Twin Peaks sta per tornare, ma stavolta con un videogame in realtà virtuale


Twin Peaks VR svelerà i suoi segreti grazie alla realtà virtuale. Almeno speriamo. La serie tv cult sta per tornare sotto forma di incredibile videogame in VR che ci catapulterà all’interno della Loggia Nera.

“È morta… è avvolta nella plastica, Harry”.

Una semplice battuta, recitata da Pete Martell, che schiude le porte al mistero televisivo più grande di tutti i tempi: chi ha ucciso Laura Palmer? Questa domanda ce la poniamo per tutte e tre le stagioni della serie tv, iniziata nel 1990 e finita nel 2017. Chi, o meglio cosa ha ucciso Laura Palmar? Cos’è la Loggia Nera?

Twin Peaks VR Laura Palmer

Insomma, David Lynch ci ha lasciato con troppe domande e troppi punti aperti. In attesa di una possibile quarta stagione, ecco arrivare in aiuto di tutti i fan Twin Peaks VR, un gioco che permetterà di esplorare la mitica Loggia Nera.

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Cos’è Twin Peaks VR

Sviluppato da Collider Games e Showtime, insieme a David Lynch, Twin Peaks VR sarà un videogioco in realtà virtuale immersiva. Tradotto in parole semplici, si tratta di un gioco che, grazie ad un visore, ci permetterà di entrare letteralmente nell’ambiente virtuale e di muoverci e osservare in ogni direzione.

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L’obiettivo del gioco è uno solo: riuscire ad uscire dalla Loggia Nera proprio come ha fatto il mitico Cooper nella terza stagione della serie.

Più facile a dirsi che a farsi visto che l’oscura loggia è popolata da strane creature che parlano al contrario, spazi metafisici e leggi fisiche molto particolari. Una sorta di spazio onirico extra-dimensionale dove si concretizzano i peggiori incubi nati dalla mente di Lynch. Bello, no?!?

twin peaks red room

“Utilizzando lo stile e i suoni della serie, i giocatori si recheranno a Glastonbury Grove, per poi finire nella sconcertante Red Room della Loggia Nera. I fan della serie seguiranno le orme dell’agente speciale Dale Cooper e cercheranno di tornare nella realtà che hanno lasciato”, si legge in una dichiarazione di Collider Games.

Il gioco è stato sviluppato per Oculus Rift e HTC Vive e sarà rilasciato su Steam.

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La data di uscita 

È stato possibile provare in anteprima il gioco al Festival of Disruption, evento musicale e artistico organizzato dal David Lynch a Los Angeles. Al momento, però, non c’è una data ufficiale per il rilascio del gioco che sarà disponibile per il download sul sito Steam.

Insomma, forse con Twin Peaks VR di Collider Games sarà possibile riuscire a scoprire altri segreti di Twin Peaks, esplorando la mitica Loggia Nera. O forse quel geniaccio di David Lynch riuscirà a inserire all’interno del gioco altri misteri, dubbi e assurde assurdità.

Resta una sola e unica certezza: la ricetta della Cherry Pie del Double R Dinner esiste veramente e la trovate qui.

twin peaks cherry pie





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Con “Pepitosa in carrozza” scopriamo quanto sono accessibili le città italiane


“Potrei annunciare l’amore della vita, un matrimonio, la nascita di qualcuno, invece non annuncio, ma vi racconto un nuovo progetto, felice, come se fosse l’unione di quanto scritto sopra”.

Inizia così la descrizione del progetto di crowfounding realizzato sulla piattaforma Eppela da Valentina Tomirotti, meglio conosciuta come Pepitosa.

Si parla di autonomia, si parla di voglia di indipendenza, si parla di necessità di viaggiare da sola e raccontare la bellezza del territorio italiano, ma al tempo stesso andare a scandagliare l’eventuale presenza di barriere architettoniche.

Valentina Tomirotti, laureata in scienze della comunicazione e giornalismo, vive a Mantova e convive da sempre con la displasia diastrofica, ma sogna di poter diventare presto una travel agent e mappare l’accoglienza del territorio italiano per portatori di handicap attraverso la sua esperienza, che sarà raccontata tappa dopo tappa sui suoi seguitissimi canali social e sul suo blog.

Pepitosa non è mai come te l’aspetteresti e la sua disabilità fisica non è un limite, non può esserlo. Infatti proprio oggi ha preso la patente: la sua autonomia è sempre più vicina e nelle Stories su Instagram afferma “È come se mi avessero detto improvvisamente: Vale puoi camminare”.

pepitosa-in-carrozza

La sua energia è contagiosa, la sua grinta è lì che sfida ogni abituale concezione di disabilità.

Le abbiamo rivolto alcune domande.

Il progetto di una guida turistica accessibile

Com’è nato il progetto di Crowfounding “Pepitosa in carrozza”?

«Il progetto “Pepitosa in carrozza” è nato dal voler soddisfare una necessità. Il turismo in Italia è complesso e spesso scomodo, specialmente per chi viaggia sempre seduto. Ho cercato di riunire la domanda e l’offerta, shakerando il tutto e provando a dar vita ad una soluzione: creare guide turistiche accessibili che raccontino il nostro Paese da una visuale diversa.

Stavo prendendo la patente e quindi tutto coincideva con l’idea di movimento in autonomia, così ho iniziato a raccontare sul web tutto questo percorso preventivo che ha dato reale benzina al progetto vero e proprio.

“Pepitosa in carrozza” non è solo questo, ma è un nuovo modo di concepire il viaggio in autonomia per una persona portatrice di handicap che è quasi sempre declinata al plurale negli spostamenti. Grazie all’acquisto di una macchina con allestimento futuristico, sarò in grado di salire, guidare e scendere rimanendo sempre seduta sulla mia carrozzina a motore. Raggiungerò le mete turistiche e anche gli spostamenti saranno parte integrante del racconto del viaggio: farò salire a bordo persone e personaggi che vorranno affrontare il tema dell’accessibilità non solo in termini di barriere architettoniche, ma anche sociali e mentali, mandando live sui miei canali social questi interventi.

In questo modo il pubblico viaggerà con me e potrà interagire creando un ulteriore “movimento” di promozione turistica. Non solo, aziende e brand che credono in quest’idea potranno partecipare commercialmente contribuendo alla riuscita decidendo di comparire con un adesivo sulla carrozzeria dell’auto».

Hai già un’idea di cosa ti aspetti cercando di tracciare la mappatura territorio italiano dal punto di vista delle barriere architettoniche partendo da quattro città (Milano, Firenze, Roma e Napoli)?

«Vorrei mappare le città prima limitrofe alla mia. Io sono di Mantova, vorrei iniziare dalla mia, poi Verona, Brescia e Bologna e poi spostarmi su più lunghi chilometraggi come Milano, Firenze, Roma e Napoli fino ad arrivare a Matera.

Non so se riuscirò in breve tempo, ma voglio prendermelo tutto per dare un reale contributo al racconto di un viaggio fattibile. Non sarà facile e non è fattibile dare delle tempistiche certe, ma sicuramente sarà un viaggio utile a molti e non solo a coloro che vivono la condizione di portatori di handicap.

In alcune città l’abbattimento delle barriere è più marcato, in altre manca proprio la cultura, spero con il mio progetto di contribuire anche a questo. Le città saranno fruibili molto poco, ma spero che le amministrazioni comunali trovino il tempo di dare ascolto alla mia voce sul campo per trovare situazioni idonee o almeno di iniziare a progettarle».

Il tuo progetto potrebbe dar vita a numerosissime iniziative e al tempo stesso far luce sull’eventuale mancanza di accessibilità a siti culturali: cosa pensi di poter cambiare?

«Vorrei cercare di contribuire a cambiare la cultura dell’accessibilità, l’idea di abbattimento delle barriere che non è sempre questione di spianare uno scalino, ma anche di creare eventi collaterali per coinvolgere il tessuto sociale come gli studenti, ad esempio».

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La comunicazione della disabilità sui social

Hai molto seguito sui social. Quali sono le domande, i complimenti o le critiche che ti vengono rivolte maggiormente?

«La mia vita social è lo specchio della mia vita reale, non ho costruito nessun personaggio e questo credo possa premiare la sincerità con la quale affronto anche certi temi non così convenzionali per la rete, come l’inclusione emozionale, il sesso e la discriminazione.

Le domande che mi arrivano fortunatamente non riguardano solo ciò che si vede di me, non perché non sia disponibile a rispondere, ma perché non sono solo questo, sono una donna, una professionista, una persona che sa cosa vuole comunicare.

Mi chiedono di non smettere, di toccare sempre più aspetti banali della vita quotidiana per diventare sprone a tutti coloro che si sentono messi al bando. Chi non riceve critiche vuol dire che sopravvive, grazie al cielo ho deciso invece di vivere e so che questo comprende anche colpi in faccia, ma sono consapevole di cosa voglio comunicare, riesco a gestirli con qualche mal di stomaco che poi passa».

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Sarai una delle Muse dell’evento 9 Muse che si terrà a Milano il 10 novembre dove le protagoniste sono esclusivamente donne che hanno realizzato il proprio progetto/sogno e che siano da esempio e stimolo motivazionale. Ci anticipi cosa ti piacerebbe mettere in risalto nella tua storia?

«Il palco del 9 Muse è un bellissimo punto di incontro dell’universo femminile, non chiuso ad una pura questione di genere, ma un trampolino per capire che il cambiamento è fattibile e spesso dipende solo da noi. Su quel palco sarò Valentina come sempre e porterò l’argomento della percezione dell’immagine che diamo di noi stessi.

Ad esempio, io NON sono la mia disabilità, non vado protetta per questo, non vado ascoltata perché diversa, al massimo perché racconto qualcosa di insolito e parlerò un po’ di vita pratica. Non voglio dire di più, perché vorrei vedervi tutte davanti a me».





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Ad Amsterdam c’è un museo che promuove la moda responsabile


Fashion For Good è il nuovo museo interattivo che promuove la moda responsabile.

Un luogo che intende insegnare ai visitatori le innovazioni del settore, incentrando tutto sull’utilizzo dei materiali e del tessile.

Progettato dallo studio Local Projects e inaugurato il 5 ottobre scorso, Fashion for Good è nato per cambiare le abitudini di acquisto delle persone dimostrando le pratiche dispendiose dell’industria della moda e il loro stesso impatto.

Si tratta di un’iniziativa globale per incentivare innovazioni che possono guidare il settore Fashion verso un modello sempre più circolare.

Un percorso in cinque step (Considera, Scegli, Usa, Riutilizza, Agisci) che invita a riflettere. I visitatori potranno ammirare i vestiti sostenibili realizzati da Kings of Indigo, Ecoalf, Adidas x Parley, Karün, solo per citarne alcuni.

L’Innovation Lounge

All’interno della lounge dedicata all’innovazione troviamo delle installazioni rivoluzionarie, tra queste quella con il Colorfix, il materiale fatto di microrganismi ingegnerizzati e utilizzato per tingere un abito della collezione di Stella McCartney, ambasciatrice ufficiale del museo insieme ad Arizona Muse e Lily Cole; ma anche Mycotex, che ha creato un vestito di micelio, un materiale trovato nelle radici dei funghi.

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Le novità di Fashion For Good

In mostra ci sono anche la “pelle” fatta di mele, i glitter biodegradabili e la tecnologia blockchain, che mira a rendere l’industria della moda ancora più trasparente.

Una “cascata d’impatto”, nella lounge ospita le singole citazioni di ogni innovatore, riguardo un particolare problema insieme alla soluzione per poterlo risolvere.

Ad esempio: “Il poliestere, uno dei tessuti più utilizzati, può impiegare oltre 200 anni per decomporsi: Mango Materials ha creato un’alternativa in poliestere completamente biodegradabile“.

Il museo Fashion For Good di Amsterdam promuove la moda responsabile

I visitatori potranno sostenere la causa della moda sostenibile scattandosi un selfie caleidoscopico nello stand dedicato, che farà poi parte di un’installazione composta da tutti i contenuti fotografici raccolti. All’interno del Design Studio vengono invece progettare t-shirt sostenibili da stampare direttamente dal sito. Mentre i visitatori creano il design, le immagini sono proiettate sui muri dello studio.

All’ingresso del museo i visitatori ricevono un braccialetto di identificazione a radiofrequenza (RFID) in plastica riciclata da indossare durante l’experience.

Il museo Fashion For Good di Amsterdam promuove la moda responsabile

Il braccialetto

Una guida che raccoglie le informazioni legate alle azioni pratiche da intraprendere. Rappresentano un piano d’azione digitale personalizzato fatto di suggerimenti utili a cambiare il proprio comportamento d’acquisto, infatti può essere utilizzato anche per comprare all’interno del negozio.

Lo shop del museo, seguendo il concept del luogo, offre solo articoli certificati sostenibili, molti dei quali sono evidenziati nell’Innovation Lounge. Il tema delle collezioni in vendita cambierà ogni tre mesi, il primo round avrà un focus sul ruolo dell’acqua nella moda.

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Jake Barton, fondatore di Local Projects, ritiene essenziale che “i consumatori guidino la conversazione” per garantire che moda e sostenibilità possano coesistere in futuro.

Quando abbiamo avviato questo progetto, siamo rimasti scioccati nell’apprendere che l’industria dell’abbigliamento è tra i maggiori contributori industriali ai cambiamenti climatici, tra cui una stima di 1,2 miliardi di tonnellate di emissioni di gas serra ogni anno“, ha affermato.

Nella realizzazione dell’edificio, il museo ha cercato materiali più puliti, progettati per più di un uso e più sicuri rispetto alle alternative convenzionali. Le esposizioni sono illuminate dalla luce solare naturale che consente di ridurre l’uso dell’elettricità.

I nostri spazi di co-working e meeting sono arredati con un mix di mobili trovati, di seconda mano e di noleggio per mostrare diversi modelli di approvvigionamento che contribuiscono a un’economia sostenibile“, si legge in una dichiarazione sul sito web del museo.

Il museo Fashion For Good di Amsterdam promuove la moda responsabile

Spazio di co-working

Le cabine telefoniche all’interno sono realizzate in cartongesso certificato, il che significa che è conforme ai principi dell’economia circolare. Le cabine contengono anche del feltro di lana rinnovabile e sono chiuse con porte in acciaio e vetro riciclabili.

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I pannelli di legno utilizzati in tutto il museo provengono da foreste gestite in modo sostenibile, e gli appendiabiti su cui sono esposti gli oggetti esposti sono stati realizzati su misura con il 100% di fibre riciclate. Questa settimana Nicolas Roope ha sottolineato l’importanza degli stilisti di moda che usano la loro influenza per cambiare l’opinione pubblica e lodare Louis Vuitton per l’utilizzo di pannelli solari nelle loro vetrine.





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Le app di dating sono più di 500, ecco chi le usa secondo le ricerche


Lacie Pound vive in un mondo in cui, grazie allo smartphone, chiunque può votare la popolarità degli altri con un massimo di cinque stelle. Lacie ha un punteggio di 4.2 ed è ossessionata dall’idea di essere popolare.

Maria ha appena incontrato in un bar un ragazzo che le interessa ma di cui non conosce il nome. Entra su Spotted ed è lì, lo trova tra le persone “appena incontrate”, visita il suo profilo e decide di scrivergli un messaggio.

La prima storia è la trama di un episodio di Black Mirror, la seconda è la realtà.

Si tratta di esperienze simili, facce della stessa medaglia.

E quindi sì, è vero, siamo sulla stessa onda dell’inquietante e geniale serie Netflix che ha cercato di mostrarci come saranno le nostre vite tra qualche anno. Il mondo che Black Mirror ha cercato di anticiparci non è così lontano come crediamo e la verità è che ci spaventa meno di quanto abbiamo immaginato guardandone gli episodi.

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In principio c’era Badoo

C’è chi lo ha utilizzato dopo una rottura, per conoscere persone nuove, passare un po’ di tempo, vivere esperienze senza impegno. Chi, trasferitosi in un posto nuovo, lo ha trovato un buon modo per conoscere qualcuno del posto.

Chi ha sperato di trovarci l’amore, chi l’ha trovato davvero. Chi lo ha fatto per gioco, chi lo ha fatto di nascosto ed è stato scoperto, chi non lo è stato mai.

Lanciato nel maggio 2006, nel 2008 Badoo aveva già 14 milioni di utenti registrati ed era nella classifica dei 1000 siti più visitati al mondo.

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Eppure, se in quegli anni avessimo domandato a qualcuno cosa ne pensasse di Badoo e delle app di incontri in generale, avrebbe risposto che si trattava di qualcosa di patetico, l’ultimo tentativo per i disperati di trovare l’anima gemella o, semplicemente, per passare una serata diversa.

Oggi non è più così: la stigmatizzazione sociale sta via via scomparendo e non si guarda più con diffidenza alle app di dating (e a chi le usa), tanto che anche Facebook, il social più utilizzato in Occidente, ha pensato di lanciare una sua funzionalità per gli incontri. E anzi, proprio l’introduzione da parte della società della sua piattaforma per il dating potrebbe contribuire a rendere ancora più largamente diffuso l’uso di questi strumenti per la ricerca dell’amore in rete.

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Il valore inestimabile delle app di dating

Complice l’esplosione inarrestabile dei social network e del nuovo modo di comunicare e di relazionarsi che ci hanno proposto e che noi abbiamo accettato di buon grado, oggi gli incontri online sono sempre più gettonati.

Anche quando l’intenzione non è deliberatamente quella di incontrare qualcuno, quasi sempre, la prima interazione avviene online, tramite la chat di Facebook o di Instagram.

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Il comportamento degli utenti segue, quasi sempre, la medesima metodologia: si tasta il terreno per un po’ con qualche like, attirando l’attenzione su di sé, e poi si passa all’attacco con l’invio dei primi messaggi.

dating

I social network ci hanno dato la possibilità di non dover giocare da subito a carte scoperte. I post, le foto, i video, le manifestazioni di interesse per un evento o i like ad una pagina fungono da link per motivare il contatto con l’altra persona senza dover ammettere la ragione effettiva del messaggio: flirtare.

Un recente sondaggio ha portato alla luce che più del 30% degli utenti statunitensi tra i 19 e i 29 anni utilizza attualmente siti o app di dating, mentre il 31% ammette di averlo fatto. Inoltre, pare che nel 2016 le entrate globali legate a questi servizi equivalgano a 4,6 miliardi di dollari, stimando una crescita di 100 milioni di dollari all’anno fino al 2019, solo negli Stati Uniti.

Mentre, sempre nel segmento degli appuntamenti online, il numero di utenti dovrebbe ammontare a 328,2 milioni entro il 2023, secondo Statista.

Un altro studio, realizzato dal Center for economics and business research e commissionato da Meeting, su sei paesi europei – Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna e Olanda – ha dimostrato che il giro di affari legato agli incontri online è pari a circa 26 miliardi di euro.

Top view of woman walking in the street using her mobile phone with online dating screen with copyspace. All screen graphics are made up.

E per l’Italia? Nel 2017 gli italiani si sono rivolti a Google circa 153.000 volte al mese, effettuando ricerche come “app incontri” o “siti di incontri”.

Insomma, grandi numeri e altrettanto grandi potenzialità.

Anche a livello di marketing. Proprio la presenza di un numero così elevato di competitor nello stesso mercato, infatti, impone spesso strategie aggressive anche in termini di advertising. “L’acquisto di parole chiave (su Google Ads ndr.) è probabilmente il 65% della spesa totale di marketing, a volte anche più elevata”, ha dichiarato Ruben Buell, presidente e chief technology officer di Ruby Life, casa madre di Ashley Madison (una community di dating online).

Quali e quante sono le app di dating

Esistono davvero tantissimi siti e app di incontri – quasi 500  in tutto – e tutti, più o meno, funzionano allo stesso modo.

Attraverso la geolocalizzazione e gli interessi in comune si entra in contatto con persone simili a noi, ci si scambia qualche messaggio e poi, nel migliore dei casi, si decide di incontrarsi per un caffè.

Questo settore è sempre più dominato da grandi gruppi a cui fanno capo anche più siti di dating online. InterAcritiveCorp (IAC) possiede Meetic – più di 7 milioni di iscritti -, OKCupid30 milioni di iscritti -, Match.com e poi c’è Tinder, lanciato nel 2012, che oggi ha oltre 50 milioni di utenti di tutto il mondo iscritti.

Ci sono poi Lovoo, Twoo, Happn e ancora Once, Feeld, o Adottaunnragazzo.it, in cui gli uomini divisi per categorie – rossi, con la barba, intellettuali – vengono scelti e “messi nel carrello” per l’acquisto.

dating online

Ma non è tutto: una bacheca in cui vengono raggruppate tutte le persone che abbiamo incontrato nel corso della giornata – e che ovviamente usano l’app – dando la possibilità agli utenti di ritrovare chi abbiamo visto in un bar ma a cui non abbiamo avuto il coraggio di avvicinarci.

Ed è così tra un “chi ha visitato il tuo profilo”, match del giorno e messaggi che funziona Spotted, la nuova frontiera delle app di dating che ricorda tanto Black Mirror.

Mashable si è presa la briga di classificare le app di dating sulla base delle persone a cui potrebbero interessare e ci aiuta così a districarci nel mondo degli appuntamenti online.

Match è l’ideale per chi cerca relazioni che non portino necessariamente al matrimonio, Zoosk per chi non sa esattamente cosa vuole, eharmony per chi è in cerca di un impegno a lungo termine, OK Cupid è più indicato per persone fuori dagli schemi, Happn per chi ancora crede all’amore a prima vista. Insomma, non resta che trovare la propria app ideale per cominciare a cercare l’anima  gemella.

Dating app

Una relazione su tre nasce online

E mentre c’è chi ancora diffida dagli incontri online, una ricerca universitaria, dal titolo The strenght of absent ties: social integration via online dating, ha dimostrato che una relazione su tre, oggi, nasce online. Il dato sale al 70% quando parliamo di coppie omosessuali.

Ma non è tutto: gli studiosi si sono resi conto che le app di dating hanno aumentato le unioni tra persone di etnie ed ambienti sociali differenti, contribuendo ad abbattere il muro delle divisioni sociali.

Infine, un altro dato sorprendente è che, oltre ogni aspettativa, i matrimoni tra persone che si sono conosciute online tendono a fallire di meno e ad essere più solidi.





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Pantone ha creato un colore impossibile da ignorare per parlare di inclusione


È possibile vivere una vita senza colori? Tutto ciò che siamo, tutto ciò che ci circonda è fatto di colori. Sono in grado di trasmetterci qualcosa che va oltre una semplice informazione oggettiva, hanno una potentissima influenza sul nostro cervello: il colore comunica con noi, ci racconta qualcosa, e inoltre, chi lo osserva, alla fine, impara sempre qualcosa.

#Unignorable, il Pantone che non può essere ignorato

Riconoscere di avere un problema è il primo passo verso la guarigione. Questa è una delle prime cose che impariamo a nostre spese ed è anche una delle più difficili da accettare. La nostra società è formata da una moltitudine di persone, molte delle quali soffrono ogni giorno per tanti motivi che noi nemmeno vediamo. Siamo così concentrati su noi stessi e sulle nostre questioni personali che ci sembra quasi assurdo guardare oltre il nostro naso, arrivando ad ignorare, per esempio, il malessere di un amico che ha da poco perso il lavoro, o semplicemente di chi non ha la forza di reagire e non vede uno spiraglio di miglioramento nella propria vita.

Come si fa a rendere visibile l’invisibile? Sarà stata questa la domanda che ha spinto United Way, un associazione canadese no profit, a chiedere aiuto a Pantone Color Institute™ per evidenziare alcune questioni locali invisibili agli occhi della maggior parte della gente, come la povertà, la disoccupazione giovanile, l’isolamento sociale, la violenza domestica, la fame, la salute mentale e le disuguaglianze nell’istruzione.

La risposta di Pantone è stata geniale, come sempre: la creazione di un colore che non passerà certamente inosservato, Unignorable, appunto. Descritto da Laurie Pressman, VP del Pantone Color Institute, come una tonalità accattivante e vivace che irradia calore ed energia pura, richiama l’attenzione ma non risulta ingombrante o aggressiva. Una sfumatura di corallo che enfatizza ma non stanca, si distingue e spinge ad agire.

Illustrazione di Malika Favre

Show Your Local Love, la campagna contro i problemi locali

La campagna di United Way, con una mossa audace e creativa, è stata lanciata il 29 settembre alla Nuit Blanche di Toronto. Un’installazione d’arte interattiva nel cuore della città, a Nathan Phillips Square, raggiungibile dalle 19 alle 7 del mattino. L’intento è stato quello di far sentire le sensazioni di isolamento, di impotenza e incertezza che milioni di persone sono costrette a vivere ogni giorno, cercando una soluzione, coinvolgendo tutti a fare qualcosa, a ritrovarsi, ad accettare i problemi e ad andare avanti, insieme. La risposta è stata molto forte, lo si può evincere anche dai social, dove i visitatori dell’installazione hanno partecipato e condiviso la propria esperienza su i propri profili con l’hashtag ufficiale #Unignorable.

“Problemi come la povertà, la disoccupazione giovanile e l’isolamento sociale hanno un impatto negativo sulle nostre comunità” afferma il Presidente e Amministratore delegato della United Way Greater TorontoDaniele Zanotti . “Per affrontare questi problemi complessi, abbiamo bisogno che tutti, in tutto il Canada, mostrino il loro sostegno, ma prima abbiamo bisogno della loro attenzione” .

L’arte affascina e unisce tutti, questo è assodato, e ancora una volta è sempre l’arte ad essere traghettatrice di anime ammaliate e incuriosite. L’illustratrice francese Malika Favre, già famosa per molte sue collaborazione con Vogue, BAFTA, Sephora  e The New Yorker , ha stupito tutti con i suoi disegni attraverso la delicatezza delle forme geometriche e delle linee pulite, rappresentando i problemi che affliggono gran parte della comunità, facendo riflettere chi, incantato, osserva queste forme venir fuori dalla brillantezza di questo sfondo, il nuovo colore più riconoscibile al mondo.

Illustrazione di Malika Favre

 

Illustrazione di Malika Favre

La consapevolezza di un problema è solo il primo step per raggiungere l’obiettivo prefissato. Cambiare la propria vita è qualcosa di ammirevole, ma migliorare la condizione di qualcuno che sta attraversando un periodo orribile, nonostante le proprie priorità, è qualcosa di #Unignorable.





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LEARNING360 torna a Milano per raccontare il futuro della formazione


LEARNING360 l’evento più grande in Italia sul digital learning e sul futuro della formazione, torna al Teatro Manzoni di Milano il prossimo 9 novembre. Tra tecnologie esponenziali, intelligenza artificiale e robotica, passando per gamification e storytelling, il focus sarà stavolta su come, grazie alla rivoluzione digitale, stanno evolvendo tecniche e modelli didattici per lo sviluppo di competenze professionali.

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Chi sono i protagonisti di LEARNING360

Organizzato da Mosaico Elearning, lo scorso anno l’evento ha riunito un pubblico di oltre 8oo professionisti del marketing, delle risorse umane da aziende italiane e internazionali, università, no-profit e pubblica amministrazione.

Protagonisti del palco saranno voci autorevoli che hanno rivoluzionato l’alta formazione professionale: tra i relatori il Mirko Pallera – CEO e fondatore di Ninja e Ninja Academy, Luca La Mesa – Social Media Strategist Publisoftweb, Ivan Mazzoleni – Business Digital Transformation Lead in Microsoft, Fabio Viola – Direttore del Master in Gamification & Engagement Design all’Istituto Europeo di Design, Cristina Pozzi – Autrice del libro “2050. Guida (fu)turistica per viaggiatori nel tempo” e Andrea Fontana – CEO di Storyfactory.

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Non mancheranno anche idee e spunti provenienti da altri mondi, come l’intervento di Bruno Barbieri, chef più stellato d’Italia e giudice di Masterchef e lezioni fornite dai campioni dello sport.

Tra i moderatori, Gabriele Dovis, founder di Mosaicolearning e Federica Bulega, responsabile Corporate Training di Ninja Academy.

Per tutti sarà l’occasione di vivere una giornata di condivisione di visioni, esperienze e consigli, con la tecnologia applicata al training come minimo comune denominatore. Un momento di crescita, passione e sinergia.

E se cerchi ancora un po’ di ispirazione, guarda il video della scorsa edizione.

Partecipa all’evento gratuitamente

Ti aspettiamo a Milano per una giornata di formazione unica nel suo genere!

Noi Ninja saremo media partner dell’evento: celebreremo come la trasformazione tecnologica e digitale stia impattando su un settore cruciale per lo sviluppo economico delle aziende del nostro paese. Unisciti a noi in una giornata di crescita personale e professionale.

Trovi il modulo di iscrizione cliccando qui.
Segnala l’evento anche ai colleghi che pensi possano essere interessati e invitali a registrarsi gratuitamente.





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Da una “astemia pentita” nasce un progetto a metà strada tra design ed enogastronomia


Nel territorio di Barolo – dichiarato nel 2014 Patrimonio Mondiale dell’Unesco insieme ai paesaggi vitivinicoli di Langa-Roero e del Monferrato – proprio sulla collina dei Cannubi, dove storicamente è nato il Barolo e dove il crinale che ospita i vigneti più preziosi delle Langhe inizia a salire verso il centro del paese, sorge la cantina de L’’Astemia Pentita, creata dall’imprenditrice piemontese Sandra Vezza.

Ed è proprio l’imprenditrice a dichiararsi, con questa avventura, “astemia pentita”. Il nome della cantina, infatti, racconta già in sé la nascita del progetto: da sempre astemia, con la decisione di dedicarsi alla produzione vitivinicola annuncia definitivamente il proprio pentimento.

L''Astemia Pentita, party di inaugurazione, Sandra Vezza e Osar Farinetti, ph Marta Carelli

Credits: ph. Marta Carelli

Il concept

Il progetto della cantina è stato concepito e sviluppato nella sua totalità sulla base della volontà di Sandra Vezza di poter realizzare una cantina innovativa e diversa che ne rispecchiasse la personalità, cosi la sua visione è stata tradotta dal progettista nell’architettura della cantina. Lei stessa ha voluto guidare la progettazione del dimensionamento di tutti gli spazi interni, disegnare e progettare il design degli interni – wine shop, sala degustazione e zona produttiva – nei minimi dettagli, dalle decorazioni delle pareti, ai soffitti, alla pavimentazione, fino alla scelta degli arredi, di cui alcuni progettati dalla stessa imprenditrice (come ad esempio gli espositori delle bottiglie).

L''Astemia Pentita

Non solo l’immagine della cantina, ma anche l’estetica del marchio, il design delle bottiglie e la comunicazione dell’intero progetto sono frutto delle sue intuizioni.

Il progetto architettonico: due volumi sovrapposti

L’architettura dell’edificio, realizzato dall’architetto Gianni Arnaudo, si contraddistingue per un’estetica dichiaratamente pop: appoggiata come una scultura sulla dolce collina tra i filari dei vigneti, la cantina è infatti costituita da due grandi volumi sovrapposti, che evocano le forme di due casse da vino fuori scala e ospitano il wine shop a piano terra e la sala degustazioni e ricevimento clienti al primo piano.

I due volumi evocano le cassette, non solo per le forme e i materiali usati, ma anche per i tipici elementi grafici dei contenitori in legno per vini, appunto, che diventano così decorazione dell’architettura insieme all’anno di inizio (2010) e a quello di fine costruzione (2016) dichiarati in facciata. Nessuna recinzione protegge la cantina, che è circondata solo da filari di vite proprio per sottolineare la sua appartenenza al paesaggio; anche i cancelli di ingresso all’edificio si integrano nel paesaggio come filari, su disegno di Sandra Vezza.

L''astemia pentita: chi lo ha detto che il vino non fa per i millennials?

La volumetria esterna della cantina si sviluppa per circa 400 mq (lo spazio di ciascuna cassetta è pari a circa 200 mq), mentre la parte ipogea, che ospita tutte le fasi del processo produttivo – il reparto di produzione, l’invecchiamento delle botti, l’imbottigliamento, lo stoccaggio, il reparto spedizioni –, si sviluppa su due piani con un totale di 3200 mq, una superficie di oltre 8 volte maggiore rispetto ai piani esterni.

Interior design

Il cuore produttivo della cantina è stato completamente interrato con l’esplicita volontà di rispettare il più possibile il paesaggio: la distribuzione degli spazi è conseguenza di un’attenzione particolare rivolta allo studio del processo produttivo che si sviluppa nelle sue fasi attraverso un sistema “a caduta”, dall’alto verso il basso. Questo tipo di impianto ha inoltre consentito di ridurre, rispetto agli edifici preesistenti, la volumetria fuori terra in favore del paesaggio, recuperando terreno per i filari di viti.

L’ideatrice ha voluto creare ambienti che richiamassero le varie fasi del processo produttivo del vino: le superfici superiori dell’area dedicata alla vendemmia, alla lavorazione e all’invecchiamento, rappresentano così una decorazione a foglie di vite (foglie di nebbiolo ingrandite) colte nei colori autunnali, periodo in cui iniziano questi processi di produzione; l’ambiente sottostante, in cui avviene l’imbottigliamento, lo stoccaggio in bottiglie, il confezionamento, evoca invece la primavera con le tonalità dei verdi brillanti, periodo in cui inizia questa parte del processo. Gli spazi proseguono con il tunnel che collega la cantina all’esterno e che rappresenta la fase successiva al processo produttivo, il risposo. È uno spazio per il relax del visitatore che si ritrova così in un ambiente che riproduce un cielo sereno, l’erba verde, con un pavimento naturale in ghiaino e alle pareti sono appese riproduzioni dei cappelli tradizionali in paglia usati dai contadini per ripararsi dal sole.

L''astemia pentita: chi lo ha detto che il vino non fa per i millennials?

Per gli spazi interni sono stati privilegiati quei materiali naturali che tradizionalmente hanno un legame con la produzione vitivinicola, come ad esempio la rafia, usata per avvolgere le bottiglie e proteggerle durante il trasporto, ma anche strumento in passato per legare le viti.

Realizzati da maestranze locali appositamente per la cantina, secondo i disegni e le indicazioni di Sandra Vezza, i pavimenti presentano un rivestimento costituito da rafia  che esalta la naturalezza  dando allo spazio un’estetica inedita e unica.

Tradizione e audacia si contrappongono così – idealmente e fisicamente – fondendosi, in tutto il progetto. Infatti, alla pavimentazione che evoca la natura e la tradizione, si contrappongono i soffitti della cantina che presentano grandi dipinti murali, realizzati da artisti locali, dall’estetica pop e surrealista, che creano nel visitatore l’illusione di essere realmente all’interno di una cassa di vino nel momento in cui una mano sta estraendo una bottiglia.

L''astemia pentita: chi lo ha detto che il vino non fa per i millennials?

L’attenzione ai materiali si rivela anche nell’utilizzo della corda naturale che, usata  nelle vigne, diventa il modulo per il rivestimento di alcune pareti, o della sottilissima ghiaia, che riveste il pavimento del tunnel di ingresso interrato, spazio limbo tra la natura esterna e l’artificio degli interni.

Dettagli di design

Per l’arredo della cantina,  immancabili alcuni dei prodotti iconici di Gufram, come il divano Bocca (Studio 65, 1970), il Cactus (Guido Drocco e Franco Mello, 1972), ma anche progetti più recenti come la poltrona Roxanne (Michael Young, 2017). Al piano interrato, nell’area dedicata all’invecchiamento, si trova inoltre la poltrona gigante Mikey dei Sogni disegnata nel 1972 da Studio 65 che, come “un trono contemporaneo per il Barolo, il re dei vini”, sovrasta le grandi botti.

Il legno chiaro degli esterni e la sua estetica calda si ritrova anche in alcuni degli arredi interni come la sedia Leggera di Ponti, e le poltroncine Chignon disegnate da LucidiPevere per Gebrüder Thonet Vienna.

Dopo aver scelto con grande cura gli arredi per l’esposizione delle bottiglie, Sandra Vezza ha progettato degli espositori pensati appositamente per L’’Astemia Pentita: sagome fuori scala delle bottiglie tagliate a metà che sottolineano l’estetica particolare proprio delle bottiglie della cantina.

L''astemia pentita: chi lo ha detto che il vino non fa per i millennials?

Scendendo dal piano terra del wine shop all’area ipogea, grandi librerie ospitano documenti, ricerche, prototipi legati alla storia della cantina, da quando è nata ad oggi, e che raccoglierà i materiali futuri come un grande archivio in costruzione.





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Facebook ci assegna un punteggio in base alla credibilità dei contenuti che condividiamo


 

Una scala da 0 a 1, un marker per analizzare i comportamenti degli utenti, intelligenza artificiale e machine learnig. Di cosa si tratta? Del modo in cui Facebook assegnerà un punteggio di credibilità ai propri iscritti.

Sì, proprio così. Questa novità rappresenta è l’ultima trovata di Facebook per ostacolare il propagarsi di notizie false e disinformazione. Lo ha spiegato la product manager Tessa Lyons dell’azienda, in un’intervista al Washington Post.

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In realtà, il punteggio non indica la credibilità e l’affidabilità personale di ogni singolo utente, ma serve per comprendere, in base al loro comportamento, se si tratta di individui capaci di interpretare in modo giusto le notizie che incontrano nel proprio feed.

Le procedure di machine learning e AI analizzano il punteggio degli utenti, espresso in codice binario, e ne restituiscono un indicatore di comportamento.

Un’analisi che va ben oltre l’origine della bufala e ne segue l’andamento e la propagazione, attraverso le reazioni degli utenti e la loro propensione ad accettarle come notizie vere.

Un’evoluzione che parte da lontano

Era il 2015 quando Facebook cominciò a dare la possibilità ai suoi utenti di segnalare i contenuti falsi e le notizie distorte. I tre puntini posti in alto a destra di un post comprendevano un menù che permetteva di inviare un feedback al social network, ma – come si può intuire – non tutti gli utenti ancora esercitano questa facoltà.

Tendenzialmente, l’essere umano, in un contesto così ampio come Facebook, è portato a pensare che non sia tenuto a segnalare o eliminare contenuti nocivi perché tanto ci sarà qualcuno che lo farà al posto suo. È la distribuzione della responsabilità di cui parla Piero Bocchiaro nella sua Psicologia del Male.

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Nel 2018, invece, il social di Menlo Park ha investito i suoi utenti del ruolo di veri e propri giudici della qualità dei contenuti, premiando con una maggiore visibilità nel news feed i post ritenuti veritieri.

Un’evoluzione che parte da lontano, dunque, e diventa sempre più efficace.

Il propagarsi di notizie false, alterate o ingigantite tramite social network non ha mai smesso di preoccupare Facebook e diverse ricerche hanno tentato di spiegare come mai gli utenti credano alle bufale e come si approccino ad esse.

LEGGI ANCHE: Facebook e la guerra alle fake news: facciamo il punto della situazione

Le conseguenze negative della disinformazione

Siamo abituati a pensare che ciò che accade online non sia completamente reale, siamo convinti che i contenuti che inondano la rete non provochino nessuna conseguenza nella realtà offline che viviamo quotidianamente.

Non è così. Disinformazione e mezze verità diffuse tramite i social network, hanno portato con sé effetti negativi che si sono riversati all’interno della nostra società.

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I disordini e le violenze razziali in Germania, la manipolazione delle masse durante le elezioni americane del 2016 e tanti altri casi, anche in piccoli comuni, hanno contribuito a rendere gli ambienti e le condizioni di vita ostili, soprattutto per le minoranze e le persone più deboli.

LEGGI ANCHE: Ecco per cosa scambiamo ogni giorno la nostra privacy

Il buon giornalismo non può essere la soluzione unica per arginare il dilagare di notizie false perché alcuni utenti hanno difficoltà ad interpretare le notizie e, talvolta, non possiedono capacità di giudizio e appetiti culturali all’altezza della situazione. Facebook questo lo ha compreso e sta sperimentando nuove strade.





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5 cose che devi sapere prima di iniziare a stampare in 3D


Chi da bambino si divertiva a incollare i rotoli di cartone e ritagliare scatole di cereali per farne astronavi o piste per automobiline ha subito certamente il fascino della diffusione di massa delle stampanti 3D. Il sistema oggi è talmente diffuso che possiamo incontrare piccoli apparecchi per la prototipazione rapida nelle scuole, in molti studi di design e di architettura, anche nei salotti o nei garage dei makers e degli appassionati di modellismo. Per i più piccoli, esistono stampanti (quasi) giocattolo dedicate e altri accessori, come le penne 3D.

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La tentazione di lanciarsi in un futuro abbastanza contemporaneo e alta, ma ci sono alcuni aspetti generali da considerare per un approccio sereno a una tecnologia che, sebbene stia diventando una regola in alcuni tipi di produzione industriale e nella prospettiva dei viaggi spaziali, rimane ancora un mondo relegato alle nicchie di geek e smanettoni.

Vediamo inseme cosa serve sapere prima di iniziare a stampare in 3D.

#1. La scelta della postazione è importante

Una delle prime cose da considerare è l’ambiente in cui vogliamo utilizzare il nostro strumento per stampare in 3D. Anche se alcuni degli aspetti da tenere presenti sono legati alla scelta del materiale che andremo a utilizzare, ci sono alcune regole di base che è bene rispettare a partire da questa fase preliminare.

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La stanza

La scelta della stanza adatta risulta quindi essenziale: soprattutto per i modelli entry level, attraverso i quali la maggior parte dei futuri appassionati si avvicina al mondo della manifattura additiva, è bene prevedere una certa quantità di inquinamento acustico; l’esposizione prolungata al tipico suono di elementi meccanici, cinghie e motori può diventare fastidiosa, soprattutto nelle ore notturne e considerando che il processo di stampa è spesso molto lungo.

By Kristian Bang - Own work, CC0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=44239428

By Kristian Bang – Own work, CC0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=44239428

Impensabile, dunque, utilizzare la camera da letto (magari il salotto?) come base per la nostra creatività, così come la cucina e, in generale, gli ambienti in cui mangiamo o soggiorniamo molte ore, a meno che non siano ampli e areati: l’ideale è una stanza separata dagli ambienti domestici, sufficientemente ampia e dotata di finestre o un sistema di aerazione, per tutelare meglio anche la salute.

La base d’appoggio

Anche la base di appoggio della stampante deve essere scelta con cura: le vibrazioni sono tra le principali cause di pessimi risultati sulle stampe, ma anche i più facilmente risolvibili. Risulta utile appoggiare la stampante 3D su un tavolo ampio, ad un’altezza comoda per la quale sia possibile compiere le classiche operazioni di manutenzione e di stampa dei pezzi; se si dispone di sufficiente spazio, l’ideale è non appoggiare il tavolo alle pareti ma lasciarlo libero sui lati in modo da poter girare intorno alla stampante (occhio a non inciampare nei cavi, però!). Qualunque sia il modello di macchinario scelto, la posizione centrale del tavolo sarà utile per accedere agli scomparti di alimentazione o per caricare e cambiare i filamenti di stampa.

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Un tavolo abbastanza ampio ci consentirà di tenere a portata di mano tutti gli strumenti basici, che cambiano a seconda del modello o del sistema di stampa, come comune lacca per capelli o biadesivo, per chi non dispone di un piatto riscaldato in grado di creare grip con il materiale appena estruso ed evitare che la stampa si stacchi, fino a chiavi a brugola, cacciaviti adatti, pinzette, parti di ricambio. Un tavolo con un paio di cassetti rappresenta una soluzione ideale per chi non vuol tenere tutto a vista, considerato che il piano va tenuto libero per la bobina di filamento, che deve poter scorrere liberamente.

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Un occhio alla sicurezza

Stampe incomplete, attrezzi, materiali in bilico sul tavolo: un occhio sempre alla sicurezza! Se in casa non sei solo o hai bambini piccoli in giro per il salotto, assicurati che l’ambiente destinato alle stampe possa essere reso inaccessibile.

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Oltre ad evitare incidenti domestici, anche che la stampa di 32 ore di Batman sarà al sicuro da imprevisti. Un buon gruppo di continuità permetterà anche a chi non dispone di stampanti di ultima generazione dotate di funzioni di recupero delle stampe interrotte di non sprecare materiali e ore stampa quando va via la corrente.

#2. Non tutte le stampanti sono adatte alle tue necessità

Per qualcuno può suonare strano, ma esistono modelli di stampante 3D acquistabili con 100 euro o poco più. Il sistema di stampa 3D comunemente conosciuto, che riscalda un materiale e lo spinge attraverso un estrusore a una dimensione precisa (sono molti, invece, altri sistemi più complessi che induriscono polimeri con il laser, ad esempio) è ormai ampiamente sdoganato e molti dei modelli più economici sono composti da kit assemblabili messi insieme proprio sulla base di modelli esistenti, da competitor “clone”.

Non esiste, quindi, il modo per individuare la stampante perfetta: come per le altre scelte, dipende molto dalle competenze che già si possiedono ma anche dallo spazio a disposizione, dal budget, dalla voglia di “smanettare” e dalla predisposizione a farlo. La verità, come è facilmente rilevabile frequentando le molte community online, anche su Facebook, dedicate all’argomento, che una manutenzione eccellente e un rispetto dei parametri puntuale producono ottimi risultati anche con macchinari non particolarmente blasonati. Un grosso investimento sullo strumento non significa, infatti, poter fare a meno delle operazioni necessarie di pulizia e manutenzione, come delle accortezze per rendere l’apparecchio funzionante e sicuro.

Stampanti Delta e Cartesiane

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La famiglia delle stampanti 3D si divide quindi in due rami principali: i sistemi delta, composti da tre bracci sui quali scorrono i carrellini che agganciano il nozzle di stampa, e quelli cartesiani, che utilizzano un sistema a binario che spinge il carrello nelle direzioni desiderate. Non esiste una obiettiva superiorità di un sistema rispetto all’altro ma, solitamente, le stampanti Delta consentono di sviluppare un maggiore volume di stampa in altezza. Anche per quanto riguarda il budget, entrambe le possibilità offrono modelli per tutte le tasche.

La sicurezza al primo posto

Se lo strumento viene utilizzato in presenza di bambini o persone non informate sulle possibili conseguenze di un uso improprio della stampante (il blocco riscaldante può superare i 250° di temperatura), è importante scegliere un modello con sistemi di sicurezza adatti, come la dotazione di sportellini collegati con il sistema di stampa, che impediscano l’accesso al vano quando la machcina è in funzione.

#3. La scelta del materiale non va sottovalutata

Ci sono stampanti 3D in grado di stampare davvero di tutto: alcune realizzano fantastici monumenti di cioccolata e altre, con basi di grandi dimensioni, realizzano intere costruzioni abitative. Alcune aziende costruiscono stampanti a creta, che poi diventerà ceramica cotta nei forni, altre sono fatte per utilizzare l’alluminio, ma la maggior parte dei modelli in commercio stampa agevolmente PLA e ABS, anche se i più arditi provano a utilizzare materiali diversi non espressamente supportati dalle case produttrici. Non è consigliato, certo, ma dove saremmo oggi senza le pazze sperimentazioni di chi ha poca competenza con una certa materia?

PLA e ABS

La differenza sostanziale tra PLA e ABS è che la prima è a base di acido polilattico ed è quindi biodegradabile. Il suo utilizzo è accettabile anche negli ambienti domestici, perché alla temperatura di fusione del materiale (tra 195 e 200 gradi circa) non vi è produzione di fumi; è creato dalla lavorazione di vari prodotti vegetali, tra cui mais, patate o barbabietole da zucchero. Per i materiali a base plastica come ABS il discorso è diverso e, in virtù della loro composizione, è sempre consigliato operare in un ambiente ben areato e/o con filtri atti alla purificazione dell’aria, ma sono materiali più robusti, più facilmente lavorabili e dotati di maggiore flessibilità (i famosi mattoncini LEGO sono fatti di ABS).

Sintetizzando, potremmo dire che i materiali a base organica come il PLA sono più adatti per stampe ad uso esclusivamente estetcio, data la grande varietà di colori e di translucenze che è possibile ricavare, mentre l’ABS si presta perfettamente a produzioni di tipo più pratico e funzionale, come la realizzazione di incastri duraturi.

I materiali per la stampa arrivano sotto forma di filo, avvolti in bobine che si organizzano in peso (e non in metri di filamento). Si parte dai piccoli formati da 250 gr. per arrivare alle confezioni da 5 kg, solitamente acquistate da laboratori o da chi dispone di stampanti per grandi formati.

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Ci sono stampanti che utilizzano prodotti dedicati o resine speciali, per utilizzi più vicini alla modellazione odontotecnica o all’arte orafa. La scelta di questi macchinari è tuttavia vincolata a una conoscenza tecnica più approfondita.

#4. Dove puoi trovare i file da stampare

A meno che non si disponga di competenze specifiche sulla modellazione dei file con software appositi (sono perfetti programmi professionali come Rhinoceros ma anche tool gratuiti online come Tinkercad, a seconda della complessità del progetto), sarà necessario rivolgersi alle molte community online che raccolgono librerie di file da stampare. Il procedimento è semplice: si scarica un file, di solito in formato .stl, e lo si passa attraverso lo slicer (il più famoso è Cura di Ultimaker, ma ce ne sono molti altri), che si occupa di sezionare il file in livelli stampabili e restituisce un file .gcode già pronto alla stampa.

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Sul web c’è davvero ogni cosa possiate immaginare di voler stampare. Per rendersene conto facilmente, basta visitare il popolare Thingiverse, molto diffuso tra i maker, ma anche Myminyfactory che, attraverso il progetto Scan the World, raccoglie migliaia di file di arte classica e moderna raccolte tramite scanner digitali in tutto il mondo.

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Se non c’è l’esigenza specifica di progettare file su misura ma ci si può accontentare della riproduzione del casco di Darth Vader a grandezza naturale, in queste repository sono disponibili anche progetti “one print” (o “single print” o ancora “print in place”): sono progetti, di solito molto rapidi da stampare, non troppo grandi, che non richiedono assemblaggi particolari ma vengono stampati in unica soluzione.

Tuning e coding

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Grande spazio all’interno delle raccolte è dedicato dai maker ad Arduino e a Raspberry, ma anche al mondo stesso delle stampanti 3D, con una lunghissima serie di upgrade stampabili, gadget, accessori, porta bobine e altro materiale da geek della stampa. Coding e stampa 3D sono due mondi che viaggiano vicini e spesso si incrociano, tanto da convergere tanto nei Fab Lab quanto in molti dei progetti gratuiti a disposizione di tutti.

#5. La pazienza

Con le stampanti 3D puoi stampare praticamente di tutto, molto dipende anche dalla pazienza di cui disponi.

Ne servirà una bella quantità: abituati al tutto e subito a portata di click, attendere 4 ore per stampare un portachiavi di 4 cm può sembrare un tempo lunghissimo. Questa percezione non è molto centrata perché non mette in luce il vero potenziale della diffusione di questi strumenti nelle case di tutti: la prototipazione rapida.

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I settaggi e il livellamento del piano

Anche i settaggi e le configurazioni esatte, a meno che non si opti per un modello professionale già assemblato (magari con sportellino di sicurezza e filtri per l’aria), richiedono il giusto tempo per non incorrere in stampe che si sollevano dal piatto di stampa o in imperfezioni sulle superfici. C’è poco da fare: si tratta di un sistema meccanico, quindi più precise e puntuali saranno i montaggi, le configurazioni e le manutenzioni, migliore sarà il risultato. Viceversa, potremo sempre accontentarci di una stampa di prova imperfetta, quando necessario, ma il rischio di usurare parti e componenti utilizzandoli impropriamente esiste.

Il sistema di stampa 3D, che sia Delta o su assi cartesiani, non è pensato per la realizzazione finale (e meno di questo, in serie) di un prodotto.

Il vantaggio principale per chi si occupa di progettazione e la netta diminuzione del tempo necessario per arrivare dall’idea al prototipo, al quale si accompagna un deciso decremento anche dei costi per la prototipazione, che non ha bisogno di stampi per le bozze di progettazione. Una volta perfezionato il processo, può essere standardizzato e industrializzato, magari applicando le strutture della decentralizzazione della fabbrica per puntare verso organizzazioni di produzione diffusa.

Immaginare invece di replicare

Ribaltando la prospettiva e considerando l’oggetto stampato come una riproduzione di un progetto pensato solo 6/8 ore prima, il tempo stampa non risulta poi così lungo.

Uno dei limiti maggiori al diffondersi di una “cultura maker” trasversale all’interno del tessuto sociale è la nostra incapacità di liberarci delle sovrastrutture quando entriamo in contatto con cose che non conosciamo: sarà necessario, avendo a disposizione un oggetto in grado di dare forma a qualunque volo pindarico della mente umana, liberarsi dalla logica del portachiavi e del fischietto e iniziare a progettare e stampare soluzioni ardite, cose nuove, fantasie. Invece di scimmiottare l’industria, che produce pezzi tutti uguali, puntare sull’unicità dell’artigianato digitale può essere la scelta giusta.

Se l’utilizzo è invece prevalentemente ludico o artistico, infatti, le ore necessarie a realizzare l’oggetto perdono completamente di significato, quando non diventano addirittura esse stesse hobby e passatempo: anche dopo migliaia di ore di stampa, seguirne il processo è visivamente molto affascinante, quasi ipnotico.

Per avvicinarsi al mondo dei maker

Maker Faire Rome è una manifestazione nata per soddisfare un pubblico di curiosi di tutte le età che vuole conoscere da vicino e sperimentare le invenzioni create dai makers. Idee che nascono dalla voglia di risolvere piccoli e grandi problemi della vita di tutti i giorni, o anche solo divertire e intrattenere.

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Organizzato dalla Camera di Commercio di Roma, attraverso la sua Azienda speciale Innova Camera, Maker Faire Rome – The European Edition 4.0 è un evento che unisce scienza, fantascienza, tecnologia, divertimento e business dando vita a qualcosa di completamente nuovo.

Non solo una fiera per addetti ai lavori: si possono trovare invenzioni in campo scientifico e tecnologico, biomedicale, manifattura digitale, internet delle cose, alimentazione, agricoltura, clima, automazione e anche nuove forme di arte, spettacolo, musica e artigianato.

Maker Faire Rome – The European Edition è il più grande Maker Faire al di fuori degli Stati Uniti ed il secondo al mondo per numero di visitatori con oltre 100 mila presenze registrate nell’edizione del 2017.





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“Cancellerò la pagina Facebook di Mark Zuckerberg in diretta video”, minaccia un hacker taiwanese


Un hacker taiwanese ha affermato che domenica cancellerà la pagina Facebook di Mark Zuckerber, in diretta proprio su Facebook Live.

Secondo Bloomberg, lo avrebbe scritto in un post proprio su Facebook ai suoi 26.000 follower: Chang Chi-yuan ha promesso di eliminare l’account del fondatore della piattaforma in diretta video. Bloomberg identifica Chang come un noto hacker, che non ha aggiunto ulteriori dettagli né ha voluto rispondere alle domande che molti fan hanno postato sotto alla sua dichiarazione.

Da Twitter ad Airbnb, tutti i servizi colpiti dall'attacco hacker

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A cosa punta l’hacker che vuole cancellare Zuckerberg da Facebook

Facebook ha un programma di individuazione e soluzione dei bug attualmente attivo, in cui afferma che “riconoscerà e ricompenserà” i ricercatori di sicurezza che segnalano le vulnerabilità nel suo servizio. Questo è l’obiettivo di Chang: fare un po’ di soldi evidenziando una criticità che ritiene di poter sfruttare per agire indisturbato tra gli algoritmi del social network.

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In caso di successo, questa non sarà la prima volta che la pagina di Zuckerberg viene violata. Nel 2011 un hacker è riuscito a pubblicare con successo un aggiornamento di stato dall’account di Mark.

socialhacker

L’audace impresa dell’hacker asiatico, ammesso che Facebook non lo fermi in qualche modo e gli impedisca di tentare, è programmata per domenica alle 18:00 ora locale. In Italia, l’evento avrà inizio alle 11 del mattino.

“Non voglio essere un vero hacker”, ha scritto recentemente Chang in un post. “Sono solo annoiato e cerco di dilettarmi per guadagnare un po’ di soldi”.

 





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