che fine ha fatto il Social Media Manager al compleanno di cui parlano tutti


L’antefatto: Chiara Ferragni, l’Influencer italiana più famosa al mondo, ha organizzato una festa di compleanno in un supermercato della catena Carrefour per festeggiare i 29 anni del neo-marito e neo-papà, Fedez.

La polemica: durante la festa gli invitati possono prendere tutto ciò che vogliono dagli scaffali del supermarket e le scene euforiche del party finiscono ovviamente tra le Stories dei due protagonisti, esattamente lì dove avrebbero dovuto finire. A questo punto sui social monta la polemica per l’evidente spreco di cibo, che fa indignare moltissimi follower delle due social star.

L’epilogo: Fedez cerca di giustificarsi pubblicando un’altra Storia con un tono tra il mortificato e lo stizzito, spiegando che tutto quel cibo in realtà non andrà sprecato ma donato in beneficenza. Una giustificazione che sembra però un po’ improvvisata e buttata lì, perché questo dato ci si sarebbe aspettati di trovarlo nell’antefatto. Fatto sta che Fedez finisce con il sospendere temporaneamente il suo account, in preda allo sconforto per le accuse subite. Ma solo per riattivarlo dopo qualche minuto, forse dopo un provvidenziale intervento della mamma e di Chiara, le vere imprenditrici della coppia.

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fedez carrefour

Vita da social

Dopo la nascita dell’amore, la nascita di Leone e il matrimonio più social dell’anno, anche chi non ha un account Instagram conosce la loro storia, e ormai dei Ferragnez sappiamo più o meno tutto. Almeno tutto quello che vogliono farci sapere.

Le loro giornate sembrano orchestrate ad hoc per garantire notorietà e follower a Chiara e Federico. I brand li seguono, li amano e li ingaggiano. Le persone li seguono, li amano e li commentano.

Tanto che tutto ciò che pubblicano sembra ormai frutto di accordi commerciali, perché in fondo Chiara Ferragni è stata in grado di costruire il suo impero proprio su questo. Un’Influencer della prima ora, una first mover che ci ha visto lungo anche sui canali sui quali puntare (Instagram in testa).

Come osserva, invece, qualcun altro tra i commenti alla vicenda su Facebook, Fedez è più ingenuo. Ha già superato il cosiddetto sweet spot, «quella fase della vita di un personaggio pubblico nella quale sei abbastanza famoso da avere un seguito nutrito ma non abbastanza da avere degli odiatori seriali», ma sembra non essersene ancora accorto.

La coppia più influente del web, insomma, ci ha abituati al racconto della sua vita, tanto che tutti ci sentiamo in diritto (e quasi in dovere) di consigliare l’abito migliore per il matrimonio, il modo giusto per crescere un figlio, la location più consona per un party.

Come vere star, Fedez e Ferragni si portano dietro fan e hater, ma non sembrano essere sempre pronti a questa realtà. Soprattutto nel loro regno: i social.

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leone

Strategia per la gestione delle crisi

“Possibile che questi due siano così sprovveduti?” è la domanda che si sono fatti in tanti tra gli addetti ai lavori. Insomma, tra ideazione degli eventi, pubblicazione dei contenuti, coinvolgimento di amici e parenti, dov’è finito il social media team dei Ferragnez? Almeno noi ci aspettiamo che un social media team a questi livelli ci sia. Qualcuno che non solo imposti strategie e creatività, ma che soprattutto abbia delle linee guida precise (o anche solo abbozzate) per gestire le crisi. Che in questo ambito sono all’ordine del giorno.

Qui non si tratta solo di “o li si ama o li si odia”. Si tratta piuttosto di sapere se, anche nell’Olimpo degli Influencer, si possa arrivare senza una squadra e con il fai da te. Certamente Chiara Ferragni il suo successo l’ha costruito da sola e poi ha scelto i suoi collaboratori, mentre Fedez sembra ancora un po’ impreparato rispetto al suo nuovo ruolo di personaggio pubblico e non solo di cantante.

Eppure, anche in questo caso, c’è qualcosa che non torna. Possibile che questi due siano così sprovveduti?

valentina ferragni

Luca La Mesa, uno dei maggiori esperti Social Media Strategist in Italia e docente Ninja Academy, commenta così la vicenda: «Quella che doveva essere una festa è diventato un boomerang social per Fedez e la Ferragni. Partirei dalla fine ed in particolare da una delle ultime storie su Instagram di Fedez in cui si intuisce che lui abbia realmente pianto per ciò che è successo. Mi è sembrato sincero seppur nella gestione della crisi non si è realmente reso conto di quello che era successo.

Perché? Perché era convinto che le critiche erano legate solo a ciò che aveva pubblicato sul suo profilo Instagram mentre non aveva probabilmente avuto modo di vedere le altre Storie dei suoi scatenati amici. In questo modo la difesa e le scuse sono sembrate parziali seppur è difficile pensare che lui possa e debba essere responsabile per tutto ciò che fanno gli altri invitati. I backstage usciti subito dopo il fatto hanno mostrato anche come la crisi sia stata gestita insieme alla mamma (manager) e a Chiara. Probabilmente lui è quello che ne ha sofferto di più.

Difficile invece dare un giudizio su Carrefour perché, dalla nota emersa sui suoi social, sembra che il tutto fosse solamente una festa privata e che Chiara Ferragni e Fedez abbiano comprato tutto ciò che è stato toccato dai loro ospiti. Gli utenti social non hanno creduto alla fattibilità di questa versione date le immagini di persone che si arrampicavano con le scarpe sugli scaffali o altri che fumavano vicino ad alcuni prodotti. Personalmente non avevo inteso che fosse una festa privata e che Carrefour ne fosse estranea. Con tutte le bellissime location di Milano avevo, forse erroneamente, pensato che se erano in un supermercato il tutto era concordato con il punto vendita.

Questo dettaglio può fare una grossa differenza nella valutazione complessiva del caso. Se era solo una festa privata sono gli ospiti ad aver esagerato. Se era un’attività social concordata con Carrefour (mia soggettiva ipotesi prima di leggere il loro comunicato) allora ne impariamo che non bisogna ma sottovalutare ciò che può succedere quando il tutto viene ripreso, praticamente in diretta, da decine di telefoni di molti ospiti. Chi si occupa di marketing dovrebbe fiutare a distanza un possibile rischio ed il modo migliore per evitarli è studiare chi ha avuto delle piccoli/grandi crisi prima di noi. Grazie dunque a Carrefour che ci ha permesso di imparare qualcosa di nuovo e delicato».

La festa, le polemiche, le scuse, le giustificazioni, la beneficenza, i chiarimenti del giorno dopo. Antefatto, fatto, epilogo. Eroe, antagonista, peripezie e risoluzione. Letta così sembrerebbe un’altra bella fiction (forse un po’ alla Barbara D’Urso), costruita per intrattenere il grande pubblico e farci interrogare sul “come andrà a finire?”. Forse mancano la sigla e i titoli di coda, eppure sembra proprio la puntata di una soap, con tanto di crisi morale e di complotti.

C’è infatti chi sembra aver letto nel labiale di Fedez la proposta “Dico che vanno in beneficenza?”. Insomma, per concludere nello stile della chiacchiera da bar: “bene, ma non benissimo”.

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E Carrefour?

Quelli di Carrefour si sono trovati loro malgrado coinvolti nella polemica. La nota uscita a seguito del tam tam mediatico è un laconico “noi non ne sapevamo nulla di quello che avrebbero combinato”. E anzi la catena cerca di ribadire il proprio impegno a favore dei più bisognosi.

Siamo certi che se avessimo affittato noi gli spazi del supermercato (avremmo potuto farlo davvero?) ci sarebbe stata data carta bianca in egual misura? Forse ai VIP si tende a concedere sempre uno spazio di libertà in più in virtù della loro popolarità (e del loro denaro).

Ma non facciamone una colpa al brand, che si è trovato implicato in qualcosa di più grande del previsto, e proviamo per un momento a credere alla giustificazione di aver semplicemente affittato lo spazio.

Proprio sotto la nota sulla pagina di Carrefour, qualcuno si chiede: “Come avete individuato la merce fresca toccata e rimessa a posto? Avete eliminato anche quella vicina, magari venuta in contatto con qualcosa caduto, strofinato addosso e rimesso nel mucchio? Avete, immagino, pulito gli scaffali dove c’era gente in piedi vero? È permesso fumare nei vostri punti vendita?”.

Insomma, anche qui, forse, serviva qualcosa in più delle giustificazioni. Delle scuse ai clienti abituali, per cominciare?

Abbiamo contattato i referenti di Carrefour, ma non hanno voluto aggiungere nulla alla nota già pubblicata.

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Il nostro epilogo

Insomma, qui la differenza rispetto al matrimonio super-studiato in ogni dettaglio e in ogni partnership si è vista tutta.

Così l’evento è apparso a tutti come una baraonda incontrollata, non proprio bon-ton, per celebrare un compleanno. E forse neanche questo, dato che gli invitati sembravano più interessati a risplendere della luce riflessa dei due ospiti con una valanga di foto e Stories, che a festeggiare Fedez.

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Meglio la collaborazione (anche quella criticata, ma certamente più seria) con Alitalia, che mostrare al mondo come si divertono le social star. Non era preferibile lasciare privato un momento di euforia e goliardia? In alternativa, avrebbe avuto senso farne un vero evento.

E poi, Chiara, ti avevano appena perdonato la bottiglia d’acqua da 8 euro, perché lanciarsi subito in una nuova battaglia social? Per fortuna che le Stories poi spariscono.

Intanto, nonostante l’azienda abbia chiarito che non si trattava di un’operazione commerciale, il party sarebbe finito anche sotto la lente d’ingrandimento dell’Antitrust su segnalazione dell’Unione Nazionale dei Consumatori, che ha ricordato ai due Influencer le norme per operazioni di pubblicità online.





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Tutti vogliono essere Influencer, ma like e follower non bastano


Questa è la storia di una giovane ragazza che da piccola tronista si trasforma in influencer navigata per poi vedere il suo impero sgretolarsi come un castello di sabbia.

No, non siamo impazziti, oggi vogliamo raccontarvi sul serio una storia, ed è la storia di tutti quelli che l’Influencer Marketing non lo hanno proprio capito. Come protagonisti abbiamo brand inesperti, aspiranti influencer, follower raggirati e poi ci siamo noi, spettatori di questo “show”.

La vera domanda a cui rispondere nella storia di Sara Affi Fella è “cosa saremmo disposti a fare per un pugno di follower?”.

Ma andiamo con ordine.

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La vicenda

È di qualche settimana fa la notizia che una partecipante ad un noto programma televisivo, abbia “svenduto” famiglia, fidanzato, redazione, per una manciata di like (in realtà quasi 1 milione)! Sara Affi Fella, questo il nome della ragazza al centro dello scandalo, si è vista, in poco più di un’ora, diminuire alla velocità con cui erano arrivati, i propri follower su Instagram.

Da 1 milione, che è la soglia minima per entrare nel fantastico mondo dorato degli Influencer che contano, giù in picchiata verso il profondo abisso dei poco più di 125.000 follower. Ma non è tutto: non sono mancati insulti, offese e minacce che rasentano il cyberbullismo. Ma questo è un altro triste capitolo.

Influencer Marketing

Alcune considerazioni

Una situazione che ha dell’assurdo ma più frequente di quanto si possa immaginare e soprattutto un case study che impone una riflessione su come e dove ci stia portando la voglia di apparire, l’idea (sbagliata) del guadagno super facile e la gratificazione di avere milioni di persone che seguono la nostra vita.

“È l’Influencer Marketing, bellezza!” direbbe qualcuno. E mentre ci ritroviamo a constatare che la corsa al follower sta diventando una vera e propria professione (se fatta bene), siamo di fronte a uno dei primi veri casi di Unfollower Marketing con conseguenze disastrose sulla reputazione digitale. Ma prima di chiarirci le idee su cosa l’Influencer Marketing dovrebbe essere e cosa no fissiamo alcuni punti da cui partire:

  • I 5 settori in cui l’Influencer Marketing è più utilizzato dai brand sono: Fashion&Accessori, Beauty&Cosmetica, Food&Beverage, Automotive e Viaggi.
  • Alcuni brand come Fitvia e HelloBody utilizzano esclusivamente i micro influencer di Instagram per promuoversi sul web.
  • A Maggio di quest’anno l’Unione Nazionale Consumatori denuncia l’azienda Fitvia, i principali influencer e lo stesso Instagram per la natura fuorviante dei contenuti proposti.
  • Molti influencer (o che si definiscono tali) non spingono realmente all’azione ma fungono solo da vetrina di prodotto.
  • Il personal branding sui social se non è solidamente basato su un rapporto di trasparenza e fiducia diventa prima o poi un’arma a doppio taglio (come in questo caso)
  • Un influencer serio sa che quando decidi di usare i social devi consapevolmente renderti conto che stai instaurando un rapporto di fiducia diretto con le persone.
  • Promuovere in modo esplicito un prodotto o un brand ed essere pagati per farlo vuol dire essere testimonial non influencer
  • Quando crei uno scandalo o cadi in fallo solo per raccimolare qualche follower in più il brand che ti ha “ingaggiato” è il primo a dissociarsi e a scappare a gambe levate (come in questo caso!).

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Di follower sul fuoco ne abbiamo fin troppi, cerchiamo di fare chiarezza. Cosa si nasconde veramente dietro il fantastico e patinato mondo degli Influencer? Lo abbiamo chiesto a chi di questo se ne intende veramente. Matteo Pogliani, esperto di Influencer Marketing.

Che cos’è (davvero) l’Influencer Marketing

Ciao Matteo! Una domanda secca: fare l’influencer è una professione?

«Per certi versi sì, ma suona comunque male. Essere Influencer significa avere raggiunto una forte posizione all’interno di un network, guadagnando autorevolezza e credibilità. Se il nostro percorso online punta in questa direzione riusciremo ad avere forte impatto sugli utenti che ci seguono e quindi è molto probabile che ne deriveranno occasioni per monetizzare, siano esse collaborazioni, corsi o altro. Ma non possiamo partire immediatamente con l’idea di farne un lavoro. Quello arriverà con il tempo e sulla base del valore che gli utenti ci riconosceranno».

Marketing Influencer

Numeri alla mano, cosa si nasconde veramente dietro il fantastico mondo dei social influencer?

«Partiamo subito col chiarire che di fantastico, realmente, c’è molto meno di quello che la gente pensi. Secondo uno studio dell’Università di Offenburg, accanto ai casi di successo in Germania c’è il 97% degli YouTuber che non riesce a superare i 10mila Euro all’anno. Il 2%, che produce numeri non certo banali (almeno 1,4 milioni di visite al mese), tocca a malapena attorno ai 16,8 mila Dollari. I numeri importanti li fa il restante 1%: con visualizzazioni mensili tra i 2 e i 42 milioni. Un trend che stando a Bloomberg tende anno dopo anno ad accentuarsi.

Altro tema è quello dei numeri “gonfiati”: esistono come dimostrato più volte scorciatoie per guadagnare velocemente seguito e persino engagement. Ma non è tutto nero: esistono molti esempi di influencer di livello che sono riusciti a creare forte autorevolezza e ad avere una fanbase ampia e fidelizzata. Da qui nascono molte campagne interessanti anche per i brand».

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Influencer si nasce o si diventa?

Ci sono personaggi noti e meno noti, provenienti da programmi tv e non, che farebbero carte false per affermarsi su Instagram. Perché? É tutto riconducibile al guadagno rapido e con il minimo impegno?

«L’Influencer Marketing vive un momento particolare, una sorta di bolla che porta tutti a volerne far parte, spesso forzandone limiti e confini. Una situazione che spinge molti brand a voler fare campagne a tutti i costi, senza avere nella maggior parte dei casi le competenze e le necessità per farlo.
Un approccio che favorisce l’attività di molti pseudo influencer, personaggi che offrono una alta fanbase e qualche migliaio di like, ma che non generano poi un reale impatto a favore del marchio con cui collaborano».

Influencer

«In questo senso Instagram diventa uno strumento “mordi e fuggi”, in cui monetizzare rapidamente e con scarso impegno (avete visto al qualità di quei post?), senza però una concretezza dei risultati. Ed è proprio questa mancanza che prima o poi farà scoppiare la bolla e “ripulirà” un po’ l’empasse creatasi. Essere Influencer non significa essere visibili e riconoscibili, ma riferimento concreto».

Il numero di follower oggi è veramente più importante di un titolo di studio per i giovani della Z Generation?

«Se si vuole vivere nella bolla di cui abbiamo parlato forse sì, ma è rischioso e spesso inutile. Lo abbiamo detto, non è tutto oro ciò che luccica. Tanti like non fanno sempre rima con guadagno, o anche quando lo fanno potrebbe essere soltanto un periodo.Ovvio è che da giovani è più facile valutare possibili scorciatoie e l’immagine che viene fatta passare di questo mondo, spesso “artefatta” e ingigantita, incentiva questa loro volontà del “tutto e subito”».

«Ma poi bastano pochi mesi di attività per scontrarsi con la realtà: acquisire una posizione di riferimento in un network è difficilissimo, così come lo è portare avanti un progetto online. Si nasconde, se ben fatto, molto più lavoro di quanto i giovani possano pensare. Persino pubblicare un video su YouTube porta con sé tanto impegno.

Sia chiaro, non c’è nulla di male a lavorare su Instagram e YouTube a un proprio progetto, sperando magari che possa raggiungere buoni numeri, ma è dura pensare di farne la nostra prima opzione».

Non pensi che questa ricerca spasmodica del like e del follower ci stia un po’ sfuggendo di mano?

«Assolutamente sì. Ma è colpa dell’atmosfera che si è creata dove tutto è ricondotto a follower e like senza mai, invece, avere un’analisi critica sul valore della qualità. Non si vuole mai guardare oltre: non basta leggere 100mila follower, bisognerebbe ad esempio capire cosa questo numero rappresenta. Sono tutti veri? Si relazionano con me? Qual è il legame che hanno con me e i miei contenuti? Queste sono solo alcune delle domande da farsi. Idem per i like. La colpa è di tanti addetti ai lavori che hanno pian piano rinunciato alla ricerca della qualità, preferendo una via più facile da vendere, ma assai pericolosa alla lunga».

Influencer

Il rapporto tra aziende e Influencer

Cosa cercano le aziende in un influencer e su che criteri basano la loro scelta?

«Dovrei parlarti di autorevolezza, reputazione, know-how, qualità dei contenuti, ma sono solo le più virtuose a lavorare in tal senso. La maggioranza, contaminata dall’atmosfera e segnata dalla mancanza di competenze in questo settore, si lascia guidare dal parametro più facile da leggere e più “scenografico”: follower ed engagement. Ma come dicevo prima è rischioso fermarsi lì. Ad esempio, potrebbe succedere che il 45% dei 100mila follower che leggo sono indiani o addirittura finti.

Se il mio progetto è in Italia come posso pensare che ciò non segni negativamente la campagna? Dobbiamo tornare ad un’analisi più qualitativa e data driven, contestualizzando profondamente i dati e facendone base concreta per la selezione degli Influencer».

Che differenza c’è tra i veri Influencer e chi su Instagram promuove in modo piuttosto evidente un prodotto?

«La differenza sta nell’impatto che generano per il brand. C’è molta differenza tra veicolare semplicemente la visibilità di un messaggio e arricchirne la capacità di essere appreso, assimilato. Per essere riconosciuto come tale, l’Influencer deve spingere all’azione e non solo fungere da vetrina di prodotto. Se la scelta è quest’ultima, molto meglio investire il proprio budget nelle forme classiche di advertising, meno costose e più performanti».

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Che skill dovrebbe avere un Influencer di professione?

«Possono essere molte, differenti a seconda del progetto e del percorso creato. Queste, a mio avviso, sono le più importanti:

Comunicazione: per un Influencer comunicare nella giusta maniera è un must, una capacità che gli permette di relazionarsi al meglio con i follower.

Know-how verticale: avere grandi conoscenze ed essere verticali su un settore permette all’Influencer di posizionarsi e diventare riconoscibile. Chi cerca un contenuto autorevole in tale campo potrà rifarsi e relazionarsi con lui.

Conoscenza delle piattaforme digital: non deve essere uno smanettone certo, ma conoscere le basi di funzionamento dei principali canali social e web è fondamentale. Più andrà avanti nel suo percorso più ce ne sarà bisogno e se non le avesse dovrebbe integrarle con il supporto di un team (sviluppatori, grafici, esperti in advertising, ecc.).

Capacità relazionali: abbiamo parlato di network di individui ed è quindi fondamentale per un Influencer saper gestire le relazioni con il proprio follower. Inutile essere il più competente o un grande creator di contenuti se poi non rispondo ai commento o ai messaggi degli utenti. È nelle relazioni che si saldano i rapporti e il network cresce.

Originalità e creatività: non significa essere artisti o pseudo tali, ma avere la capacità di essere un creator, di dar vita a contenuti di qualità, contenuti capaci di differenziarsi dagli altri e di rispondere alle esigenze degli utenti».

Cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi o anni?

«Gli Influencer c’erano (se ne parla già da inizio anni ‘50 con il termine opinion leader), ci sono e ci saranno, perché è insito nella natura umana avere riferimenti e relazionarsi in gruppo. Detto ciò, è difficile fare previsioni data la rapidità con cui evolve la realtà digitale. Credo (ma forse è più corretto dire spero) che la bolla possa non dico esplodere, ma ridimensionarsi. Penso sia l’unico modo per tornare a un approccio più reale e funzionale alle finalità di utenti e brand.

Non c’è dubbio che lato creator si andrà sempre di più verso i video e che sarà necessario trovare nuovi canali per raggiungere segmenti che sono sempre meno vicini ai canali classici. Penso inoltre che le piattaforme esistenti, Facebook in primis, spingeranno sempre di più per sfruttare la forza degli Influencer e gestire le attività di Influencer Marketing, monetizzando su queste. L’arrivo del Brand Collabs Manager o di Facebook Watch va letto in questa direzione. Novità che potrebbero semplificare le attività dei brand, ma soprattutto portare a una migliore tracciabilità delle campagne (magari a performance)».





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Che cos’è il Social Media Listening, come funziona e perché dovresti usarlo


Avrete sicuramente sentito parlare di social media listening, chi per via del lavoro nell’ambito del marketing e della comunicazione, chi sui libri e chi magari dall’amico che sta seguendo un corso online.

Il social media listening può essere definito come un processo circolare volto ad incrementare, massimizzare e ottimizzare le strategie di comunicazione e le scelte che le compongono, attraverso la raccolta del dati, il loro trattamento, l’analisi e la produzione di risposte strategiche orientate all’ascolto della rete e agli spunti che gli utenti possono offrirci.

Mettiamoci l’anima in pace, ogni utente che produce anche un solo post nella sua esistenza social è un produttore più o meno consapevole di dati. Le aziende e i brand, sempre di più, si stanno attivando per cercare di accogliere, analizzare e strutturare questi dati in ottica di produzione di risposte che possano soddisfare quello che gli utenti stessi stanno chiedendo.

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Cosa ci dicono i social (e gli utenti)

Vi siete mai chiesti da che cosa potrebbe esser nato il rilancio di quel determinato prodotto? Avete mai notato come dopo un periodo in cui quel prodotto è stato richiesto o ha fatto parte di un trend sui social è poi magicamente ricomparso in punto vendita?

In quest’ottica, i social svolgono un ruolo fondamentale per permettere alle aziende di capire in che direzione è orientato il proprio target, quali sono i problemi, i punti di forza e le aspettative riposte nel proprio brand.

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Leggere i commenti come dati

Spostando quindi il punto di vista dal mero utente social all’utente social che produce dei dati, possiamo renderci conto come basterebbe davvero poco per catturare l’attenzione delle aziende e dei brand al fine di assecondare le nostre esigenze: un hashtag in tendenza su Twitter ha molte più possibilità di essere visto e assecondando rispetto ad una richiesta formale su carta intestata.

Questo non vuol dire che le vecchie maniere siano del tutto superate, ma che sicuramente i social non sono una piattaforma finalizzata solo alla condivisione di momenti della vita, espressioni e opinioni, ma veri e propri accorpatori di dati al fine di poter ottimizzare le strategie di comunicazione e marketing.

Allo stesso modo, tutti i commenti, le interazioni che produciamo e le cose che diciamo nei confronti di un determinato argomento, producono la così tanto rinomata web reputation, che se associata ad un’analisi del sentiment ben strutturata, può produrre i risultati sopra descritti.

Ci basterà – per così dire, perché si tratta in realtà di un lavoro molto lungo e corposo – individuare le fonti, stabilire le metriche e lo scenario di riferimento, l’analisi testuale del dato, visualizzare i dati raccolti e analizzare il pubblico di riferimento per individuare i topic ed eventualmente le persone trainanti su determinati topic, i così detti Influencer.

Il social media listening dovrebbe quindi diventare una tappa fondamentale all’interno delle strategie di marketing e comunicazione social, perché dobbiamo abbandonare completamente la convinzione che le risposte alle domande in ottica di ottimizzazione strategica non risiedano già sui social e il nostro target non ce le abbia già dette, dobbiamo solo – per così dire – ascoltarle.





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Come l’Influencer Marketing ha contribuito al successo di Instagram


Siamo al momento – forse – di massima espansione di Instagram, che raggiunge e supera un miliardo di utenti; al contempo (IMHO) siamo al giro di boa: declino inevitabile.

E la colpa (lancio una bomba) è degli Influencer, che fanno largo uso di bot e software per acquisire (comprare!) follower, like, commenti ecc.

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Ma facciamo un attimo un passo indietro. Chi sono i cosiddetti Influencer?

Ragioniamo per categorie:

  1. Abbiamo i top player, le celebrità, quelli che già sono famosi, che sono mainstream ancora prima di aprire un profilo IG. Attori, star dello sport o della musica, celebrity a vario titolo del mondo fashion o del food, del giornalismo, della politica ecc. Quelli che hanno in genere milioni di utenti e che decidono di fare cassa anche attraverso il proprio profilo IG.
  2. Gli esperti di settore, quelli che hanno una riconosciuta conoscenza su argomenti ben definiti e dispensano contenuti per “aiutare” gli avventori a risolvere problemi di vario genere. In questa categoria vanno inseriti gli Instagramer con moltissimi followers, poche decine di migliaia fino anche a qualche milione, che non erano già famosi ma lo sono diventati grazie al media.
  3. Gli esperti del nulla, quelli che non hanno una riconosciuta conoscenza su qualsiasi argomento e dispensano contenuti a casaccio. In questa categoria vanno inseriti gli Instagramer con moltissimi followers, poche decine di migliaia fino anche a qualche centinaia di migliaia o addirittura milioni, che non erano già famosi ma lo sono diventati grazie al media. Probabilmente questa è la categoria più numerosa e anche la più dannosa, ma ne parleremo più avanti.
  4. Le persone comuni, quelli con poche centinaia a poche migliaia di follower. Qui ci troviamo le persone vere, quelle che ancora si fidano di Instagram (e fanno bene) e che la usano per condividere contenuti.

Dunque, gli Influencer veri, quelli che spostano davvero grosse percentuali nella diffusione dei contenuti, stanno nella categoria 1 e 2; alla categoria 3 appartengono i wannabe, i vorrei ma non posso, quelli che arrecano i maggiori danni a Instagram: comprano follower, comprano like, usano bot, software ed ogni tipo di espediente per accrescere – anche se in maniera finta – il proprio apparente potenziale come Influencer.

Influencer marketing

Come distinguere i veri Influencer da quelli finti

Riccardo Luna, in un suo editoriale del 21 giugno scorso, su agi.it scrive: “Su LinkedIn, il social dei professionisti, più di 170 mila persone si definiscono Influencer.

La mancanza di autenticità è il problema: è stato calcolato che su circa 120 mila commenti giornalieri su Instagram, solo 20 mila non sono postati da bot. Una prova che tutti questi followers non esistono”.

E ancora: “La cosa che davvero non importa è che l’Influencer sappia fare qualcosa in modo eccezionale, chessò, cantare, ballare, correre, non sia mai pensare. Quello che importa è che costoro abbiano un seguito numeroso e che possano influenzarlo”.

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Influencer

Secondo una recente analisi di Hubspot, il 71% dei consumatori tende ad acquistare un prodotto più volentieri se viene visto-consigliato attraverso i social media e addirittura il 92% si fiderebbe del consiglio di un esperto, di un Influencer appunto, nella decisione finale di acquisto. Ecco perché ad un certo punto gli Influencer sono diventati Influencer: si è aperto un nuovo mondo per le agenzie di comunicazione che ne hanno sfruttato il potenziale.

Di contro si apre un mondo di possibilità anche per chi cerca di inventarsi il modo di guadagnare senza fare nulla (un virus che sta contagiando molti giovani e giovanissimi); e allora perché non aprire il proprio canale/profilo social e doparlo di like e followers per impressionare gli inserzionisti e le agenzie di pubblicità?

Intanto, da qualche giorno Instagram ha lanciato anche una nuova funzione, IGTV, che permette di fare video lunghi fino ad un’ora — non più di soli 15″ come per le Stories, che comunque restano — tenendo sempre il telefonino in verticale, diventato ormai il nuovo standard. Quindi adesso abbiamo la possibilità di pubblicare delle foto, fare delle dirette, creare delle Stories e dei video lunghi: chi li vedrà tutti questi contenuti? Avremo in futuro il tempo di stare ancora ore a guardare un monitor?





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Una nuova etichetta per l’influencer marketing arriva su Facebook


I social network continuano ad andare in direzione di una maggiore trasparenza nei confronti degli utenti. Dopo Instagram, adesso anche su Facebook i brand possono essere citati nelle attività di branded content.

La notizia arriva in concomitanza dell’emanazione della nuova norma dell’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria (IAP) che ha regolamentato le attività di influencer marketing sui social media. L’Istituto è intervenuto insieme ad AGCOM (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) per dare alcune regole su come rendere inequivocabile l’identificazione di un contenuto commerciale frutto di un accordo tra brand e Influencer.

I nuovi tag di Facebook per branded content e pubblicità politica

Come risposta, Facebook interviene mettendo a disposizione una nuova funzionalità per migliorare la trasparenza dei contenuti commerciali: adesso l’influencer ingaggiato dal brand potrà e dovrà citare il brand al momento della pubblicazione del post.

All’interno del post verrà visualizzata una nuova etichetta “Brand partnership”, al clic sull’etichetta gli utenti potranno così ottenere ulteriori informazioni sulla natura della partnership col brand.

La stessa metodologia di segnalazione sarà resa disponibile da Facebook anche per i contenuti di pubblicità politica, in questo caso l’etichetta indicherà che si tratta di un contenuto “PoliticalAD”.

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Branded content: l’era della trasparenza

Dopo l’ultimo caso che vede il coinvolgimento di Sunsilk, in cui il brand è stato accusato di poca trasparenza per aver collaborato su Instagram con Chiara Nasti, multata per non aver dichiarato apertamente il messaggio pubblicitario del post, possiamo dire che stiamo arrivando verso una maggiore trasparenza della comunicazione digitale.

Branded Content

Brand e Influencer dovranno collaborare alla luce del sole, questo porterà anche ad una maggiore efficacia della campagna di branded content perché le persone apprezzeranno la capacità del brand di saper comunicare attraverso il tono di voce e l’immagine dei loro personaggi preferiti. A beneficiarne, in definitiva, saranno anche questi ultimi – i micro e macro Influencer – che saranno giudicati più trasparenti verso i loro fan.



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5 modi efficaci per collaborare con gli Influencer (e far crescere il tuo brand)


Secondo una recente analisi di Linqia, l’86% dei marketer ha usato Influencer nelle proprie campagne di marketing nel 2017 e il 92% dei marketer che ha collaborato con alcuni di loro, ha dichiarato di essere soddisfatto dei risultati ottenuti.

Dati destinati alla crescita, così come il budget stanziato per queste attività.

Le strategie integrate che coinvolgono Micro-ambassador, Blogger, Influencer vengono usate sempre di più e la piattaforma social di riferimento è Instagram. Le persone si fidano maggiormente dei messaggi veicolati da personaggi influenti, rispetto alle tradizionali forme di pubblicità.

Ecco perché è importante analizzare quali sono i modi più efficaci per collaborare con questi personaggi e per dare la giusta spinta al tuo brand.

LEGGI ANCHE: Come scegliere l’influencer giusto per il prodotto (o il  brand) giusto.

i 6 modi più efficaci per collaborare con influencer

Programma i contenuti pubblicizzati sui social media

Il modo più popolare per promuovere i tuoi prodotti o il tuo brand è quello di instaurare un accordo con l’Influencer, il quale garantirà visibilità sui propri profili social. Sarà necessario istruirlo, fornirgli le linee guida e proporgli un programma sul materiale che dovrà creare.

Ti sarai accorto della dicitura che indica i post pubblicizzati su Instagram. LInfluencer Giulia Calcaterra, ad esempio, racconta di come si allena tutti i giorni per mantenere la sua forma fisica impeccabile e utilizza prodotti per un’alimentazione ricca di proteine. Nel copy fornisce anche un codice sconto per incentivare i suoi followers a comprare.

È quella che si definisce una win-win situation: il personaggio offre un vantaggio agli utenti che lo seguono fedelmente e il brand utilizza questa leva promozionale in modo indiretto.

i 5 modi più efficaci per collaborare con influencer

Una buona pratica, quando metti le basi per una campagna di marketing è quella di coinvolgere un gruppo di Influencer, in modo da far risuonare il tuo brand su più fronti. Non disperdere una goccia in un mare di post!

Gioca sull’effetto sorpresa con i regali

Un altro modo per instaurare una collaborazione è quello di inviare dei regali, magari inaspettati, di un prodotto che sai possa piacere all’Influencer.

In questo modo, puoi sperare in una recensione, un post o una citazione spontanei sul tuo prodotto.

Ovviamente non essendoci un accordo e un compenso monetario, l’Influencer non è obbligato a dare visibilità al tuo regalo. Potrebbe anche capitare che ti vengano comunque richiesti dei soldi per pubblicizzare quello che gli hai inviato. Oppure potrebbe arrivare un post negativo se il prodotto non rispecchia le aspettative o non è gradito.

Sfrutta gli articoli sul blog

Quando si parla di una collaborazione che includa la scrittura di articoli sul blog, può essere di due tipi. Puoi sbizzarrirti insieme al Blogger e richiedere un intero articolo che parli del tuo prodotto oppure puoi farlo rientrare in una serie di citazioni, insieme ad altri brand.

Ad esempio a Gipsy in the Kitchen nel suo blog di cucina, posta la ricetta per preparare “La piadina con albicocche carammellate e squaquerello Nonno Nanni.” Utilizza spesso prodotti di noti brand all’interno dei suoi piatti.

i 5 modi più efficaci per collaborare con influencer

Alcuni punti da tener presente per questo tipo di collaborazione:

  • Quando collabori con un Blogger, cerca qualcuno che condivida i valori del tuo brand e che possa essere rappresentativo per la tua nicchia
  • Scrivere un articolo richiede tempo per cui programma tutto per tempo e non aspettarti un ritorno immediato con una sola azione
  • Accordati sulle immagini se le deve creare il blogger, oppure fornisci fotografie di buona qualità in alta risoluzione
  • Può aiutare inserire un codice sconto nell’articolo e indicare il link diretto al tuo sito web per facilitare la conversione

Organizza un Takeover

Un altro format molto efficace ed usato è quello del Takeover del tuo account Instagram da parte di un Influencer, per un determinato periodo di tempo o durante un particolare evento.

L’Influencer produrrà direttamente i contenuti. Farà vivere al pubblico il suo punto di vista autentico.

Dovrai stabilire una policy per la pubblicazione, se diretta o se previa la moderazione del social media manager. L’azione deve essere palesata e promossa sia sull’account del brand che su quello del personaggio che effettuerà il Takeover.

È importante scegliere un Influencer con cui hai già lavorato, di cui ti fidi per essere sicuro che produrrà dei contenuti live in linea con il tuo brand.

LEGGI ANCHE: Come gestire il tuo primo Instagram Takeover

i 5 modi più efficaci per collaborare con influencer

Passa al livello successivo e trasforma l’Influencer in un Brand Ambassador

Un altro percorso che si può intraprendere è quello di trasformare un Influencer in un vero e proprio testimonial duraturo del brand. In questo caso non si tratta più di azioni spot, ma di passare ad un livello successivo.

In qualità di Ambassador il personaggio scelto, non solo posterà contenuti sul tuo prodotto regolarmente, ma rappresenterà il brand durante eventi locali e iniziative promozionali di vario tipo.

Anche in questo caso, assicurati di aver già testato il lavoro dell’Influencer, il quale deve condividere i valori del brand, avere una personalità e un attitudine che ben si sposano con la tua filosofia aziendale per diventarne portavoce verso il suo pubblico.

Consigli utili da non dimenticare prima di iniziare le tue collaborazioni

  • Stila una lista di Influencer che possono fare al caso tuo. Non soffermarti solo su chi è seguito da grandi numeri, ma cerca chi può essere rilevante per la tua nicchia
  • Non mandare solo mail, ma cerca di stabilire una relazione con delle collaborazioni durature e costruttive
  • Pensa ad un compenso adeguato per la creazione dei post, il valore dei contenuti creati e la creatività, questo dimostrerà come consideri il lavoro dell’Influencer e lo incentiverà a dare di più
  • Sii molto specifico e preciso sulle linee guida che il personaggio che rappresenta il tuo brand deve seguire: più il briefing è accurato, più sarà facile che vengano rispettate le aspettative di tutti
  • Lascia l’Influencer libero nella creatività: potrà dimostrare il suo valore aggiunto e non si sentirà frustrato
  • Non avere fretta. Il tutto e subito non esiste. Le campagne richiedono tempo perché si vedano i risultati.



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