati Istat – sembra per il nostro paese un grande successo. E sicuramente lo è, se si mette a confronto questo dato con le cifre degli anni precedenti.

In senso assoluto, però, non è certo segno di parità il fatto che una donna su due stia a casa. Eppure, ricercare una maggiore occupazione femminile non è solo una questione di uguaglianza tra i sessi. È anche e soprattutto un’iniezione di valore nel sistema produttivo di una nazione e nel suo tessuto economico.

businesswomen_caucasian_consult_consultation_consulting_conversation_discussion_employees-910324.jpg!d

I vantaggi di assumere una donna

Innanzitutto, assumere più donne equivale a un aumento delle entrate fiscali e previdenziali che per le casse statali sono una manna. Inoltre, ogni 100 donne occupate serviranno 15 persone da impiegare nel settore della cura alla persona e dei servizi. Ci sono poi il bilancio familiare e gli acquisti che sono decisi in larga misura dalle donne: «Se queste dispongono di un reddito potranno usarlo per comprare di più», ha spiegato a Donna Moderna la professoressa Daniela De Boca, docente di Economia politica all’università di Torino.

Infine, se si allarga lo sguardo al prodotto interno lordo di un paese, si potrà affermare addirittura che l’incidenza in positivo dell’occupazione femminile oscilla tra il 5 e il 12%, secondo quanto dimostrato da uno studio commissionato dalla multinazionale statunitense General Electric. Anche a livello aziendale la presenza di donne nei posti di potere fa aumentare i profitti. A dirlo è il Fondo Monetario internazionale.

LEGGI ANCHE: Come mantenere un giusto equilibrio tra vita privata e lavoro spiegato da tre donne di successo

Le doti femminili in azienda

Fin qui i numeri. C’è, poi, tutto un discorso da fare sul contributo umano e relazionale che una maggiore presenza di donne può conferire a una realtà imprenditoriale. Capacità di ascolto, di mediazione, accuratezza, scrupolosità sono tutte caratteristiche che appartengono di più per natura al genere femminile e che sono molto richieste in un sistema produttivo definito 4.0 nel quale la forza fisica non è più un elemento fondamentale.

woman-2773007_960_720

Superare le riserve culturali

Se, quindi, le limitazioni fisiche che prima esistevano per molti lavori sono ormai scomparse, il problema culturale non è stato ancora superato. Lo dimostra il fatto che sono ancora poche rispetto ai colleghi maschi le ragazze che scelgono di formarsi nelle discipline STEM.

La lotta per la parità passa anche da qui: dalla costruzione di una consapevolezza delle capacità in modo che tutti possano accedere al settore tecnico-scientifico che al momento è quello che offre stipendi maggiori e più posti vacanti dato che è in crescita. Occupare una posizione manageriale rappresenta sicuramente degli svantaggi per la vita delle lavoratrici in termini di tempo, ma riesce anche a dimostrare che la donna non deve rinunciare alla carriera per dedicarsi ai figli.

LEGGI ANCHE: Più donne al comando nel report annuale di Facebook sulla diversità

mamma-lavoratrice

Un welfare che aiuti le mamme

Non si può ignorare il ruolo che anche le istituzioni devono avere in questa rivoluzione culturale. Per fare in modo che le donne abbiano accesso al mondo del lavoro si deve infatti prevedere un sistema di welfare efficiente che consenta di conciliare la vita familiare con quella professionale, visto che se i problemi sorgono non è mai per l’incapacità femminile di svolgere i diversi ruoli, ma solo perché le strutture statali non sono sufficienti a sostenerle.



Source link

come includere sui luoghi di lavoro


La diversità, anche sul posto di lavoro, è un valore. Molto facile a dirsi. Un po’ più difficile da mettere in pratica, soprattutto quando si parla di disabilità.

C’è voluta una legge, la 68 del 1999 per cercare di obbligare in qualche modo le aziende anche ad assumere gli appartenenti alle cosiddette categorie protette. E anche in questo caso, spesso, i datori di lavoro hanno preferito pagare delle sanzioni piuttosto che mettere in discussione la loro organizzazione e i loro ritmi produttivi per cercare di integrare queste persone.

Physicist_Stephen_Hawking_in_Zero_Gravity_NASA

Un lavoro per tutti al di là degli obblighi

L’altra faccia della medaglia, comunque, è che l’imposizione senza un adeguamento intelligente si è tradotta spesso in assunzioni che non hanno rappresentato nessun vantaggio professionale né per l’interessato né per l’azienda.

In altre parole, più crude, spesso alcuni impiegati sono finiti ad occupare una scrivania solo per rispettare gli obblighi di legge, ma non sono stati messi nelle condizioni di svolgere delle mansioni a loro adeguate dal punto di vista tecnico e relazionale.

LEGGI ANCHE: In ufficio o a casa, l’ambiente di lavoro conta per aumentare la produttività

L’integrazione lavorativa

Il legislatore si è reso conto di queste storture e con la legge 99 del 2013 ha cercato di mettere in risalto l’obiettivo principale del collocamento mirato per le persone disabili: l’integrazione lavorativa.

Ulteriori correttivi arrivati nel 2015 hanno cercato di incentivare ancora di più le assunzioni tramite sgravi contributivi, l’integrazione con le reti sanitarie e formative, la riduzione della percentuale minima di invalidità richiesta. Questi provvedimenti puntano ad aumentare il numero di persone con disabilità impiegate.

both-were-seated-in-wheelchairs-and-both-appear-to-have-overcome-their-disabilities-725x482

LEGGI ANCHE: Con la parità di genere si valorizza tutta la forza lavoro. La ricerca di Accenture

Il management plurale

Dal punto di vista del datore di lavoro esistono degli strumenti che è possibile utilizzare per fare dei passi in avanti su questo tema.

Innanzitutto, è necessaria la formazione per un management plurale per cercare di capire e gestire le diverse situazioni che si possono presentare.

Viene consigliata una consulenza organizzativa per l’inserimento lavorativo di queste persone e viene suggerito un percorso di empowerment della persona con disabilità.

Infine anche il gruppo di lavoro deve relazionarsi in maniera appropriata e per questo fondamentale è il lavoro di team building.

Il management plurale passa quindi per la valutazione delle competenze, per l’individuazione delle posizioni adatte alle persone con disabilità e per la costruzione di una cultura dell’inclusione. In questo modo si arriva a considerare l’altro come una risorsa con le sue peculiarità che sono complementari ad altre nella quotidianità lavorativa.



Source link

La giornata tipo di un nomade digitale


Amaca tra due palme e davanti ad un mare cristallino, computer appoggiato sulle gambe abbronzate. Ce lo immaginiamo così in genere il nomade digitale, secondo uno stereotipo che non ha tardato a consolidarsi nell’immaginario collettivo. Ma un lavoratore nomade digitale è innanzitutto una persona che lavora senza avere una sede fissa, un ufficio e una scrivania sui quali trascorrere le sue giornate lavorative.

Quindi sì, capiterà anche, qualche volta, unendo svago e professione di trovarsi a lavorare fronte mare, dondolandosi sulla famosa amaca in mezzo alle due palme, ma in genere la giornata tipo del nomade digitale è un po’ diversa.

Per il 64% uomini, donne nel 36% dei casi e con un’età compresa per il 33% tra i 30 e i 39 anni. Visita in media dai 5 ai 10 paesi ogni anno e rimane in un paese per una media di 1-4 mesi, guadagnando tra i 1.000 e i 2000 dollari al mese. Il lavoro da remoto è una scelta e il viaggio uno stile di vita. (Fonte: WeLance)

Ma senza andare troppo lontano, è sempre più in crescita anche il numero dei “nomadi digitali metropolitani”, ossia di chi sceglie di non avere un ufficio ma di praticare la sua professione in modo flessibile e dinamico, scegliendo di volta in volta in base alle necessità dello specifico cliente o del tipo di attività da svolgere, il luogo di lavoro più adatto.

Ecco quindi il profilo del nomade digitale, che per condurre la sua vita sempre in movimento, senza mai perdersi una scadenza lavorativa, ha bisogno anche di strumenti e spazi adeguati alle sue particolarissime esigenze.

nomade digitale 2

Credits: Copernico

La ricerca dell’equilibrio tra vita privata e lavoro come stile di vita

La tipica giornata del nomade digitale parte dalla sveglia entro le 7.00 del mattino (anche dopo aver partecipato a un party la sera prima), per iniziare la giornata con un po’ di esercizio fisico: corsa nel parco e un po’ di addominali, con lo spirito di migliorare ogni giorno un po’ di più le proprie prestazioni.

L’attività fisica non è solo un vezzo per tenersi in forma e apparire più belli, ma è un modo per essere più produttivi risvegliando l’organismo insieme al cervello. Anche il lavoro ne trae beneficio.

giornata tipo del nomade digitale 1

Credits: Copernico

La prima colazione leggendo i giornali

Dopo lo sport, ovviamente, è necessario ricaricare le batterie con una ricca colazione che aiuti a lavorare almeno fino al pomeriggio. Il rischio di non avere il tempo per un vero pranzo è sempre molto alto, quindi è bene avere energie sufficienti per arrivare concentrati fino a sera.

Sorseggiando il caffè e gustando una fetta di pane tostato con la marmellata è immancabile la lettura dei titoli più importanti dei giornali: un passaggio per Google News per sapere rapidamente cosa è successo nel mondo e poi la daily news delle testate da non perdere per le notizie su economia e startup come New York Times, Wall Street Journal e Tech Crunch.

Nel frattempo, naturalmente, si prendono appunti sui trend da seguire, sulle ultime novità su cui cercare approfondimenti per aggiornarsi e sugli obiettivi del giorno (non più di tre al giorno per evitare di essere dispersivi).

Quindi un breve recap con Calendar sull’agenda e sui task del giorno, prima di cominciare.

nomadi digitali

Credits: Copernico

Un incontro informale con caffè o la concentrazione giusta alla scrivania del co-working

Dopo la colazione si parte subito per il lavoro. Sono le 9.00 del mattino e la scelta del co-working per un incontro con un cliente importante è l’ideale. Pianificare il lavoro non basta, è necessario anche conoscere gli spazi che si hanno a disposizione per le diverse occasioni e scegliere soluzioni flessibili quanto il proprio lavoro.

Un ambiente che si modella sulle esigenze di business e un design degli spazi studiato per garantire il benessere delle persone sono i must nella scelta di un nomade digitale in città. E il co-working può diventare non solo una soluzione per avere una scrivania all’occorrenza in ogni città, ma anche un modo per fare networking e costruire relazioni, o incontrare in modo informale i clienti per un brunch.

Anche senza un vero ufficio, insomma, la sede fisica del nomade digitale si espande e si modella intorno alle sue necessità: lounge, biblioteca, palestra, cafè, terrazza, sala conferenze.

Nell’area ristoro si completa l’ultimo task prima della riunione: il cliente lì con noi e uno dei collaboratori in video conferenza da Roma, per coordinare il kick off dei lavori.

L’atmosfera è informale, ma professionale al tempo stesso. Il selfie di rito da postare su Instagram, sancisce l’inizio ufficiale delle nuove attività!

nomadismo digitale

Credits: Copernico

L’ultimo check serale prima di partecipare agli eventi in giro per la città

Grazie al wi-fi veloce la giornata lavorativa diventa ancora più veloce e adatta al work-life balance. C’è il tempo di passare in libreria a cercare il libro appena uscito sul Growth Hacking prima di tornare a casa, poi un rapido check delle scadenze e degli obiettivi della giornata.

Dopo aver aggiornato le schede di Trello e aver fornito gli ultimi aggiornamenti su Slack al team, è tempo di uscire di nuovo per partecipare ad uno degli eventi che animano continuamente la città e che si possono perdere perché sono sempre l’occasione per entrare in contatto con nuovi clienti o ampliare il proprio network.

vision-0_00

Credits: Copernico

Nomadi digitali anche in città

Sono sempre di più i professionisti che si spostano per lavoro, non sempre nel mondo, ma anche solo di città in città, tanto che secondo alcune previsioni i nomadi digitali a livello mondiale potrebbero essere secondo almeno un miliardo già entro il 2035, complice la felssibilità lavorativa, la pervasività delle tecnologie, la capillarità delle reti Wi-fi e degli smartphone, i sistemi di pagamento elettronico e le applicazioni che permettono di coniugare mobilità e attività professionale.

Il segreto per scegliere questo stile di vita è trovare un nuovo luogo di lavoro, un posto che possa essere ristorante, parco e anche palestra all’occorrenza, un ambiente in cui sentirsi a casa, ma in cui si sia sempre circondati da un contesto stimolante e creativo.



Source link

Come aumenta la produttività aziendale con lo smart working


Dal telelavoro, al nomadismo digitale, allo smart working, nuovi modi di lavorare nati grazie alla diffusione della tecnologia che permettono al lavoratore di poter lavorare a casa o su una spiaggia caraibica responsabilizzandosi nell’organizzazione del tempo.

Prima di aprire il tema smart working chiariamo la differenza tra le tre diverse pratiche lavorative che abbiamo appena citato.

La prima, il telelavoro, fa riferimento alla pratica in cui il lavoratore lavora principalmente da casa o da una filiale dell’ufficio grazie all’utilizzo della tecnologia.

Quando, invece, si parla di nomadismo digitale, non possiamo non citare il manifesto di questo movimento indipendente, che definisce i nomadi digitali come: “tutte le persone che desiderano rendersi indipendenti per lavorare ovunque nel mondo”.

Infine si parla di smart working quando esiste un rapporto lavorativo normato che risponde alle regole di un contratto di lavoro vero e proprio in cui il lavoratore subordinato può lavorare senza vincoli tempo-spaziali per il raggiungimento dell’obiettivo aziendale.

Il curriculum dello smart worker (e i dati di crescita)

smart working1

Il lavoro agile (o smart working) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività”. Così inizia la legge n. 81/2017 che in Italia regolamenta in modo definito il rapporto di lavoro definito, appunto, come smart working; una norma che impone al datore di lavoro, in contatto con uno smart worker, di garantire lui lo stesso trattamento rispetto ai lavoratori tradizionali sia a livello di compenso che di tempistica contrattuale.

Lo smart worker, quindi, potremmo definirlo come un collaboratore a distanza, che, grazie alla tecnologia 2.0, è in grado di svolgere i suoi compiti fuori dal classico ufficio potendo organizzarsi al meglio il tempo, gli spazi e l’orario di lavoro con vantaggi a livello di gestione del tempo e della produttività, oltre che ad un risparmio di costi in ambito spostamenti e trasferte e ad un miglioramento della vita personale.

Se questa modalità di lavoro è partita un po’ in sordina, anche a causa della diffidenza delle consolidate gerarchie aziendali, nel 2017, in Italia, lo smart working ha subito una crescita del 14% degli impiegati raggiungendo quota 300 mila addetti.

In ambito europeo, Olanda ed Inghilterra sono stati i Paesi pionieri soprattutto, ovviamente, se si guarda alle big company; ad oggi in tutta Europa la percentuale dei lavoratori smart si attesta al 17%.

Infine, per la zona Extra Europa gli Stati Uniti vincono il premio come stato più smart con una percentuale di lavoratori impiegati in questa modalità del 20%, percentuale cresciuta in termini di ore lavorate in modo flessibile del 78% tra il 2007 e il 2014.

Ovviamente la pratica di smart working non può essere applicata a tutti i settori e a tutti i lavoratori: in alcuni casi la componente fisica del lavoro è ancora maggioritaria e non tutti i membri di un team possono realisticamente essere coinvolti in un sistema di lavoro agile ed indipendente. Ecco perché la dose di organizzazione e autogestione è fondamentale.

LEGGI ANCHE: Cosa significa (davvero) smart working e quali dovrebbero essere le caratteristiche fondamentali

I motivi del sì e del no

smart working2

Covo di stimoli e di autorealizzazione con una forte base di tecnologia applicata, ecco come potremmo definire lo smart working in poche parole; sì perché aver la possibilità di lavorare a casa o in un qualsiasi altro luogo fuori dall’ufficio potendo gestire al meglio il tempo e gli impegni è il sogno di ogni lavoratore.

Come in ogni cosa, però, non va dimenticato che anche in questo ambito ci saranno due facce della medaglia che dividono le platee tra il sì e il no quando si parla di questa modalità di lavoro.

Partiamo con i punti a favore.

  • Incremento di flessibilità ed auto organizzazione del tempo: la facoltà di poter conciliare al meglio impegni e lavoro. L’unica cosa richiesta è il mantenimento del focus sull’obiettivo e sul risultato.
  • Risparmio dei costi di trasferta e di trasporto, sia da parte del collaboratore che dell’azienda che a questo punto avrebbe bisogno di una sede più piccola.
  • Miglioramento della qualità della vita del lavoratore e del profitto aziendale, si sa che un collaboratore più motivato e felice è anche una risorsa più produttiva.
  • La possibilità per un’azienda alla ricerca di nuove figure da inserire in organico di poter ampliare il range delle ricerche dei candidati potendo interloquire con loro anche a distanza.
  • Riduzione dello stress lavorativo e del traffico.

Ma, ovviamente, non possiamo dimenticare le pecche che lo smart working può portare con sé, timori che per tante aziende diventano il motivo per non cominciare ad attuare lo smart working.

  • Fine della demarcazione del confine tra vita personale e vita lavorativa, senza un orario di lavoro definito il rischio di “invasioni di campo” a livello temporale è molto alto, si rischia di non staccare mai.
  • Solitudine, senza colleghi intorno ed in pigiama tutto il giorno si rischia di perdere la propria capacità empatica e sociale stimolata, invece, nell’avere colleghi intorno.
  • Mancanza di controllo da parte dell’azienda sulla qualità e quantità di lavoro del collaboratore.
  • Difficoltà nello scegliere uno spazio di lavoro consono, quindi tranquillo in cui potersi concentrare, e possibili problemi con la connessione Internet o con i device tecnologici necessari.
  • Voler essere smart a tutti i costi. Come accennavamo prima non tutti i lavori e tutti i lavoratori possono collocarsi all’interno di un contesto di smart working e farsi attrarre soltanto dal vantaggio nella libertà della gestione del tempo potrebbe essere un grave errore.

LEGGI ANCHESmart Working: tutto quello che abbiamo scoperto visitando i nuovi uffici di Zurich a Milano

Gli strumenti necessari, oltre alla forma mentis

smart working3

Lo smart working è diventato realtà quando la tecnologia è stata in grado di supportarlo a pieno e senza ostacoli; ecco quindi che partendo da un buon pc o da un performante smartphone si è passati alla creazione di piattaforme di condivisione di informazioni e dati a sistemi di video-conference o di chiamata virtuale in grado di rendere più coesa anche l’organizzazione più ramificata.

LEGGI ANCHE: Smart working: le app e i tips per il lavoro agile

La tecnologia scende in campo non solo per favorire lo scambio di informazioni e la gestione del team di lavoro, ma anche, in modo fondamentale nel supporto allo smart working: no tecnologia no party, potremmo ironizzare.

Infine la vera rivoluzione è stato il passaggio dall’avere un pc (detto appunto Personal Computer) scrigno di dati ed elaborazioni personalissime, all’avere un computer che permettesse al lavoratore di accedere ad uno spazio cloud, sicuro e condiviso, a cui potersi connettere da ogni device ed in ogni luogo.



Source link

Come mantenere un giusto equilibrio tra vita privata e lavoro spiegato da tre donne di successo


Ci sono giorni in cui il lavoro assorbe tutte le energie e giorni in cui si ha la sensazione di avere una vita quasi normale con del tempo libero. Capita anche a voi? Se la risposta è sì è necessario trovare la giusta work life balance, un giusto compromesso tra il tempo e le energie spese nella vita professionale e le risorse impiegate nella vita privata.

Se non sai da dove partire, ecco 3 consigli dai founder di All Year Round (AYR), un marchio denim femminile, che hanno trovato il giusto equilibrio tra le esigenze della loro vita personale e il lavoro.

3 consigli per un migliore work life balance-5 (1)

Maggie Winter, Co founder e CEO

3 consigli per un migliore work life balance-1

“Alla fine della giornata, cerco di passare il tempo facendo cose che amo: uscire con gli amici, raccontare barzellette, esplorare nuove idee, raccontare storie e imparare. Ovviamente ci sono giorni in cui il lavoro si conclude con molto ritardo, alle volte sei  giorni in una settimana, ma lavoro con i miei amici e mi sento come se potessimo fare qualunque cosa quando siamo insieme.

Costruire un’attività richiede una concentrazione incessante e consuma un’enorme quantità di energia ed emozioni. Cerco comunque di assicurarmi di non sacrificare troppo per perseguire l’obiettivo e cerco di incanalare le sfide in cambiamenti costruttivi. Ricordo a me stessa che il mio lavoro è una scelta e che, nonostante il senso di responsabilità sia alle volte travolgente, alla fine ho molta libertà. So che guarderò indietro e penserò che questi sono i giorni migliori “.

Jac Cameron, Cofounder & Creative Director

3 consigli per un migliore work life balance-2

“Penso che sia sempre una lotta trovare l’equilibrio e costruire un’attività attorno al lavoro e alla vita privata. Vorrei dire che esiste un pulsante per mettere pausa, ma in realtà non si lascia mai veramente il lavoro. Però mi sento molto fortunata perché i co-fondatori sono i miei migliori amici e il nostro team è piccolo, quindi siamo un gruppo incredibilmente stretto.

Ci assicuriamo che i nostri successi siano festeggiati, abbiamo lavorato duramente per creare un ambiente energico, flessibile e, soprattutto, in cui sia piacevole lavorare. Al di fuori del lavoro, penso che sia importante trovare il tempo per le cose che aiutano a centrare se stessi. Seguo religiosamente un corso di yoga e lavoro con Megan Roup che ha fondato la società Sculpt.

Mi assicuro anche di avere una buona dose di riposo in modo da poter affrontare ogni giorno con chiarezza mentale, di passare del tempo con gli amici e di concedermi una vacanza, elementi fondamentali per trovare il giusto equilibrio. Mi concedo anche del tempo per meditare quando sono a casa, mettendo il mio telefono in modalità aereo in modo da non controllarlo o rispondere a qualsiasi drin”.

Max Bonbrest, Cofounder & VP of Public Relations and Marketing

3 consigli per un migliore work life balance-3

“Lavorando con le persone imparo e mi lascio ispirare; questo mi rende felice alla fine di ogni giornata lavorativa, anche se il lavoro a volte può interferire con la vita privata, mi sento fortunata a partecipare a questo viaggio con questo gruppo di persone che hanno reso possibile il mio lavoro.

Anche se al momento sembra travolgente, la magia si trova nel nostro successo collettivo: quando ti rendi conto che puoi realizzare e conquistare molto più di quanto credi, è un antidoto energetico e naturale allo stress. Cerchiamo di incoraggiare il più possibile un salutare equilibrio tra lavoro e vita privata e di rendere divertente venire al lavoro – è diventato un luogo in cui tutti possiamo ridere e assecondare la nostra passione, e questo lo fa percepire meno come luogo di lavoro e più come vita quotidiana.

Dicono che i founder sono ciò che la compagnia è, così facciamo del nostro meglio per assicurarci che la nostra azienda sia composta da persone che condividano il loro entusiasmo attraverso il talento e una ricerca interiore per migliorare sé stessi e le persone che li circondano. Ho anche imparato a cucinare, una cosa che reputo molto terapeutica. Lo yoga invece è un momento di meditazione. Tra voli e la manutenzione della piattaforma, mi prendo del tempo da passare con gli amici e la famiglia per rilassarmi – ho bisogno di uscire nei weekend: una passeggiata sulla spiaggia o un’escursione in montagna fanno miracoli per liberare il cervello e ringiovanire le cellule “.



Source link

show