Così l’innovazione sta cambiando l’idea dei confini geografici (e alcuni Paesi hanno già cominciato)


Utopia. Un termine antico, ma più che mai moderno. Sono passati più di cinquecento anni da quando Tommaso Moro ha tratteggiato le caratteristiche di una società ideale, basata sull’assenza di proprietà privata, sul rifiuto dell’oro come base di ricchezza e in generale sul benessere e la felicità di tutti i cittadini. Eppure i tentativi di attuare una o più di queste caratteristiche non sono finiti poi così bene.

Il mondo dovrebbe arrendersi davanti alla sua stessa imperfezione? Forse. Ma, per fortuna, ancora non succede. E ci sono alcuni Paesi che, più di altri, provano a sfruttare le possibilità offerte dalle nuove tecnologie per introdurre un nuovo modo di vivere, di lavorare, di utilizzare il denaro. Paesi da tenere d’occhio, sperando che qualcuno di loro riesca davvero a passare da U-topia, “non luogo”, a EU-topia: “luogo della felicità”.

Liberland e i nuovi stati a cui richiedere subito la cittadinanza

Quando si tratta di introdurre dei cambiamenti, ci sono luoghi nel mondo che lo fanno un po’ più di altri. E soprattutto persone.

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Una di queste dev’essere Vit Jedlička, il politico attivista ceco che il 13 aprile 2015 ha piantato la bandiera di Liberland su un pezzetto di terra di nessuno al confine tra Croazia e Serbia. La data della fondazione dello stato già la dice lunga sulle sue idee politiche, visto che è la data di nascita di Thomas Jefferson.

Ebbene, da allora Liberland, Stato autoproclamato e non riconosciuto formalmente da nessun altro, 7 chilometri quadrati sulla sponda occidentale del Danubio, ha saputo distinguersi per innovatività, attirando più di 400.000 richieste di cittadinanza nel 2017. Il suo presidente, in effetti, era un fautore della riduzione delle tasse e delle regolamentazioni già nel suo ruolo politico nella Repubblica Ceca, ma quando si è reso conto dell’esistenza di questo lembo di terra conteso tra due Stati e formalmente “libero” ha avuto un’illuminazione: “è più facile far nascere un nuovo Stato che sistemarne uno esistente“. Ed è nata Liberland.

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La tassazione è nulla, anzi, volontaria, il sistema politico è decentralizzato e distribuito, le parole d’ordine per poter diventare cittadini di questo Paese sono il rispetto della libertà individuale di ciascuno, con uno Stato alle spalle che riduce tutte le sue funzioni al minimo. Come può avvenire tutto ciò? Principalmente grazie alla tecnologia.

Il governo è molto ridotto ed eletto elettronicamente, i piani architettonici si basano su tecnologie innovative e l’utilizzo di fonti rinnovabili e sostenibili. Ma è soprattutto la gestione economica che vuole essere innovativa, con criptovaluta come parola d’ordine. Non c’è una moneta unica ma anzi, degli speciali bancomat convertono i contanti in valute digitali, unica forma di pagamento accettata.

Questa caratteristica è comune a tutti i nuovi Stati del mondo. Eh sì, perché Liberland non è l’unica utopia dei giorni nostri: per gli amanti dei luoghi più esotici ci sono anche Sol a Puerto Rico, nonché l’ecosistema Floating City Project nella Polinesia Francese. Le criptovalute sono fondamentali per la nascita e la crescita di questi luoghi utopici, sia perché permettono di finanziare il progetto nella sua fase iniziale, sia perché concedono una fuga dai sistemi economici classici e una liberazione dal controllo dei governi centrali, con la corruzione e le inefficienze che ne derivano.

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Un frame dal film “Tomorrowland – Il mondo di domani”

Insomma, chi è pronto a richiedere la cittadinanza? Ovviamente, la richiesta si fa online, a questo indirizzo. Ma c’è un solo, piccolo problema: i cittadini stessi potrebbero non riuscire a entrare a casa propria. Gli Stati limitrofi non vedono di buon occhio questo nuovo vicino, e in particolare casi di detenzione in Croazia nei confronti di chi cerca di attraversare illegalmente la frontiera (e non c’è un modo legale, non essendo riconosciuta) potrebbero scoraggiare molti.

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Estonia, dove la residenza è virtuale

Eh sì, perché nel mondo moderno non si può non riconoscere la presenza di un numero sempre più cospicuo di persone che chiamano “casa” il mondo, i nomadi digitali. Ed è proprio a loro che ha pensato l’Estonia, volendo investire in un’idea di futuro del lavoro che è remoto, distribuito e digitale. E le difficoltà burocratiche per l’ottenimento del visto sono uno degli elementi che più frenano questa spinta.

Al momento i nomadi digitali sono forzati ad utilizzare i visti turistici e lavorare online, non essendoci politiche che permettano una permanenza di breve-medio termine lavorativa senza assunzione. O almeno, finora. Perché l’e-visa e l’e-residency estone invece permettono proprio questo, dando un accesso di 3 mesi anche a tutta l’area Schengen, nonché a servizi come quelli bancari e la capacità di fare impresa (online) senza la necessità di risiedere permanentemente nel Paese.

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In fondo è facile, quando sei uno dei Paesi più digitalizzati al mondo, con tutti i maggiori ambiti governativi (voto, legislazione, giustizia, salute, tassazione, ecc.) uniti in un’unica, ambiziosa piattaforma online. Così i cittadini non devono fare la dichiarazione dei redditi, perché tutte le informazioni sono già nel sistema; i pazienti non devono portare la propria storia medica dal dottore, perché questi può accedervi direttamente online; tutti i processi burocratici possono essere svolti online dal proprio PC, compreso votare e pagare il parcheggio.

Una via antitetica rispetto a quella inglese della Brexit, ad esempio, di cui sarà interessante osservare gli sviluppi.

Il caso dell’Estonia è particolarmente innovativo, ma in realtà guardandosi intorno è facile vedere come molti Paesi, in particolare quelli nordici, cerchino di introdurre e portare avanti le proprie personali utopie.

E l’Italia non potrebbe fare altrettanto? Alcuni sostengono di sì, come si è discusso recentemente al Giffoni Film Festival, teorizzando un Paese che si ponga come capitale ideale dei nomadi digitali, per qualità della vita, cultura e bellezza dei luoghi.

In effetti, non ci manca niente. Una vera EUtopia, che ponga la felicità al centro dei propri interessi grazie alle moderne tecnologie.





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3 miti da sfatare sull’intelligenza artificiale e sui rischi che corriamo

Da Siri alle auto che si guidano da sole, l’intelligenza artificiale è tra noi e si sta evolvendo rapidamente. Accade spesso che, quando si parla di AI, questa venga associata ad un robot con caratteristiche umane, ma in realtà i suoi ambiti applicativi possono essere molteplici.

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L’intelligenza artificiale oggi è definita “debole”, in quanto essa è progettata per svolgere determinate funzioni,per esempio il riconoscimento facciale o le ricerche sul web: l’obiettivo  di molti ricercatori al lavoro su questa tecnologia è quello di sviluppare un’intelligenza artificiale “forte” in grado di superare gli esseri umani in quasi tutti i compiti cognitivi.

Quali saranno le conseguenze?

Artificial-Intelligence

La progettazione di sistemi  AI più intelligenti può portare a degli sviluppi decisivi in numerosi settori, correndo il rischio di lasciare l’intelletto umano molto indietro.

Nonostante la creazione di una super intelligenza artificiale rappresenti un grande passo per l’umanità, utile (forse) a sradicare le guerre, la povertà e le malattie, molti esperti hanno espresso la loro preoccupazione riguardante l’incapacità di allineare gli obiettivi umani con quelli artificiali.

Perché l’intelligenza artificiale può essere pericolosa

Una gran parte dei ricercatori concorda sul fatto che un’intelligenza artificiale super intelligente non sia in grado di mostrare emozioni umane come l’amore o l’odio. Non ci sarebbe ragione, dunque, per aspettarsi che diventi intenzionalmente benevola o malevola.

Invece, quando si pensa a come l’AI possa diventare pericolosa, gli scenari possibili sono due: l’intelligenza artificiale potrebbe essere programmata per diventare pericolosa o potrebbe essere programmata per essere utile, ma sviluppare autonomamente un metodo distruttivo per raggiungere i suoi obiettivi.

Nel primo caso, l’intelligenza artificiale  può diventare estremamente dannosa: basti immaginare armi autonome, sistemi di intelligenza artificiale programmati per uccidere che, nelle mani della persona sbagliata, potrebbero facilmente causare vittime in modo massivo. Inoltre, una corsa agli armamenti di intelligenza artificiale potrebbe inavvertitamente portare a una guerra con conseguenze davvero disastrose.

Per non correre il rischio di essere intralciati dal nemico, queste armi potrebbero essere progettate per essere estremamente difficili da “spegnere”, così gli umani potrebbero facilmente perdere il controllo della situazione. Questo rischio è presente anche con una AI ristretta, ma cresce con l’aumentare dei livelli di intelligenza e autonomia dell’intelligenza artificiale.

Nel secondo caso, si corre il rischio che gli obiettivi artificiali non siano allineati con quelli umani: ad esempio, se chiediamo ad un auto intelligente di condurci all’aeroporto il più velocemente possibile, questa potrebbe eseguire letteralmente la richiesta, non badando a ostacoli o alla sicurezza. Uno scenario da film probabilmente, ma che l’intelligenza artificiale avanzata possa non avere le competenze giuste per comprendere gli ordini, è una preoccupazione reale.

I miti riguardo il futuro dell’Intelligenza Artificiale

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Ci sono controversie affascinanti su cui i maggiori esperti del mondo non sono d’accordo, come l’impatto di questa tecnologia sul mercato del lavoro; ci sono però anche molti esempi di sterili pseudo-controversie causate spesso da conclusioni troppo azzardate. Cerchiamo di chiarire insieme alcuni di questi “miti” che fanno a volte molto discutere sul futuro dell’AI.

Il primo mito riguarda il tempo: quanto ci vorrà prima che le macchine superino di molto l’intelligenza umana? Le due opinioni principali e contrarie utilizzano questo secolo come punto di riferimento: l’AI si svilupperà prima/dopo del 2100. La verità è che non ci sono dati che possano dirci con certezza il tempo che questa tecnologia impiegherà per arrivare al massimo della sua espressione: l’unica cosa che possiamo attualmente fare è prepararci già dal punto di vista della sicurezza, per prevenire i pericoli di cui parlavamo sopra.

Il secondo mito sostiene che gli unici a preoccuparsi degli effetti negativi dell’AI siano coloro che non ne conoscono davvero le potenzialità. Falso anche questo: anche i ricercatori più affermati che lavorano sull’Intelligenza Artificiale sono i primi a nutrire molti dubbi e preoccupazioni sul suo futuro.

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Il terzo mito è quello più discusso: le macchine non hanno obiettivi come possono averli gli umani. Sbagliato: l’intelligenza artificiale ha degli obiettivi e può svilupparne di nuovi, il problema è se questi siano più o meno allineati con quelli degli esseri umani. Facciamo un esempio: un ipotetico missile comandato dall’AI non ha forse l’obiettivo di uccidere, ma ha l’obiettivo di seguire le fonti di calore, poco importa se queste siano di animali, umani adulti o umani bambini.

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