Come evitare i rischi nascosti nell’uso delle dating app


Scagli il primo like chi non ha mai provato almeno una volta a cercare la sua anima gemella (anche se solo per una notte) su una dating app.

Ce ne sono talmente tante che ormai c’è l’imbarazzo della scelta per caricare i nostri profili, anche se poi ci ritroviamo a dire le solite cose e ad iniziare diverse avventure con la stessa dinamica.

Eppure, anche se non provviste di un libretto di istruzioni, queste app seguono una prassi tutto loro, a cui possiamo aderire attraverso le nostre mosse, per far sì che le chat si trasformino poi in un incontro reale. Come nella vita reale, però, anche negli incontri tecnologici dietro l’angolo ci aspettano degli errori che è bene non fare, per evitare delusioni o brutte figure.

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1. Scegliere fotografie troppo elaborate

Ok, certo, sulle app di dating l’apparenza ha la sua importanza, ma con il boom dei selfie, dei filtri e dei trucchetti per apparire al meglio, ormai non si ha più la certezza che la persona che abbiamo davanti corrisponda alla stessa che incontreremo nella realtà.

Meglio non inserire selfie auto-panoramici dall’alto in cui siamo immancabilmente magri e meravigliosi; primi piani scattati mentre siamo distesi sul letto in cui la forza di gravità vince su ogni difetto d’età; foto con i capelli lunghi su metà viso alla Lady Oscar e quelle insieme ad altre persone in cui bisogna decifrare (neanche stessimo giocando ad Indovina Chi) quale sia la persona con cui ci stiamo collegando.

Sempre meglio presentarsi con i propri difetti, anche perché la realtà, si sa, è senza filtri.

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2. Essere superficiali

Dopo aver swippato a destra, bisognerebbe concentrarsi anche su altre caratteristiche meno “fisiche”, perché ricordiamo che un appuntamento è fatto dall’incontro di due personalità e non solo di due involucri.

Non stiamo scegliendo da un catalogo, non ci sono modelli diversi dello stesso articolo: se siamo riusciti ad entrare in empatia con qualcuno, perché la sua bio ci ha colpito e lo troviamo piacevole, simpatico, magari anche non esageratamente fuori di testa, non vale la pena lasciarsi sfuggire questa buona occasione solo perché vi ha rivelato che è un po’ più in carne, oppure non rispetta il vostro standard di 1 metro e 82 o perché magari non preferisce mangiare sushi.

Se rimaniamo concentrati sulla ricerca della perfezione solo perché davanti abbiamo un’ampia scelta, dovremmo ricordarci anche che queste app non sono un supermercato e comunque sia, a volte le offerte possono rivelare un vantaggio.

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3. Fare della descrizione un’autocelebrazione di sé

Quante volte abbiamo letto, anzi spesso lo abbiamo scritto anche di noi, “sono un tipo simpatico, solare e con grande senso dell’umorismo”.

Ecco, questi sono aggettivi con cui gli altri dovrebbero descrivere il nostro carattere e non il contrario, perché la percezione che noi abbiamo della nostra realtà è abbastanza diversa rispetto a quella che hanno le altre persone. In più, questi termini sono talmente usati che ci rendono banali e poco affidabili.

Sulle dating app le proprie descrizioni dovrebbero essere incisive e accattivanti: meglio allora elencare gli hobby, il tipo di vita o il tipo di lavoro che si fa, così che dall’altra parte ci si possa già fare un’idea della personalità che andremo a scoprire, nel caso ci interessi.

Sempre meglio dimostrare la propria ironia con una battuta piuttosto che dichiaralo e rivelarsi invece una persona permalosa.

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4. Non avere argomenti di cui parlare

L’ho trovata finalmente la persona che cercavo! Ci siamo scambiati i like e con con il dovuto compiacimento personale cominciamo a chattare.

L’altra parte esordisce con un “Che fai di bello?”. Il gelo.

È vero, bisogna pur partire con qualcosa di generico per iniziare ad interpretare la persona in base alle risposte ma è buono tenere a mente che appena conosciamo qualcuno, soprattutto su un’app, non siamo subito ben disposti a raccontare le nostre cose, neanche quelle “fatte di bello”.

Il rischio è che dopo aver ricevuto una risposta che non apre nessun dialogo, la chiacchierata finisca.

Non c’è cosa peggiore, inoltre, delle domande a raffica come in un interrogatorio, proprio perché non c’è una base su cui costruire un discorso, non c’è il paragonarsi o l’approfondire una caratteristica che possa portare ad una chiacchierata spontanea di confronto.

Purtroppo molte chat muoiono già alle prime domande e quindi, dove va a finire tutta la fatica messa per trovare la persona perfetta? L’indice levigato dallo swipe redarguisce.

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5. Non prendete l’altro per il vostro psicoterapeuta

Le chiacchierate espansive dettate da una confidenza velata con uno sconosciuto, rivelano mondi nascosti dell’altra persona che neanche Freud potrebbe cogliere nelle sue migliori sedute oniriche.

Sì, perché essere parzialmente nascosti dietro uno schermo permette di abbassare le proprie difese e di lasciarsi andare a monologhi sulla propria vita, sulle delusioni e sulle angosce che ci attanagliano. Non c’è errore più grande di quello di “vomitare” addosso all’altro i propri problemi.

Raccontare una giornata di lavoro pesante può essere stimolante non solo per l’approfondimento della conoscenza ma anche per condividere consigli esprimendo il proprio punto di vista. Ma quando il monologo personale sulle problematiche emotive e comportamentali diventa quasi ossessivo, bisogna capire quale sia per l’altro il nostro ruolo.

L’ascolto non si nega a nessuno certo, ma le dating app non sono gruppi di supporto per lamentele e piagnistei in cui trovare consigli, consolazione e campo aperto al libero sfogo perché magari siamo appena stati lasciati.

Se lo facessero con voi, non vi neghereste con la scusa di partire per un imminente viaggio in Burundi? Per i consulti psicoterapeutici rivolgersi a seri professionisti.

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6. Non costruite fantasie dopo il primo appuntamento

Magari lo state già facendo dopo aver chiacchierato online per qualche giorno: sembra proprio che l’altra sia la persona che fa per voi. Non è impegnata, non cerca avventure di una notte e sembra che noi le piacciamo.

A volte siamo così stanchi di incontri andati male che vorremmo solo prendere la strada più facile: quella di una relazione. Ma non sempre dall’altra parte si è così disposti.

Anche se siamo usciti insieme e siamo stati bene, non significa che entrambe le parti seguano la stessa direzione: c’è bisogno di una maggiore conoscenza, o non si ha il tempo necessario per essere costanti, oppure non c’è stato così tanto interesse da spingersi in ulteriori uscite.

Quando una delle due parti ha già iniziato a fantasticare su una relazione, l’apprensione inizia a prendere il sopravvento, vorremmo risposte e attenzioni, finendo di risultare persone appiccicose, invadenti o pressanti, andando a spaventare e ad allontanare l’altro.

Del resto, anche gli appuntamenti di una volta non avevano sempre esiti positivi; la differenza è che le nostre aspettative, attraverso le dating app, sono maggiori proprio perché prima di svelarsi nella realtà c’è stato già un contatto attraverso lo scambio di messaggi.

L’autocontrollo è una parte fondamentale in questo gioco, ma il non prendersi troppo sul serio, non cercare in continuazione la perfezione e non pretenderla da sé lo è ancora di più. L’essere sé stessi rimane sempre il profilo più attraente.



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Chi di storytelling ferisce di storytelling fallisce. La “lezione” di Mosaicoon


Poteva diventare una favola. Un giovane videomaker che si inventa da zero un business (fortissimo) e dà lavoro a decine di ragazzi talentuosi come lui. Un’azienda nata (e rimasta) in Sicilia. Una startup che in un’Italia fanalino di coda per numero e qualità di investimenti in innovazione ce la fa a internazionalizzarsi e poi essere venduta a un gigante del calibro di Google o Facebook, oppure che si quota in Borsa, o anche solo che macina fatturato, crescendo poco per volta, e divenendo una Pmi solida. E invece il capitolo finale nella storia di Mosaicoon dovranno scriverlo liquidatori e giudici fallimentari.

Diciamolo subito: oggi scriviamo del fallimento dell’azienda di Ugo Parodi Giusino, ma molti “addetti ai lavori” – compreso chi scrive – sembrano aver perso di vista molte delle più promettenti e iper-raccontate startup destinatarie in questi ultimi 6 anni (ovvero dal cosiddetto “decreto Passera”, che di fatto ha dato avvio all’ecosistema startup in Italia) di investimenti, anche pubblici. E, siatene certi, non mancheremo, per quanto possibile, di iniziare a scriverne. Perché quando si parla di innovazione il giornalismo non può essere solo celebrativo o necrologico, scrivere di fatturato e non di utili et similia. In mezzo c’è un oceano, popolato di squali e pesciolini, su cui è bene fare un po’ luce.

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Il business model c’era (e anche la tecnologia)

La manualistica individua due-tre cause principali nel fallimento di una startup. Nel caso di Mosaicoon non è stato certo il business model. La community l’hanno creata davvero e, fino a un certo punto, ci sono stati davvero anche i numeri. Importanti.

I primi investimenti sono serviti per far crescere la base utenti e al tempo stesso diversificare il business. Nata come video marketplace per collegare brand e creativi, la startup palermitana aveva pensato anche ad aggiungere presto un ulteriore tassello imprenditoriale, ovvero collegare gli stessi brand (in qualità di inserzionisti) con i gestori di siti web, blog e magazine digitali, consentendo di monetizzare i propri contenuti mediante l’inserimento di video pubblicitari. Praticamente con il lancio di Plavid Mosaicoon chiudeva il cerchio, mettendo insieme sotto il suo network chi il video lo finanziava, chi lo realizzava e chi chi lo diffondeva.
E che non si dica, inoltre, che l’azienda di Parodi Giusino non abbia pensato a consolidare al contempo anche un asset tecnologico, perché non è vero. Mosaicoon ha affiancato al marketplace anche una piattaforma per l’analisi dei dati, elaborazione di strategie, misurazione delle performance. Nel merito della tecnologia, però, non possiamo scriverne, perché non lo abbiamo testato direttamente. Ma c’è, esiste. Sta sul mercato.

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Partire (troppo) in quarta

Ad ogni modo, di un fallimento stiamo parlando e, quindi qualche errore da analizzare ci sarà. Probabilmente più che gli eventuali errori ciò che non poco ha avrà contribuito ad affossare Mosaicoon è rappresentabile da alcuni eccessi. Un po’ come il giovane che ha paura di tradire le aspettative di famiglia, amici, e tutti coloro i quali lo hanno sempre descritto come bravo ragazzo e studente modello: avrà sempre un gran sorriso, anche se magari per anni non riesce a sostenere neanche un esame.

Quali possono essere questi errori? Probabilmente aver alzato troppo l’asticella. Certo, clienti e fatturato non mancano. Mosaicoon vedrà negli anni arrivare nel suo portfolio brand di primissimo livello quali Walt Disney, Land Rover, Barilla, Samsung, Vodafone, Italo, McDonald’s, Alitalia, Comune di Roma, Fastweb.

Così succede che, in un mercato digitale sempre più liquido, fatto di smart working e freelance che lavorano da casa, Mosaicoon decide di costruire, – fisicamente, letteralmente – il suo mito e investe nell’apertura a Isola delle Femmine di un campus modello Google: quattromila metri quadrati di fronte al mare. Pareti trasparenti, fatte di enormi cristalli, arredi Lago, altalene, mega divani e complementi di design, aree relax, palestra, finanche un orto aziendale. E poi uffici a Londra, Singapore, Nuova Delhi, Seoul, Milano e Roma.

Quando penso a quanta ostentazione sia insita in gran parte del mercato tecnologico nostrano mi piace ricordare a me stesso che Jeff Bezos, colui che oggi è l’uomo più ricco del mondo, nei primi anni di vita di Amazon non aveva comprato neanche le scrivanie, ma utilizzato delle vecchie porte in disuso, poggiate su dei cavalletti. Giusto per non raccontare sempre la solita storiella di Apple nata nel garage dei nonni di Steve Jobs (anche perché non è vera).

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Quel report (nato vecchio) del Financial Times

Dopo i primi 2 milioni e mezzo (tra gli investitori anche Intesa Sanpaolo), nel 2016 arriva un altro round, 8 milioni. Da lì è un pullulare di riconoscimenti, nomine, speech, eccetera.

Un anno dopo, a maggio 2017, il Financial Times censisce Mosaicoon nella lista delle mille aziende europee che crescono di più. La scaleup siciliana si trova al 517° posto in classifica, con una crescita delle revenue del 208%. Datela un’occhiata a quella lista! Noterete che era arrivata addirittura davanti ad aziende del calibro del colosso eCommerce tedesco Zalando (che in lista è alla posizione n.640), per dire.

I dati, però, vanno sempre letti bene. La classifica del quotidiano londinese, praticamente, era già nata vecchia: il periodo di riferimento analizzato è l’arco temporale che va dal 2012 al 2015. E il fatto che una delle testate più organizzate, influenti e ricche del mondo, un colosso che può contare su centinaia di giornalisti, analisti, esperti e che ha sempre fatto dei numeri la propria forza e autorevolezza, ci possa mettere addirittura un anno e mezzo ad analizzare l’andamento delle maggiori aziende europee potrebbe e, anzi, dovrebbe suscitare non pochi interrogativi in osservatori e operatori dell’informazione che quotidianamente lo usano come una delle principali fonti. Quanto meno per l’importanza che quei dati andranno ad avere nella successiva narrazione del mercato nel suo complesso. Perché? Semplice, perché diventano un precedente importante che si rischia di comprometterlo, il mercato. O, peggio, di “falsarlo”: pensiamo agli effetti sulle aziende quotate in Borsa, per esempio.

LEGGI ANCHE: Le altre Mosaicoon. Chi sono e cosa fanno le aziende che lavorano con i video nel mondo

Non ci è dato sapere se e quanto abbia influito, seppur indirettamente, quella classifica sull’ultimo anno di Mosaicoon. La sensazione, banalmente, è che pare abbia contato più quella presenza in classifica che i bilanci dell’azienda dell’ultimo triennio. Così, a settembre 2017 il founder e CEO di Mosaicoon è ammesso nella rete di Endeavor Italia, l’organizzazione internazionale che promuove lo sviluppo economico attraverso il supporto di imprenditori ad alto potenziale. E un mese più tardi la sua azienda, stando a quanto dichiarato alla stampa, è l’unico Marketing Partner italiano tra le 18 aziende scelte a livello globale da Facebook per i contenuti video.

Innestare il team in corsa. A fine, corsa.

Letto con il senno di poi, un altro campanello d’allarme, la mossa del “proviamo a giocarci tutto”: gli innesti nel team. Meno di quattro mesi fa, nel primo giorno di primavera 2018 Mosaicoon anncuncia due nuovi ingressi. Non si tratta di secondi livelli ma di prime, primissime linee, ovvero un nuovo CMO e un nuovo CFO, rispettivamente Josh Panzer e Marco Mazzarese. Praticamente, dopo il CEO, due delle quattro figure apicali più importanti in ogni azienda medio-grande.

Poche settimane prima addirittura Mind The Bridge, l’organizzazione basata a San Francisco presieduta da Alberto Onetti che fornisce servizi di consulenza per l’innovazione per aziende e startup e le collega con la Silicon Valley, aveva citato nel suo report Mosaicoon come una delle scaleup italiane “modello”.

Maledetto storytelling

Prima di scrivere questo articolo abbiamo provato a fare una ricerca un po’ più accurata su Google. Centinaia, migliaia di contenuti in cui si parla di Mosaicoon. Tanti sono campagne, prodotti video. Ovviamente. Molti sono articoli, comunicati stampa, interviste. Decine e decine di volte si parla della tech company palermitana su Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Rai, solo per citare alcuni media mainstream.

Mosaicoon oramai è famosa, e come lei anche il suo founder. Parodi Giusino è uno dei quattro “super coach” di B Heroes, il business talent di Fabio Cannavale realizzato da Boost Heroes, il fondo di venture capital nato dalle ceneri di Shark Bites, in collaborazione con Intesa Sanpaolo e Discovery Italia. In questi mesi abbiamo visto il CEO di Mosaicoon dare spunti e lezioni di business alle 32 startup che hanno partecipato al programma tv che promette 800 mila euro alla migliore di loro (nota per gli appassionati: il prossimo 7 luglio è prevista sul Nove l’ultima puntata del format, ma probabilmente è stata registrata prima che si apprendesse del fallimento).

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La lezione di Mosaicoon

Sì, è vero, Mosaicoon chiude i battenti e viene messa in liquidazione, decine e decine di talenti perdono il lavoro e la Sicilia dice addio per sempre a una delle più belle realtà imprenditoriali dell’ultimo decennio. Ma Ugo Parodi Giusino non può e non deve essere considerato “un fallito”: a lui va comunque dato atto di essere riuscito a fare moltissimo. Oggi non ha neanche quarant’anni e quando ne aveva 26 ha costruito dal nulla un’azienda, in terra di mafia e malaffare. Ha trattenuto (e riportato, in alcuni casi) talenti in Sicilia, dove è rimasto a vivere, e in questi 8 anni la sua impresa ha pagato le tasse in Italia e non – come altre scaleup italiane – a Londra o San Francisco. Di questo va reso pubblicamente atto.

Ha fatto degli errori, sicuramente. Tra questi forse, in ultimo, interpretare su scala imprenditoriale (suo malgrado) quel vecchio adagio secondo cui in Italia – specie nel digitale e nell’innovazione in genere – si possa essere pagati in visibilità.

E invece no: se per tre anni non cresci allora c’è un problema, perché la visibilità, i premi, le interviste, i comunicati, le comparsate tv, articoli e prime pagine che parlano di te e della tua azienda senza fare un minimo accenno ai numeri, o classifiche evidentemente troppo superficiali non potranno mai pagare, da soli, gli stipendi e le bollette, specie quando il mercato cresce ma il fatturato e gli investimenti, evidentemente, si sono fermati da un pezzo.

E la cosa che più fa male è il ragionevole sospetto che questa di Mosaicoon sia stata solo una delle prime slavine. Il peggio deve ancora venire.

@aldopecora

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