IBM compra Red Hat per 43 miliardi e punta sul Cloud


IBM ha stretto un accordo per acquisire la società di software cloud Red Hat per 34 miliardi di dollari.

IBM pagherà poco meno di 200 dollari per azione per la società, che ha descritto come il più grande fornitore mondiale di software cloud open source.

Un valore superiore del 60%rispetto al prezzo di chiusura Red Hat di $ 116,68 dollari, venerdì. Le azioni, scambiate a 175 dollari a giugno, avevano subito un brusco calo a causa del mercato altamente volatile.

I punti chiave dell’annuncio della trattativa

IBM acquisterà tutte le azioni ordinarie emesse e in circolazione di Red Hat per 190 dollari ad azione in contanti, per un valore aziendale totale di circa 34 miliardi di dollari.

JPMorgan ha consigliato a IBM l’accordo e ha fornito la maggior parte del finanziamento. I partner Guggenheim hanno rappresentato invece Red Hat nell’affare.

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IBM resterà fedele alla governance aperta di Red Hat, ai contributi open source, alla partecipazione alla comunità open source, al modello di sviluppo e alla promozione del suo ecosistema diffuso di sviluppatori.

IBM e Red Hat continueranno inoltre a sviluppare e migliorare le partnership con i principali fornitori di cloud, come Amazon Web Services, Microsoft Azure, Google Cloud, Alibaba e altro, oltre a IBM Cloud.

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Red Hat rimarrà indipendente

Red Hat entrerà a far parte del team IBM Hybrid Cloud come un’unità distinta, preservando l’indipendenza e la neutralità del patrimonio di sviluppo open source di Red Hat, dell’attuale portafoglio di prodotti e della strategia go-to-market.

La compagnia acquisita continuerà a essere guidata da Jim Whitehurst e dall’attuale team manageriale di Red Hat. Anche Jim Whitehurst si unirà al senior management team di IBM e farà rapporto a Ginni Rometty.

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Sarà il fornitore di cloud ibrido numero uno al mondo

“IBM diventerà il fornitore di cloud ibrido numero uno al mondo, offrendo alle aziende l’unica soluzione open cloud in grado di sfruttare appieno il valore del cloud per le loro attività”, ha dichiarato Ginni Rometty, presidente e CEO di IBM.

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“Unire le forze con IBM ci fornirà un maggiore livello di risorse e capacità per accelerare l’impatto dell’open source come base per la trasformazione digitale e portare Red Hat ad un pubblico ancora più ampio, il tutto preservando la nostra cultura unica e il nostro impegno costante per l’innovazione open source “, ha affermato Jim Whitehurst, presidente e CEO di Red Hat.

L’accordo è concluso ma verrà perfezionato nel 2019 dopo l’approvazione degli azionisti di IBM e il controllo degli enti governativi.





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Twitter vola in borsa e traina tutto il settore tech


Il mercato azionario americano ha vissuto una giornata d’oro grazie alle compagnie del tech. Guidato da Twitter, che ha registrato un aumento superiore al 15% in un solo giorno (15,47%, per l’esattezza), il mercato è risalito su tutti i segmenti, grazie a 53 titoli su 60 dell’Entrepreneur Index con il segno + a fine giornata.

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Guerra ai bot e più pubblicità

I risultati del terzo trimestre di Twitter, riferiti prima dell’apertura delle transazioni, hanno dato il via alle danze.

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Il numero complessivo degli iscritti alla piattaforma è diminuito come previsto, grazie anche alla lotta serrata a bot automatizzati e finti account, ma Twitter ha superato le stime di utili del 7% e ha registrato un aumento del 29% in ricavi pubblicitari.

Anche Microsft e Tesla sulla cresta dell’onda

Anche Microsoft ha riportato forti guadagni grazie al trend positivo.

 

Twitter non è stata però l’unica azienda a ispirare una certa fiducia sul mercato. Elon Musk ha presentato un terzo trimestre in attivo: Tesla ha registrato infatti un utile di 312 milioni di dollari in questo periodo di riferimento.

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Anche Ford torna all’attacco: pur in calo di bel il 30% quest’anno, nella giornata d’oro di Wall Street ha recuperato 9.9 punti percentuale.

Comcast ha invece ottenuto un ribasso del 5,04% nel prezzo delle sue azioni dopo aver riportato ottimi guadagni a inizio di giornata. Il titolo è in calo dell’11,4 percento dall’inizio dell’anno.

Ogni azione tecnologica ha registrato un guadagno per la giornata. Amazon.com, che insieme ad Alphabet Inc. segnalerà i guadagni dopo la chiusura del mercato, ha avuto il secondo più grande guadagno nel settore dopo Twitter, aumentando del 7,09%.

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Anche Alphabet Inc. (4,27 percento), Adobe Systems Inc. (6,07 percento) e salesforce.com (5,66 percento) hanno ottenuto notevoli guadagni. Netflix, in calo del 18% questo mese, è aumentato del 3,66%.

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Il biotech in ripresa

Alexion Pharmaceuticals ha avuto un grosso rimbalzo dopo il calo di quasi il 10 percento di ieri, guadagnando il 5,56%.

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Oggi Regeneron Pharmaceuticals era fuori dall’indice. Sebbene le azioni biotech, recentemente in calo, siano aumentate notevolmente, Regeneron ha perso il 4,11%.

 

Il mercato sembra spaventato dal fatto che la Food and Drug Administration non abbia approvato la versione di un farmaco che ha registrato vendite negli Stati Uniti per 3,7 miliardi di dollari l’anno scorso.





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I cinesi che hanno investito in Kenya sono accusati di discriminazioni


L’imperialismo non è morto ma vive e prospera anche nel ventunesimo secolo. Cambiano gli attori ma non il copione: il ricco alla ricerca di nuovi mondi da invadere e il povero usurpato e privato di terre e diritti e, spesso, anche della propria dignità.

È una storia vecchia come il mondo che l’essere umano ha imparato, metabolizzato ma dalla quale non riesce a uscire vincitore.

Il debole in terra straniera fa notizia mentre il popolo sottomesso dall’ospite straniero rimane spesso in un angolo invisibile all’opinione pubblica.

È quello che sta succedendo in Kenya, o meglio, in molti Paesi del continente africano che negli ultimi anni hanno conosciuto l’oscuro lato di un “nuovo neo-colonialismo”, stavolta non europeo bensì cinese.

Il video dello scandalo

Circa un mese fa iniziò a circolare in rete un video: protagonista il proprietario cinese di un’azienda a Nairobi immortalato di nascosto da un suo dipendente, Richard Ochieng’, mentre insulta il popolo keniota e il suo presidente definendoli delle scimmie.

Subito dopo la diffusione del video le forze dell’ordine hanno arrestato e processato Liu Jiaqi, come riportato anche in un tweet dell’Ufficio Immigrazione del Kenya.

Non si tratta di un episodio isolato ma di fatti, anche non direttamente legati a episodi di razzismo, che spesso degenerano in cronaca sgradevole che non fa onore a una super potenza mondiale come la Cina.

Come il caso dei quindici cinesi arrestati con l’accusa di sfruttamento della prostituzione o quello di un altro piccolo gruppo di connazionali accusati di detenere oggetti che rappresentavano una minaccia per la sicurezza nazionale (radio trasmittenti, uniformi militari, laptop e metal detector).

Investimenti e razzismo

Quando in un Paese dalle scarse risorse economiche arriva lo straniero carico di promesse di investimenti lo si accoglie a braccia aperte, ma insieme ai soldi entrerà anche molto altro.

Fu proprio il presidente cinese Deng Xiaoping (leader dal 1978 al 1992) a pronunciare la celebre frase “Se la Cina apre le sue porte, entreranno inevitabilmente delle mosche” per giustificare l’apertura del paese a un nuovo e del tutto inaspettato sistema economico che avrebbe, dagli anni ’80, condotto la Cina a diventare il colosso economico che tutti conosciamo oggi.

Oggi quelle “mosche” sono proprio i cinesi e trasmettono valori che poco servono allo sviluppo sociale del Kenya. Ad accorgersene sono soprattutto le nuove generazioni, il futuro del Paese.

Già colonia britannica dal 1920 al 1963, il Kenya visse sotto la supremazia inglese uno dei periodi più bui della sua storia, un periodo durante il quale la popolazione era costretta a circolare con dei documenti identificativi al collo.

Ma il Kenya è anche riuscito a liberarsi dal fardello imperialista divenendo una stabile e orgogliosa democrazia. Le nuove generazioni di kenioti conoscevano solo indirettamente l’esistenza o la possibilità di tali atti di razzismo domestico.

Ora invece sempre più spesso sono protagonisti di episodi di razzismo da parte della comunità cinese radicata nel paese grazie ad accordi economico-finanziari firmati tra il governo locale e quello di Pechino, sempre pronto a inondare di contanti chiunque lo accolga.

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Negli ultimi dieci anni la Cina ha investito moltissimo in diversi paesi africani creando infrastrutture e industrie in cambio di risorse naturali o riserve di gas e petrolio.

Il prezzo da pagare è stato in realtà molto più alto visto che ha causato un innalzamento del debito e spesso l’aumento di episodi di sfruttamento dei lavoratori locali da parte di aziende cinesi.

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L’amara realtà della discriminazione in Kenya

Secondo alcune testimonianze riportate in un’inchiesta del New York Times del 15 ottobre, ci sono stati gravi episodi denunciati alle autorità locali che vedono protagonisti boss cinesi in preda a deliri di onnipotenza razziale.

Come quello descritto da chi sul posto di lavoro si è visto separare i bagni dei kenioti da quelli dei cinesi o la storia degli impiegati costretti a liberare un orinatoio intasato da mozziconi di sigarette che solo i dipendenti cinesi erano autorizzati a fumare.

La popolazione cinese in Kenya è stimata intorno alle 40 mila unità, un numero non semplice da calcolare con esattezza, in parte per via del continuo viavai di persone che soggiornano per periodi relativamente brevi.

Alcuni di loro arrivano e rimangono solo pochi anni lavorando in molte aziende con ruoli dirigenziali, vivono con altri cinesi concedendosi pochissimi episodi di interazione sociale con i kenioti.

Molti di loro arrivano già con una visione gerarchica della cultura e della razza che tende a collocare gli africani in una posizione subalterna e inferiore.

Il razzismo arriva direttamente dalla Terra di Mezzo

Ma la Cina non è razzista da quando ha messo piede in Africa: si tratta di un Paese storicamente chiuso e molto spesso poco interessato, culturalmente parlando, a mettere il naso fuori dai propri confini.

Chiunque abbia visitato la Cina sa bene che – anche vivendoci per anni – agli occhi dei cinesi sarà sempre un laowai (termine colloquiale cinese per definire un forestiero, ndr.).

Non è un caso che l’immagine stereotipata dello straniero africano sia per loro ancora quella dell’uomo nero della tribù. A dimostrazione di ciò, un episodio di cui pochi sono a conoscenza che riguarda lo spettacolo serale della vigilia del capodanno cinese di quest’anno.

Si tratta dello show trasmesso ogni anno dalla CCTV che tiene incollati tutti i cinesi (circa 800 milioni) alla TV nazionale e che alterna canti, balli e giochi a premi. Il programma quest’anno ha dedicato un episodio a un pietoso teatrino ambientato in Africa.

Apertura mentale ed economica, insomma, non vanno di pari passo. Il Dragone avanza e rispolvera vecchi e – ahimè – ancora non superati valori di stampo imperialista che poco si addicono al ventunesimo secolo.

Eppure c’è un’altra famosa citazione attribuita al presidente Deng Xiaoping che forse spiega (e cerca di giustificare) con devastante cinismo questo inaccettabile comportamento: “Non importa che sia un gatto bianco o un gatto nero, finché cattura topi è un buon gatto”.





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FCA vende Magneti Marelli ai giapponesi per 6 miliardi


Fiat Chrysler Automobiles (FCA) ha accettato di vendere la sua unit high-tech di componenti per auto, la storica Magneti Marelli, a KKR & Co. (operatore internazionale di private equity), in una transazione dal valore di 6,2 miliardi di euro. Si tratta del primo grande accordo per la casa automobilistica italo-americana sotto il nuovo Chief Executive Officer Mike Manley.

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I termini dell’accordo

La nuova società si chiamerà Magneti Marelli CK Holdings, hanno comunicato le società in una nota. Fiat stipulerà un accordo di fornitura pluriennale con la sua ex unità, che quindi dovrebbe mantenere la presenza in Italia, con stabilimenti e lavoratori.

Secondo quanto trapelato, ora i giapponesi avrebbero assunto precisi impegni per la salvaguardia della produzione e dei livelli occupazionali di Marelli, ma anche per l’inserimento di Ermanno Ferrari (da poche settimane CEO) nel board unico che guiderà i gruppi.

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La Fiat potrebbe ora considerare di premiare gli azionisti con la vendita di Marelli. L’unità, infatti, potrebbe fornire a Fiat più di 2 miliardi di dividendi, secondo Bloomberg.

La transazione crea una realtà con oltre 17 miliardi di dollari di entrate annuali e circa 65.000 lavoratori tra Tokyo a Milano. La vendita è una delle pietre miliari per Manley, che ha rilevato la Fiat pochi giorni prima della morte del suo predecessore. Ed è anche la prima operazione supervisionata dal presidente John Elkann dalla scomparsa di Sergio Marchionne a luglio.

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Le operazioni prima del deal

L’accordo era stato in un certo senso preparato proprio da Marchionne, che aveva dichiarato che la società di componenti non sarebbe stata venduta per un prezzo inferiore ai 6 miliardi e che inizialmente aveva preferito separare l’attività della Magneti Marelli distribuendo azioni agli investitori, invece di quotarsi alla borsa di Milano.

I colloqui di Fiat con KKR erano iniziati diversi mesi fa e durante la trattativa Fiat avrebbe respinto un’offerta perché il prezzo risultava troppo basso rispetto alle attese. FCA avrebbe anche valutato le offerte di altri gruppi a settembre, prima di giungere all’accordo con Calsonic.





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Le donne Business Angel sono poche e possiedono solo il 9% dei capitali aziendali


In un settore innovativo come quello delle startup la staticità dei ruoli non dovrebbe esistere, eppure ancora oggi è evidente: da recenti studi le donne che posseggono la maggioranza dei capitali aziendali si attestano solo ad uno scarsissimo 9%.

Quali sono i motivi di questa disparità? L’organizzazione #Angels con la sua ricerca #TheGapTable tenta di spiegarlo. Sicuramente il basso numero di donne a capo di startup influisce sul fatto che ci siano poche donne mentori di imprenditrici in erba e, di conseguenza, pochi capitali femminili nell’investimento su nuove realtà.

Le startup al femminile, però, ottengono i risultati migliori sul campo, nonostante i pochi investimenti.

Credits: Depositphotos #60035979

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Cause e conseguenze della disparità di genere tra i Business Angel

9% è questo il volume medio di capitale di investimento e di leadership in mano femminile in campo startup e questo è un dato rilevante in quanto chi investe in un’azienda è anche colui che ne detiene il potere decisionale e di rappresentanza.

La disparità uomo e donna risiede in un motivo fondamentale, sembra di capire: la percentuale di donne impiegate con un ruolo manageriale o di ricerca e sviluppo è irrisoria con la conseguente impossibilità di raggiungere guadagni importanti da reinvestire in new business e startup.

Dal censimento (The Cap Table) che viene realizzato ogni anno indagando nel panorama startup della Silicon Valley, che rivela la divisione dei poteri e del mercato nella ‘valle dell’innovazione’, emerge la persistente disparità tra uomini e donne a capo delle aziende.

#Angels, l’associazione al femminile che si occupa di dar voce ai soci di capitale donne, ha voluto analizzare le quote rosa sia per quanto riguarda gli stakeholders che gli shareholders tra le startup americane, confermando il fatto che soltanto il 33% dei fondatori e degli shareholders è donna, con un 9% di capitale detenuto.

Una volta ottenuto il risultato, però, è necessario andare a fondo dei motivi e dei fattori che determinano questa situazione di fatto. Analizziamoli insieme:

  • valutazione aziendale più bassa – Le startup al femminile vengono percepite come società di minor valore rispetto a quelle maschili e si trovano, quindi, a dover vendere più quote sul mercato per continuare a crescere. Quote che la maggior parte delle volte vengono acquisite da investitori uomini.
  • Investimenti inferiori da parte del mercato – Una startup fondata da donne fa più fatica nell’ottenere credibilità di fronte ai business angel.
  • Discriminazione (a tutti gli effetti) – Non c’è fondatrice o settore che tenga, una startup guidata da una donna viene considerata di poco conto.
  • Poche investitrici equivalgono a pochi capitali alle startup in rosa – Questo è dovuto al fatto che una startup al femminile, per sopravvivere, ha bisogno di più soci, soprattutto uomini, che portino più credibilità al mercato e che attirino investimenti con una conseguente perdita di capitali da parte della donna fondatrice e minor successo di mercato.

L’unica vera soluzione per migliorare questo scenario potrebbe essere il dialogo.

Ciò di cui necessita il mercato delle startup e delle aziende è, infatti, che gli attuali leader diano il buon esempio, imparando a convivere e dialogare con le donne imprenditrici per preparare le nuove generazioni a una situazione di parità tra investitori, qualunque sia il loro sesso.

Casi di in-successo

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Il settore in cui questa disparità di trattamento è più evidente è quello noto come Women in Tech.

Anche se le girls in Tech sanno di essere brave e vincenti, sono ben noti i casi in cui a causa del proprio genere hanno dovuto rinunciare al loro sogno, a causa della disparità di trattamento o di avance un po’ troppo spinte.

I casi di sessismo registrati nella Silicon Valley vanno da inviti a cena superflui, a complimenti fisici non necessari e fraintendibili, fino alla paura di parlare per non essere licenziate o declassate.

Com’è possibile che ancora oggi esistano queste differenze?

Innanzitutto, anche se le startup in rosa statisticamente raggiungano migliori risultati, vengono discriminate in quanto secondo un dogma ormai radicato le startup di successo sono guidate da uomini, mentre le donne non possono avere successo.

Il secondo motivo riguarda la difficoltà di lavorare a fianco di donne, ritenute – sempre secondo gli stereotipi – più volubili, aggressive o lunatiche.

Tutte le ricerche e gli studi trovano un’unica soluzione possibile: offrire più spazio alle donne, credendo più nelle loro capacità. Quindi anche con una maggior rappresentazione tra le file degli investitori per poter a loro volta puntare su idee vincenti di altre donne.

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WA4E, un’iniziativa per le Business Angel europee

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Il tema della disparità di numeri tra i business men e le business women è un tema caldo per tutti e, oltre alle organizzazioni dedicate come #Angels, anche le istituzioni hanno espresso la necessità di organizzare iniziative in grado di rendere meno radicato il problema. Prima tra tutti l’Unione Europea con il suo progetto WA4E.

L’iniziativa è dedicata a Belgio, Francia, Italia, Portogallo, Spagna e Regno Unito ed è realizzata in collaborazione con le più importanti associazioni di Business Angel locali, come la BAE (Business Angel Europe) e la ​IBAN (Italian Business Angels Network Association).

L’obiettivo da raggiungere è importante: tra il 2017 e il 2018 incrementare il numero di Business Angel femminili del 10% con un conseguente aumento degli investimenti in campo startup di due milioni e mezzo.

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Il programma WA4E è diretto ad un pubblico femminile già operante nel mondo business con un livello di esperienza elevato, tra i 30 e i 50 anni e che, grazie al capitale posseduto o all’esperienza maturata come fondatrice o AD di una startup, voglia approcciarsi al mondo delle Business Angel.

Una volta individuato il target, il programma mira a supportare le future Business Angel con consigli e informazioni in merito a come, dove, quanto investire; business class per trasferire esperienze e best practice di altre business women guida; sessioni informative in merito a leggi ed economia aziendale.

WA4E vuole, infine, andare a stimolare gli stati sovrani con iniziative a livello regionale per favorire l’integrazione delle nuove business angels negli investimenti sui mercati locali.

La versione completa della misura è disponibile qui.





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Netflix cresce ancora e guadagna 7 milioni di nuovi iscritti


Dopo un deludente secondo trimestre, Netflix è tornato in vetta a Wall Street. La società ha appena pubblicato il suo report sui guadagni del terzo trimestre e le azioni hanno subito registrato un aumento del 12%.

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I numeri del terzo trimestre

Per Netflix la cifra più importante al momento è la crescita degli abbonati: superando le aspettative, con 6,96 milioni di entrate nette, rispetto ai 5,07 milioni previsti dagli analisti. Il servizio ora ha un totale di 137 milioni di membri, con 130 milioni di abbonamenti a pagamento.

La società ha anche registrato un guadagno di 89 centesimi per azione e ricavi per 4 miliardi di dollari, decisamente più in alto rispetto alle previsioni degli analisti.

Recentemente The Global Internet Phenomena Report di Sandvine, società leader nel settore della Network Intelligence, ha diffuso un altro dato importante per Netflix, che occuperebbe il 15% del traffico web globale.

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La strategia di Netflix

Oltre a riferire sugli ultimi dati finanziari, la lettera agli azionisti offre anche un aggiornamento sulla sua strategia dei contenuti originali, distinguendo tra due diversi tipi di prodotti Netflix Originals – quelli come “Orange Is the New Black”, per i quali Netflix detiene la prima visione per la distribuzione, e altri come “Stranger Things”, per i quali è effettivamente proprietaria del prodotto.

 

“Oggi impieghiamo centinaia di persone nella produzione, lavorando su un’ampia varietà di titoli di proprietà distribuiti su serie con script e senza copione, di contenuti per bambini e contenuti internazionali, documentari e film da tutto il mondo. Per sostenere i nostri sforzi, avremo bisogno di più capacità produttiva; abbiamo recentemente annunciato la selezione di Albuquerque, New Mexico come sede di un nuovo centro di produzione negli Stati Uniti, dove prevediamo di portare 1 miliardo di dollari di produzione nei prossimi 10 anni e di creare fino a 1.000 posti di lavoro all’anno. Il nostro studio interno è già oggi il maggior fornitore di contenuti per Netflix”, ha dichiarato la compagnia.

 

Per il quarto trimestre, intanto, la società prevede un’ulteriore crescita, con 9,4 milioni di nuovi membri come obiettivo.





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Elon Musk non sarà più presidente di Tesla (ma resta CEO)


Il CEO di Tesla, Elon Musk, dovrà dimettersi da presidente della casa automobilistica elettrica e pagherà una multa di 20 milioni di dollari. Questo sulla base di un accordo raggiunto con la commissione per la sicurezza delle Borsa americana. Musk rimarrà amministratore delegato e manterrà comunque un seggio in commissione, ma non potrà più esserne il presidente.

L’accordo sistema una situazione che avrebbe potuto trasformarsi in una lunga battaglia legale e finanziaria per gli azionisti di Musk e per la società.

Dopo il tweet in cui Musk annunciava di voler ricomprare le azioni di Tesla per un valore di 420 dollari ad azione, infatti, la SEC lo aveva denunciato con l’accusa di frode.

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I termini dell’accordo

Ora Musk si dimetterà dal suo ruolo di presidente del consiglio di amministrazione di Tesla entro 45 giorni dall’accordo, che è stato depositato sabato. Ha accettato, infatti, alcune condizioni:

  • non chiedere la rielezione;
  • non accettare l’incarico come presidente per tre anni.

Sarà invece nominato un nuovo presidente esterno alla compagnia.

Tesla pagherà una sanzione a parte di 20 milioni di dollari, per non aver richiesto controlli e procedure di divulgazione adeguati sui tweet di Musk.

“La risoluzione ha lo scopo di prevenire ulteriori perturbazioni del mercato e danni agli azionisti di Tesla”, ha detto in una nota Steven Peikin, co-direttore della Divisione Enforcement della SEC.

La società ha inoltre accettato di nominare due nuovi consiglieri indipendenti nel suo consiglio di amministrazione, di istituire un nuovo comitato di amministratori indipendenti e di mettere in atto ulteriori controlli e procedure per sorvegliare le comunicazioni di Musk.

Dovremo aspettarci in futuro meno tweet di Musk sulla presentazione di nuovi prodotti, funzionalità e aggiornamenti sulle sue compagnie, o almeno su Tesla.

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Il consiglio di amministrazione di Tesla

L’accordo segna l’inizio di una nuova era di corporate governance per Tesla, una opzione già suggerita da alcuni azionisti che nel tempo avevano sostenuto che la società fosse troppo dipendente da Musk e dai suoi collaboratori più stretti, tra cui lo stesso fratello di Musk.

Già nel 2017, Tesla aveva diversificato il proprio board aggiungendo James Rupert Murdoch, CEO di Twenty-First Century Fox Inc., e Linda Johnson Rice, Chairman e CEO di Johnson Publishing Company.

Musk ha definito l’accusa di frode una “azione ingiustificata” che lo ha lasciato “profondamente rattristato e deluso”.

Tesla e il consiglio di amministrazione hanno inviato una dichiarazione congiunta a sostegno di Musk, dopo la denuncia della SEC, da cui si evinceva anche che Musk avrebbe parlato al consiglio di una possibile offerta per ritirare Tesla dal mercato azionario già a partire dal 2 agosto, quando inviò una email ai membri del consiglio di amministrazione, al direttore finanziario e al consulente generale di Tesla che aveva per oggetto “Offerta per rendere Tesla privata per 420 dollari”.





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Elon Musk nei guai, accusato di frode dalla commissione di sicurezza della Borsa


Il tweet di Musk di qualche settimana fa sulla possibilità di ricomprare tutte le azioni di Tesla aveva già fatto discutere e aveva causato la sospensione del titolo alla Borsa americana. Ma oggi arriva anche una seconda e dura reazione ufficiale da parte della SEC (Securities and Exchange Commission), l’ente regolatore della sicurezza della Borsa.

Le motivazioni della denuncia

“Le dichiarazioni di Musk, diffuse tramite Twitter, indicavano erroneamente che era virtualmente certo che avrebbe potuto ritirare Tesla dal mercato azionario a un prezzo di acquisto che rifletteva un premio considerevole rispetto al prezzo delle azioni del titolo, che il fondo per questa transazione era assicurato e che l’unica variabile da tenere in considerazione sarebbe stata il voto degli azionisti. In realtà, infatti, Musk non aveva nemmeno discusso, né tanto meno confermato, i termini chiave dell’accordo, incluso il prezzo, con qualsiasi potenziale fonte di finanziamento”.

Questi motivi alla base della denuncia della SEC, che parla, appunto, di “affermazioni false e fuorvianti” sulla possibile idea di rendere privata la società.

Secondo la SEC, Musk ha twittato tutto questo sapendo che non era vero, e senza l’input degli altri dirigenti di Tesla. In tal modo, “ha causato notevole confusione e la sospensione delle azioni di Tesla dal mercato, con un conseguente danno per gli investitori”.

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La posizione di Musk e della società

Musk ha rivelato poche settimane dopo questi tweet che il piano di privatizzare della compagnia era stato scartato, affermando che sebbene la maggior parte degli azionisti con cui avesse parlato gli avesse confermato che sarebbe rimasto con Tesla in una eventuale uscita dal mercato azionario, il sentimento comune era di dissenso dall’operazione.

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Elon Musk è diventato un personaggio profondamente criticato e controverso negli ultimi mesi a causa dei suoi tweet e mentre Tesla non è stata chiamata in causa nella denuncia della SEC, una fonte ha riferito alla CNBC che la società si aspetta comunque di essere citata in giudizio.

Intanto, in risposta alle notizie di oggi, Tesla ha subito un rapido crollo in borsa, con le azioni che sono diminuite di almeno il 10%.





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Airbnb vuole distribuire quote della società a chi usa il servizio per affittare casa


Airbnb vuole dare ai proprietari di case che contribuiscono ad alimentare il suo servizio l’opportunità di possedere un pezzo della sua attività. Ecco perché, come riportato da Axios, la società valutata 31 miliardi di dollari ha scritto alla SEC (l’ente di controllo della borsa americana) per chiedere se le sue regole sulla sicurezza possono essere riviste.

In particolare, Airbnb sta cercando di modificare la norma 701 della SEC – che disciplina la proprietà del capitale nelle società – per consentire un nuovo tipo di classe azionaria per i lavoratori che partecipano a società di gig economy e ai loro servizi. Anche Uber, per esempio, ha incontrato la SEC per proporre un accordo simile, ma Airbnb sta cercando di fare tutto alla luce del sole e ha esposto le sue ragioni in una lettera, forse anche per stimolare un dibattito pubblico sull’argomento.

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L’iniziativa di Airbnb e i possibili ostacoli

“Nel mercato della sharing economy, Airbnb ha successo quando anche i suoi host hanno successo”, ha scritto l’azienda in un passaggio della lettera. “Riteniamo che consentire alle società private di concedere agli host e ad altri partecipanti alla gig economy l’equity nella società da una fase precedente allineerebbe ulteriormente gli incentivi tra tali società e i loro partecipanti a vantaggio di entrambi”.

Secondo indiscrezioni Airbnb starebbe pianificando la quotazione in borsa per il prossimo anno. Intanto, anche se non è chiaro in che modo un host potrebbe guadagnare equity di Airbnb sarebbe necessaria un’ulteriore modifica delle regole. Attualmente i regolamenti SEC, infatti, richiedono che qualsiasi azienda privata con oltre 2.000 azionisti o 500 o più che non siano investitori accreditati negli Stati Uniti, deve essere registrata.

Questo è chiaramente un problema per Airbnb, che è cresciuto fino a oltre cinque milioni di annunci dalla sua fondazione nel 2008. Resta da vedere quanti di questi proprietari di case potrebbero possedere equity anche se le regole sono state emendate per consentirle.

Poi ci sono ulteriori complicazioni per le aziende che si sono espanse al di fuori del mercato statunitense. La maggior parte degli host di Airbnb si trovano all’estero: il servizio afferma di offrire alloggi in circa 81.000 città in oltre 190 paesi, il che rende difficile distribuire l’equity basata negli Stati Uniti.

Brian Chesky

La relazione con gli host

Tuttavia, questo riconoscimento pubblico dei suoi host e del ruolo cruciale che svolgono è una parte positiva proprio della loro relazione. Mentre spesso nella gig economy i lavoratori sono lasciati senza vantaggi e garanzie in nome della flessibilità, Airbnb cerca in qualche modo di offrire un riscontro anche a questo capitale umano.





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L’antitrust europea vuole vederci chiaro su come Amazon utilizza i dati dei rivenditori


La commissione antitrust europea sta indagando su come Amazon utilizza i dati dei rivenditori che utilizzano il marketplace, secondo quanto riporta Reuters.

Il Commissario per la concorrenza Margrethe Vestager ha rivelato le attività di approfondimento oggi durante una conferenza stampa: “Stiamo raccogliendo informazioni sulla questione e abbiamo inviato un numero piuttosto elevato di questionari ai partecipanti al marketplace per comprendere appieno questo problema”.

Si tratta di uno studio solo preliminare e non è stato formalmente aperto un caso, secondo quanto dichiarato dallo stesso Commissario: “Stiamo cercando di assicurarci di avere il quadro completo”.

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Il problema

Sembra che la Commissione stia cercando di determinare se i merchant di terze parti che vendono sulla piattaforma di Amazon vengano svantaggiati rispetto ai prodotti venduti da Amazon, determinando cioè una concorrenza sleale nei confronti degli stessi merchant che utilizzano il marketplace. Le aziende che risultano in violazione delle norme antitrust dell’UE possono essere multate fino al 10% del loro fatturato annuo globale.

Negli ultimi anni il gigante dell’eCommerce ha notevolmente ampliato la gamma di prodotti a marchio che vende attraverso la piattaforma, introducendo, ad esempio, la linee Amazon Elements, che include integratori vitaminici e salviette per neonati, e Amazon Basics, che copre una vasta gamma di articoli di uso quotidiano dalle batterie agli asciugamani.

L’azienda gestisce anche una serie di altri marchi propri, tra cui quelli di abbigliamento per bambini, moda femminile, abbigliamento sportivo, arredamento per la casa e, più recentemente, pannolini, solo per citarne alcuni, ma non tutti riportano il marchio Amazon. Quindi rischia di non essere sempre immediatamente trasparente agli acquirenti.

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L’uso dei dati per le big del Tech

La stessa Vestager segnala ormai da anni come potenziale preoccupazione per l’antitrust l’utilizzo dei big data da parte dei giganti del Tech: “Se l’utilizzo di dati da parte di un’azienda è così negativo per la concorrenza da superarne i benefici, potremmo dover intervenire per ripristinare parità di condizioni” ha dichiarato durante una conferenza nel 2016.

 

Non è ancora chiaro quali aspetti approfondirà l’antitrust europeo in relazione ad Amazon, ma bisogna ricordare che l’UE ha recentemente punito Google con una multa record da quasi 5 miliardi di dollari per aver abusato della proprietà del suo sistema operativo mobile Android, sentenza contro la quale Google sta comunque facendo ricorso.





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