L’antitrust europea vuole vederci chiaro su come Amazon utilizza i dati dei rivenditori


La commissione antitrust europea sta indagando su come Amazon utilizza i dati dei rivenditori che utilizzano il marketplace, secondo quanto riporta Reuters.

Il Commissario per la concorrenza Margrethe Vestager ha rivelato le attività di approfondimento oggi durante una conferenza stampa: “Stiamo raccogliendo informazioni sulla questione e abbiamo inviato un numero piuttosto elevato di questionari ai partecipanti al marketplace per comprendere appieno questo problema”.

Si tratta di uno studio solo preliminare e non è stato formalmente aperto un caso, secondo quanto dichiarato dallo stesso Commissario: “Stiamo cercando di assicurarci di avere il quadro completo”.

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Il problema

Sembra che la Commissione stia cercando di determinare se i merchant di terze parti che vendono sulla piattaforma di Amazon vengano svantaggiati rispetto ai prodotti venduti da Amazon, determinando cioè una concorrenza sleale nei confronti degli stessi merchant che utilizzano il marketplace. Le aziende che risultano in violazione delle norme antitrust dell’UE possono essere multate fino al 10% del loro fatturato annuo globale.

Negli ultimi anni il gigante dell’eCommerce ha notevolmente ampliato la gamma di prodotti a marchio che vende attraverso la piattaforma, introducendo, ad esempio, la linee Amazon Elements, che include integratori vitaminici e salviette per neonati, e Amazon Basics, che copre una vasta gamma di articoli di uso quotidiano dalle batterie agli asciugamani.

L’azienda gestisce anche una serie di altri marchi propri, tra cui quelli di abbigliamento per bambini, moda femminile, abbigliamento sportivo, arredamento per la casa e, più recentemente, pannolini, solo per citarne alcuni, ma non tutti riportano il marchio Amazon. Quindi rischia di non essere sempre immediatamente trasparente agli acquirenti.

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L’uso dei dati per le big del Tech

La stessa Vestager segnala ormai da anni come potenziale preoccupazione per l’antitrust l’utilizzo dei big data da parte dei giganti del Tech: “Se l’utilizzo di dati da parte di un’azienda è così negativo per la concorrenza da superarne i benefici, potremmo dover intervenire per ripristinare parità di condizioni” ha dichiarato durante una conferenza nel 2016.

 

Non è ancora chiaro quali aspetti approfondirà l’antitrust europeo in relazione ad Amazon, ma bisogna ricordare che l’UE ha recentemente punito Google con una multa record da quasi 5 miliardi di dollari per aver abusato della proprietà del suo sistema operativo mobile Android, sentenza contro la quale Google sta comunque facendo ricorso.





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Arriva il decreto attuativo per il bonus pubblicità, ecco come accedere al rimborso


Come già anticipato lo scorso ottobre, tra le nuove misure adottate nella Legge di Bilancio 2018 sono comprese anche detrazioni fiscali per l’acquisto di spazi pubblicitari: il 75% per tutti gli investimenti e del 90%  se si tratta di microimprese, startup e PMI innovative.

Chiunque investe in advertising in tv e radio, nonché su quotidiani e magazine cartacei e online, in pratica, può accedere a questo bonus pubblicità, il cui totale detraibile ammonta a 20 milioni di euro.

Credits: Depositphotos #53301937

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Il decreto per il bonus pubblicità

Finalmente oggi è stato pubblicato sul sito del Dipartimento per l’editoria, il modello da compilare per effettuare domanda del credito d’imposta per investimenti pubblicitari, cioè il bonus pubblicità appunto.

Nello specifico con il decreto:

  • è stato approvato il modello di comunicazione telematica con le relative istruzioni. Le comunicazioni devono essere presentate esclusivamente per via telematica, utilizzando i servizi telematici che saranno messi a disposizione nell’apposita area riservata del sito internet dell’Agenzia delle Entrate.
  • Sono state definite le modalità per la presentazione della comunicazione sull’apposita piattaforma dell’Agenzia delle Entrate, ai fini della fruizione del bonus pubblicità.

Dato che il decreto riguarda sia gli investimenti pubblicitari per il 2017 (effettuati dal 24 giugno 2017 al 31 dicembre 2017), che quelli per il 2018, le due comunicazioni devono essere presentate separatamente, tra il 22 settembre e il 22 ottobre 2018.

Per quanto riguarda il 2018, la dichiarazione sostitutiva relativa agli investimenti effettuati dovrà essere presentata dall’1 al 31 gennaio 2019.

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Modalità di presentazione del modello

La comunicazione e la dichiarazione sostitutiva vanno presentate, esclusivamente in via telematica, come dicevamo, al Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, utilizzando i servizi telematici messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate:

  • direttamente, da parte dei soggetti abilitati ai servizi telematici dell’Agenzia delle entrate;
  • tramite una società del gruppo, se il richiedente fa parte di un gruppo societario, ai sensi dell’articolo 3, comma 2-bis, del D.P.R. n. 322 del 1998;
  • tramite gli intermediari abilitati indicati nell’articolo 3, comma 3, del D.P.R. n. 322 del 1998 (professionisti, associazioni di categoria, Caf, altri soggetti).

Infine, se l’ammontare complessivo del credito d’imposta indicato nel modello, è superiore a 150.000 euro, il richiedente è tenuto a rilasciare una delle seguenti dichiarazioni:

  • iscrizione negli elenchi dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori non soggetti a tentativo di infiltrazione mafiosa (per le categorie di operatori economici previste nell’art.1, comma 52, Legge 190/2016);
  • di aver indicato nel riquadro “Elenco dei soggetti sottoposti alla verifica antimafia” i codici fiscali di tutti i soggetti da sottoporre alla verifica antimafia (art. 85 D. Lgs 159/2011).

L’ammontare del credito effettivamente fruibile si potrà conoscere solo dopo l’accertamento degli investimenti effettuati negli anni 2017 e 2018 disposto dal Dipartimento per l’informazione e l’editoria, che entro il 21 novembre 2018 formerà l’elenco dei soggetti richiedenti il credito d’imposta per gli investimenti relativi all’anno di imposta 2018 con indicazione dell’eventuale percentuale provvisoria di riparto in caso di insufficienza delle risorse e l’importo teoricamente fruibile da ciascun soggetto dopo la realizzazione dell’investimento incrementale.



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Google voleva negoziare su Android già nel 2017, ma era troppo tardi per l’UE


A pochi giorni dalla multa comminata a Google da 4,34 miliardi per aver violato le regole della concorrenza, alcune fonti rivelano altri particolari sulla vicenda.

Google è stata multata per aver “imposto restrizioni illegali ai produttori di dispositivi Android e agli operatori di rete mobile al fine di consolidare la propria posizione dominante nella ricerca generale su Internet”.

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Fonti di Bloomberg hanno affermato che la realtà potrebbe essere un poco diversa: Google avrebbe infatti proposto di apportare modifiche alla situazione dei produttori con Android già ad agosto 2017, non molto tempo dopo aver ricevuto la prima sanzione dell’antitrust dell’Unione Europea. Sebbene Google non avesse fornito particolari indicazioni, si sarebbe offerto, già nello scorso anno, di “allentare le restrizioni” che obbligavano i produttori a legarsi ad Android e avrebbe anche dichiarato l’intenzione di distribuire le proprie app diversamente da come accade oggi.

L’UE non ha voluto contrattare (secondo Bloomberg)

Nulla da fare: secondo l’UE era già troppo tardi. L’accordo, infatti, non rientrava più tra le opzioni previste. Nonostante la presunta buona volontà per l’azienda, secondo gli informatori, Google avrebbe cercato di risolvere la situazione molto prima di questa seconda sanzione e sostengono che la finestra per negoziare sia stata troppo stretta.

Le rivelazioni, anche se accurate, non cambiano la situazione: l’azienda si troverà ad affrontare un decisivo cambio di strategia se il ricorso che ha già annunciato non avrà successo. A quanto sembra, la sanzione si sarebbe potuta evitare con un maggior dialogo degli interlocutori (europei, suggerisce Bloomberg) e le modifiche sarebbero state effettive in pochi mesi, senza affrontare le problematiche e i tempi di un ricorso.

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Wikipedia si riaccende, il Parlamento europeo vota contro la riforma del copyright


Un paio di giorni fa l’iniziativa di Wikipedia di auto-oscurarsi in Italia aveva riportato sulle prime pagine dei giornali le discussioni del Parlamento europeo sul copyright. Ieri le votazioni e il no dell’UE alla nuova direttiva, lasciando di fatto una situazione che secondo molti agevola solo i giganti del web.

“Difendiamo una rete aperta – La proposta di direttiva sul diritto d’autore mette a repentaglio i valori, la cultura e l’ecosistema da cui Wikipedia dipende. Il 5 luglio chiediamo a tutti i deputati del Parlamento europeo di votare contro e consentire un dibattito democratico”, si leggeva pochi giorni fa entrando sul sito italiano di Wikipedia, che ieri ha invece sbloccato tutti i contenuti, di nuovo visibili per gli utenti italiani.

La protesta, insomma, è finita.

wikipedia copyright

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I diritti messi in discussione dalla proposta dell’Europarlamento

Ma quali erano i diritti messi in discussione? E quali sarebbero potuti essere gli effetti della decisione di ieri all’Europarlamento?

In particolare sono state le modifiche agli articoli 11 e 13 della proposta a suscitare l’acceso dibattito. Questi riguardavano l’obbligo di riconoscimento economico dei contenuti diffusi dalle piattaforme (articolo 11) e la possibilità di impedire il caricamento online di materiale protetto da copyright (articolo 13). A primo impatto quindi una sorta di “censura” sui contenuti pubblicabili in rete e in particolare per Wikipedia questo poteva costituire un serio problema nel caricamento e nella diffusione dei propri contenuti.

In realtà, la direttiva riguardava nello specifico anche il rapporto fra piattaforme dei giganti online (come Facebook o Google) ed editori, con lo scopo di disciplinare il riconoscimento economico del diritto d’autore nell’era del Web, aggiornando una norma ferma al 2001. E 17 anni nell’era di Internet possono considerarsi un’eternità.

copyright europa

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Cosa succede dopo il no del Parlamento europeo

Certamente, come sottolineato da Wikipedia, l’aggiornamento della direttiva rischiava di minacciare la libertà online, creando così ostacoli all’accesso alla Rete e imponendo nuove barriere e restrizioni, limitando, tra l’altro, anche le possibilità di ricerca sul web da parte degli utenti.

La discussione al Parlamento UE ha suscitato un forte dibattito in tutto il mondo, spingendo oltre 380 tra studiosi, accademici e associazioni a firmare petizioni per frenare la direttiva sul copyright. Fra di loro anche il papà del Web, Tim Berners-Lee.

Dopo il voto di ieri molti europarlamentari hanno commentato che si tratta ormai di una direttiva politicamente morta, ma la proposta sarà discussa nuovamente nella prossima plenaria seguendo da ora in poi un iter di modifiche ed emendamenti come auspicato da molti, per tentare di arrivare ad una approvazione entro il termine di questa legislatura.

Una modifica tutt’altro che accantonata, quindi, e di conseguenza non una vera sconfitta per editori ed autori, che avevano invece sostenuto il testo della proposta.



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