Il font di Netflix è stato creato per far risparmiare milioni all’azienda


Quando Netflix ha deciso di modificare il suo logo, ha anche lanciato un progetto per la creazione di un nuovo font pulito e personalizzato con l’obiettivo di far risparmiare moltissimi soldi all’azienda.

Si chiama Netflix Sans e, come spiegato da uno dei designer responsabili della sua creazione su AdWeek, si tratta di un font molto funzionale ed economico ispirato al famoso logo del marchio.

netflix font

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Netflix Sans, spiegato

Noah Nathan – questo il nome del designer – ha pubblicato il progetto sul suo sito web, spiegando che il nuovo font ha sia uno scopo estetico e comunicativo che uno scopo funzionale, dato che c’è anche una seria componente economica dietro al suo sviluppo.

netflix sans

Data la diffusione ormai globale di Netflix, infatti, le licenze per i font da utilizzare possono diventare piuttosto costose e quindi lo sviluppo di una nuova serie di caratteri apposta per l’azienda era diventato essenziale: “non serve solo a conferire un ulteriore elemento di unicità all’estetica del brand, ma è utile soprattutto ad un impiego più oculato delle risorse, in termini di milioni di dollari all’anno”, specie quando le licenze vengono pagate sulla base delle impression, come avviene per gli spazi pubblicitari digitali.

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Linee funzionali che richiamano il logo

Le caratteristiche uniche del carattere tipografico sono state scelte con attenzione, utilizzando linee pulite e piuttosto neutre, eliminando ogni eccesso pur lasciando spazio al design.

netflix font T

Il taglio ad arco sulla “t” minuscola, ad esempio, è ispirato alla curva della lente per la proiezione cinematografica, tanto iconica da diventare un simbolo per Netflix. Il font, infatti, fa riferimento visivamente allo storico logo Netflix, introdotto quando l’azienda fu fondata nel 1997 e aggiornato nel 2014, a sua volta ispirato al logo di CinemaScope, l’obiettivo anamorfico utilizzato negli anni ’50 e ’60 per girare filmati widescreen.

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cinemascope

CREDITS
Design lead: Tanya Kumar, Noah Nathan
Consulenti di design del prodotto: Andre do Amaral, David Gallagher
Produzione integrata: Monique Adcock, Tanya Kumar
Socio fondatore: Dalton Maag



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Tutti gli stadi del Mondiale di calcio di Russia 2018


Iniziata ufficialmente lo scorso 15 giugno, la FIFA World Cup 2018 ha visto scontrarsi 32 nazioni, ma non l’Italia, che non si è qualificata per la prima volta dal 1958, che si sono affrontate in 12 diversi stadi in 11 diverse città della Russia.

Il sipario su una delle manifestazioni calcistiche più attese è calato ufficialmente domenica, dopo la finale tra Francia e Croazia, nel Luzniki Stadium di Mosca dove Russia ed Arabia Saudita avevano dato il calcio di inizio ai mondiali 2018. 

Scopriamo meglio quali sono stati gli stadi dove le 32 rappresentanze nazionali si sono scontrate. 

1. Luzniki Stadium, Mosca

Luzniki Stadium

Luzniki Stadium

Costruito nel 1956 e inizialmente conosciuto come Stadio Lenin, è stato anche sede dei giochi olimpici del 1980 ed ha ospitato oltre 3 mila partite di calcio.

In vista della World Cup lo stadio ha subito una lunga ristrutturazione a cura dello studio di architettura Speech, durata quattro anni.

La rimozione della pista di atletica ha permesso di aumentare la capacità dello stadio da 78 mila spettatori fino a 81 mila.

2. St Petersburg Stadium, San Pietroburgo

St Petersburg Stadium

St Petersburg Stadium

Progettato dall’architetto giapponese Kisho Kurokawa, per sostituire il vecchio stadio Petrovskij come sede dello Zenit S. Pietroburgo ed inaugurato nel 2017, questo stadio di 78 metri di altezza è stato pensato per assomigliare ad una navicella spaziale.

L’impianto sorge sulle ceneri del Kirov Stadium, demolito nel 2005.

3. Nizhny Novgorod Stadium, Nizhny Novgorod

Nizhny Novgorod Stadium

Nizhny Novgorod Stadium

Costruito apposta per i mondiali, lo stadio è stato disegnato dall’azienda russa Stroytransgaz. La sua architettura è rappresentativa della città che lo ospita e dialoga con la Cattedrale di Aleksandr Nevskij, sulla sponda del fiume a meno di 500 metri di distanza.

Il caratteristico colonnato esterno che circonda l’edificio, composto da 88 pilastri in cemento armato, avvolge lo stadio e  si illumina durante le partite.

4. Rostov Arena, Rostov-on-Don

Rostov Arena

Rostov Arena

Terzo stadio disegnato da Populous per ospitare i Mondiali 2018, la Rostov Arena è stata inizialmente progettata per avere un tetto dalla forma irregolare.

Ospita 45 mila spettatori e alla fine dei mondiali è destinata a diventare lo stadio del FC Rostov.

5. Kaliningrad Stadium, Kaliningrad 

Kaliningrad Stadium

Kaliningrad Stadium

Inaugurato lo scorso aprile, questo nuovo stadio è stato progettato da Crocus Group.

La sua facciata ortogonale, nella quale il bianco ed il blu si fondono, è destinata a inserirsi nel contesto urbano, senza contrasti con le architetture della città.

6. Fisht Stadium, Sochi

Fisht Stadium

Fisht Stadium

Lo stadio olimpico Fisht è stato progettato da Populous per l’apertura e la chiusura delle Olimpiadi Invernali del 2014. La sua copertura, prevista inizialmente, è stata rimossa in vista dei mondiali.

Il progetto trae ispirazione da un guscio e vuole ricordare le glorie dell‘arte Fabergé, inserendosi in modo armonico con l’ambiente circostante. Le pareti e il tetto, realizzati in vetro, riflettono la luce solare del Mar Nero durante il giorno mentre la vasca, che si apre a nord, consente una visione diretta delle montagne di Krasnaja Poljana.

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7. Samara Arena, Samara

Samara Arena

Samara Arena

Inaugurato nel 2018 in vista dei mondiali, il progetto della Samara Arena trae ispirazione dal progetto aerospaziale russo. 

É stato progettato dall’architetto russo GUS SO TerrNIIgrazhdanproekt, che ha realizzato una cupola di copertura di 65,5 metri di altezza.

8. Ekaterinburg Arena, Ekaterinburg

Ekaterinburg Arena

Ekaterinburg Arena

Costruito nel 1953, il Central Stadium ospita le partite casalinghe del FC Ural, una delle squadre più antiche della Russia.

È stato ristrutturato in vista dei mondiali. Per adattare (e ampliare) l’impianto sono state costruite due strutture esterne al perimetro dello stadio, che verranno poi smontate quando il torneo sarà terminato. 

9. Volgograd Arena, Volgograd

Volgograd Arena

Volgograd Arena

Progettato dallo studio di architettura tedesco GMP Architekten per sostituire lo storico Central Stadium di Volgograd in vista dei Mondiali, questo stadio ha ospitato quattro partite, inclusa quella tra Inghilterra e Tunisia.

Il progetto prevedeva una grande tribuna ovale che circonda e abbraccia il campo, coperta tra una struttura circolare. Le sue facciate sono state pensate per avere una trama che rifletta la bandiera russa. 

10. Kazan Arena, Kazan

Kazan Arena

Kazan Arena

Costruito per ospitare la cerimonia di apertura e chiusura dei Summer World University Games nel 2013 e già utilizzato come sede delle gare di nuoto e nuoto sincronizzato ai Campionati mondiali di nuoto 2015, la Kazan Arena ha ospitato sei partite durante il torneo, inclusa Francia-Australia. 

Progettato da Populus, lo stadio, che copre un’area di 4,200 metri quadrati, ricorda una ninfea e vanta tre pannelli digitali sulle pareti esterne.

11. Spartak Stadium, Mosca

Spartak Stadium

Spartak Stadium

Conosciuta anche come Spartak Stadium, l’Otkritie Arena è stata progettata dallo studio di architettura inglese Sport Concepts nel 2014 come sede delle partite casalinghe della squadra Spartak Moscow. 

12. Mordovia Arena, Saransk

Mordovia Arena

Mordovia Arena

Progettato dall’azienda russa SaranskGrazhdanProekt, l’arena ha una forma ovale ed è ricoperta da pannelli arancioni, rossi e bianchi che riflettono i manufatti artistici creati nella regione russa della Mordovia. 



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I peggiori trend di interior design raccontati in un sondaggio di Samsung


La ricerca della bellezza è sicuramente una prerogativa costante, quasi spasmodica, in ambito di design.

Naturalmente, per quanto riguarda la progettazione, è necessario puntare anche sulla funzionalità e sull’utilità di un oggetto o di un ambiente. Tuttavia, è impossibile non trovare qualcosa che sia bellissimo da vedere, ma tremendamente inutile o difficile da interagire. Ecco quindi che, nonostante i designer puntino sempre ad alti livelli estetici, gli esempi di design “da evitare” sono molti.

Samsung, in particolare, ha condotto un sondaggio in Gran Bretagna dove indagava sui trend più odiati in ambito di interior design e home decòr, con un focus sul decennio che probabilmente risulta il peggiore della storia, in ambito di progettazione e decorazione: gli anni Settanta.

Sondaggio Samsung Interior Design - Sofa Chintz floreale

Il sondaggio di Samsung che rivela i “disastri” dell’home decòr

Circa 2.000 persone hanno preso parte al sondaggio, che prevedeva una lista di domande elaborate da esperti in interior design provenienti da Wallpaper*, Ideal Home, House Beautiful e altre riviste. Al di là dei risultati, il sondaggio ha confermato che l’estetica è sicuramente un valore importantissimo: sei persone su dieci hanno ammesso di giudicare gli altri in base alle scelte in ambito di arredamento, mentre tre su dieci hanno rivelato che avere una casa arredata bene è più importante di averla pulita. Ad ogni modo, ecco alcuni tra i risultati del sondaggio, che rivelano i peggiori trend di interior design:

  • Tappeti da WC/tavolette WC “pelose” – 44%
  • Tassidermia (imbalsamazione di animali morti) – 39%
  • Bagni “avocado” – 32%
  • Arredamento floreale “chintz” – 28%
  • Letti ad acqua – 25%
  • Pittura decorativa artex – 25%
  • Moquette nei bagni – 25%
  • Pareti con tecnica “rag rolling” – 23%
  • Incisioni, maschere e tendaggi tribali – 23%

Seguiti dalle citazioni d’ispirazione applicate sui muri, dai letti rotondi o da qualsiasi elemento in stile shabby chic, sono solo alcuni degli elementi che i soggetti hanno praticamente definito come l’”anti-design” (in totale, la lista conta 25 diversi trend).

Sondaggio Samsung Interior Design - Tassidermia

Sondaggio Samsung Interior Design - Letto ad acqua

Ovviamente, si tratta di un sondaggio inglese, che esprime quindi il gusto di quella determinata cultura, non qualcosa di oggettivo e generalista.

Tuttavia, è innegabile che molti dei risultati siano condivisibili, i quali hanno, tra le altre cose, confermato che in ambito di interior design i trend si evolvono, come anche i valori legati all’estetica, determinando che alcune epoche risultano migliori di altre. In particolare, gli anni Settanta sono stati votati come il peggior decennio in ambito di arredamento e decorazione d’interni; d’altronde, sono stati realizzati alcuni dei crimini forse peggiori, come i già citati bagni color avocado.

Nel sondaggio, seguono gli anni Ottanta (“colpevoli”, ad esempio, per i tappeti per WC), e gli anni Sessanta (vi ricordate i pattern psichedelici?). Daniel Hopwood, presidente del British Institute of Interior Design, ha commentato tali risultati dicendo che ha “vissuto negli anni Settanta, Ottanta e Novanta, e ho visto come i trend in ambito di interni vanno e vengono continuamente, ed è affascinante come i nostri gusti si evolvono nel corso del tempo”, aggiungendo che anche questi prodotti, ora considerati “disastri” del design, “devono essere tutti spediti nei libri di storia della decorazione d’interni”.

La QLED TV di Samsung: la televisione come complemento d’arredo

Il sondaggio di Samsung, tuttavia, ha rivelato anche quali sono i migliori trend di design secondo il campione. Ecco quindi che vengono apprezzate le sale open-space (66%), l’arredamento rustico, di vero legno (49%), gli elementi di design nordico (48%), l’invisible technology (37%), la carta da parati “heritage” (tipica inglese) (36%).

Non sorprende che nella top 5 ci sia la categoria dell’invisible technology: molte delle persone intervistate, infatti, considerano i grandi e neri schermi delle TV come dei pugni in un occhio, preferendo soluzioni più “leggere” e quasi “invisibili”, appunto, per la tecnologia domestica.

Il sondaggio di Samsung, infatti, è stato fatto anche per celebrare il lancio della nuova QLED TV, che oltre a un’esperienza di visione pressoché unica, ha la caratteristica di integrarsi alla perfezione con lo stile del proprio arredamento, sostituendo il classico sfondo nero da TV spenta con una fotografia o un’altra schermata in grado di adattarsi alla luminosità della stanza e al muro retrostante, eliminando la presenza di cavi anti-estetici e dando anche la possibilità a chi è in casa di ascoltare della musica in sottofondo, ad esempio.

Un prodotto innovativo, quindi, che offre nuove prospettive e si adatta alle esigenze delle persone, come ha dichiarato Robert King, vice presidente consumer electronics di Samsung Electronics UK: “Non siamo mai stati concentrati così tanto sul look & feel delle nostre case, e mentre gli schermi enormi delle TV diventano sempre più popolari, i consumatori vogliono anche che la tecnologia divent quasi invisibili e stia bene con le loro scelte in ambito di arredamento e decorazione.

La nuova QLED TV offre proprio questo – con la sua abilità di replicare ciò che ha attorno in modo continuativo, per la prima volta nella storia la propria TV si fonderà splendidamente nel salotto di casa”.



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Cos’è, a cosa serve e come si fa Co-design


Sempre più spesso (e spesso a sproposito) si sente parlare di Co-design, un approccio che è ben più di una buzzword e che mi ha portato alla fondazione nel 2011 (insieme ad altre figure di spicco nell’ambito romano del design) del gruppo di ricerca CoDesign Jam, che promuove e fa ricerca nelle tematiche della co-progettazione.

Ma cos’è davvero il co-design e come funziona?

Che cos’è il Co-design

Il Co-design, design partecipativo o co-progettazione è un approccio che coinvolge un gruppo di stakeholder – i portatori di interesse – nella fase di generazione delle idee e di progettazione di un concept, un prodotto o un servizio con lo scopo di condividere i bisogni di tutti e definire insieme le linee guida di un progetto.

Le attività sono strutturate in modo da far dialogare tutti i partecipanti del workshop trasformandoli in co-autori del progetto. Sullo stesso tavolo lavoreranno persone con competenze e livelli operativi diversi,  ma attraverso il Co-design potranno convogliare e allineare le loro idee verso un obiettivo comune con lo scopo di definire alcuni dei criteri che incideranno sui futuri sviluppi del progetto.

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Il co-design non è una pratica nuova: le origini delle pratiche risalgono agli anni ’60 quando in Scandinavia i sindacati si battevano per il “design cooperativo”,  il diritto dei lavoratori di Co-progettare i sistemi IT che avevano un impatto sul loro lavoro.

Negli Stati Uniti a partire dagli anni ’70 il termine cambia in “design partecipativo” e la necessità di coinvolgere gli utenti finali nella ricerca guadagna sempre più consenso.

Negli anni 80 l’approccio viene ripreso anche da altri settori e Donald Norman pubblica il suo famoso libro “Design of Everyday Things” nel quale conia il termine “user-centered design” e segna così il passaggio ad una mentalità progettuale focalizzata su sistemi olistici e bisogni umani.

Il termine si evolve successivamente in “human-centered design” e in Design Thinking più in generale.

Come funziona nella pratica

I momenti di Co-design si svolgono principalmente sotto forma di workshop in un ambiente informale. Grazie all’aiuto di uno o più facilitatori, i partecipanti si confrontano ed esplorano idee tramite brainstorming e altre tecniche di Design Thinking.

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È importante definire e chiarire prima di iniziare l’obiettivo della sessione di Co-design per facilitare la comprensione degli esercizi e per poter guidare i partecipanti nel processo di co-creazione.

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Gli spazi & l’attrezzatura del Co-design workshop

La scelta e l’allestimento dello spazio sono fondamentali per creare un ambiente di lavoro accogliente. Spazi ampi e luminosi con tavoli di lavoro grandi e muri liberi, per appendere canvas, informazioni e post-it, facilitano lo svolgimento dell’incontro.



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“Estetico Quotidianoh”, le perle di Pinna contaminano il design di Seletti


Andrea Pinna, il fenomeno del Web che con i suoi aforismi irriverenti ha fatto ridere migliaia di follower, contamina il design di Seletti. Il risultato è “Estetico Quotidianoh”, una linea per la tavola che gioca sulla rappresentazione dell’inaspettato.

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La nuova collezione nasce dall’evoluzione di Estetico Quotidiano, la serie di contenitori per alimenti e bevande realizzati riproducendo fedelmente le forme dei contenitori usa e getta in materiali duraturi. In quest’ottica, l’avventura dell’ordinario che diventa straordinario continua. 

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Una special capsule irriverente interamente ispirata al cibo

Una limited edition di 9 piatti da collezionare, dove la porcellana diventa per la prima volta il materiale su cui le frasi divertenti di Pinna prendono forma, giocando con humour su temi legati alla tavola, al cibo, all’attenzione alla linea.

Ecco alcune “perle” raffigurate:
In ricchezza e in povertà, in salute e in malattia, finché DIETA non ci separi. 
Di MAGRA ti è rimasta solo la CONSOLAZIONE.
E anche oggi si DIMAGRISCE domani.
Le ossa grosse NON ESISTONO.

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Seletti e Pinna, l’opinion maker del web

L’obiettivo della strategia di Seletti è quello di migliorare la brand awareness e aumentare la visibilità grazie ad un grande nome del web. “Pinna è divertente, giocoso, pop, democratico proprio come Seletti”,  afferma Stefano Seletti, direttore artistico del brand. “Condividiamo lo stesso mood, pur esprimendolo attraverso media diversi. È la prima contaminazione che vede protagonista Estetico Quotidiano ed è la prima volta che Seletti realizza una capsule in collaborazione con un opinion maker del web: è un esperimento inedito e interessante per noi”.

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Alle parole del direttore artistico di Seletti si aggiungono quelle di Andrea Pinna: “Sono onorato di poter mettere il mio nome e le mie frasi sulle creazioni di un brand figo, pop e moderno come Seletti. Mai avrei pensato di riuscire, solo con la mia ironia, ad arrivare così lontano. Sono entusiasta”.

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Estetico Quotidianoh è acquistabile presso il flagship store milanese di Seletti e sull’e-commerce. Le frasi, rappresentate con il font tipico de Le Perle di Pinna, sono accompagnate da elementi decorativi realizzati dallo studio di progettazione grafica Bertero Projects.

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8 errori da evitare nel tuo portfolio online se sei un designer


Oggi il web sembra pullulare di artisti e si abusa così tanto di questo termine che sembra aver perso il vero significato. Creativo, designer ed artista sono la stessa cosa? Ma soprattutto come può un designer differenziarsi da tutti questi fantomatici “artisti” del web?

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Il portfolio, il biglietto da visita di ogni designer

Un designer deve munirsi innanzitutto di un portfolio, il biglietto da visita di qualsiasi creativo. Dal designer al fotografo, non è un segreto che ogni professionista che si rispetti, debba crearne uno.

Lo scopo principale è quello di presentare il proprio potenziale creativo ad un possibile cliente ed è fondamentale curarlo nei minimi particolari, che si tratti di una vetrina online o che sia solo cartaceo.

Aver elaborato buoni progetti però, non implica di conseguenza avere un buon portfolio ed è possibile incappare in piccoli e in grandi errori. I clienti vanno conquistati passo dopo passo e il portfolio online è il modo più semplice per farsi conoscere e mostrarsi al mondo intero, raccontando di se stessi attraverso i propri lavori migliori.

Per cominciare, è importante scegliere un template che permetta di creare e gestire il portfolio in modo semplice e professionale, così da avere tutto sotto controllo.

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Magari ne hai appena preparato uno ed è già perfetto, ma una ripassatina non fa mai male, ecco gli otto errori che è bene evitare.

1. È una vera sfida contattarti

Immagina la scena: un potenziale cliente arriva sul tuo sito web, ama davvero il tuo lavoro e ciò che fai e decide di commissionarti un progetto. Cerca la sezione ‘contact’ o ‘about’ ma niente, non riesce a trovarla.  Non ci sono indirizzi email o qualche contatto, magari hai solo alcuni pulsanti per i tuoi canali social, ma il cliente non vuole inviarti un tweet pubblico e sicuramente non vorrà chiederti l’amicizia su Facebook.

Il tuo contatto deve essere chiaramente etichettato e facile da trovare. Non essere timido, ma soprattutto, rendi la ricerca più semplice possibile.

2. Prenderti il merito di altri

Non devi scrivere un tema su ogni progetto, anche perchè  nessuno si aspetta che tu lo faccia. Limitati a poche parole, una spiegazione esaustiva del tuo progetto. Spiega chi era il cliente, un po’ sul brief e qual è stato il tuo ruolo.

Ricorda, l’onestà è la cosa più importante, non vantarti di cose che non hai fatto solo per renderti più accattivante agli occhi di chi guarda, perché prima o poi, ti si ritorcerà contro.

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3. Non stai scrivendo le tue memorie

Quando ti descrivi nella sezione About, la personalità è importante, dopo tutto bisogna distinguersi, ma non c’è davvero bisogno di raccontare l’intera storia della tua vita.

Sii incisivo e pertinente, per non stroncare il povero malcapitato di turno. Parla del tuo stile e del tuo approccio, aggiungi un pizzico di umorismo se sei una persona divertente, ma non forzare la mano. Assumono un designer mica un comico.

Un altro errore comune tra i giovani designer è condividere la propria età che, onestamente, non importa a nessuno. Ciò che conta è quanta esperienza hai.

4. Hai troppa (poca) fiducia in te stesso

Il tuo portfolio è tutto dedicato alla vendita di te stesso e delle tue capacità, quindi non è il posto giusto per essere eccessivamente umili. Se non hai fiducia nelle tue capacità, perché dovrebbe averne qualcun altro?

Fai attenzione però a non commettere l’errore opposto, ossia mostrarti come il dono di Dio all’umanità intera, una sorte di designer delle meraviglie, questo si che farà scappare i clienti! Sii fiducioso, ma non arrogante.

Credits: Depositphotos #16981019

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5.  Non avere un sito web responsive

La maggior parte dei tuoi clienti saranno persone frenetiche, lavoratori instancabili e pieni di impegni, magari si imbatteranno nei tuoi progetti tra un viaggio di lavoro e il ritorno a casa, visualizzando il tutto da un costoso smartphone o da un tablet performante, quindi assicurati che il tuo portfolio sia web responsive e cioè che si adatti graficamente al dispositivo utilizzato, altrimenti li perderai.

6. La tua grammatica è deludente

Siamo realisti: designer e illustratori sono (principalmente) pagati per progettare e illustrare, non per scrivere.

Magari qualcuno ha anche la passione per la scrittura, ma può essere un vero tallone d’Achille per altri. Probabilmente sei più a tuo agio a comunicare visivamente piuttosto che a parole. Ma questo non vuol dire che errori di battitura e errori grammaticali devono invadere il tuo portfolio.

La soluzione è semplice: chiedi a qualcuno di controllarlo per te oppure contatta un copywriter professionista.

7. Mescoli troppo piacere e dovere

Utilizzi i tuoi account social per inviare del materiale ai clienti, oppure i tuoi profili personali sono collegati al tuo portfolio. Va benissimo essere se stessi, perché la differenza non la fa solo il lavoro, ma chi c’è dietro.

Attenzione, però, perché i social sono dei “luoghi” di svago. Di norma, LinkedIn è un luogo per i contatti lavorativi, mentre Facebook è molto più personale. Twitter e Instagram sono probabilmente nel mezzo.

Fai attenzione a come ti mostri nei canali pubblici che i potenziali clienti possono vedere e spulciare, specialmente se sono direttamente collegati al tuo portfolio. Salva le foto “compromettenti” e dividi dovere e piacere.

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8. Troppi collegamenti confusi e vicoli ciechi

Se i potenziali clienti incontrano una navigazione ingannevole e una raffica di errori 404 mentre cercano di sfogliare il tuo lavoro, abbandoneranno la ricerca immediatamente.

Il tuo sito deve essere semplice e intuitivo. Guida le persone attraverso il tuo portfolio in modo logico: potresti dividere il tuo lavoro per materia, o stile, per esempio, piuttosto che basarti solo su un elenco cronologico.

Considera anche in che modo i tuoi lavori possono collegarsi tra loro.



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5 esempi di case in 3D per capire in che direzione si muove il mondo dell’edilizia


Per secoli, o forse millenni, non ci sono stati grossi cambiamenti nel processo impiegato per costruire un edificio. Seppure con materiali e tempi diversi, la costruzione di una casa ha sempre implicato un faticoso e complesso lavoro manuale, svolto da muratori qualificati e con l’ausilio di attrezzature che nel corso del tempo sono diventate sempre più efficienti.

Sebbene siano andati sempre più riducendosi, i tempi di costruzione di un edificio sono spesso molto lunghi oltre che onerosi dal punto di vista economico. Inoltre, secondo i dati raccolti da New Story, nel mondo circa un miliardo di persone non dispongono di abitazioni adeguate, sicure e igieniche.

La svolta potrebbe essere la stampa 3D applicata alla costruzioni di edifici.

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Case in stampa 3D, la sfida degli architetti

Durante il Summit di Pambianco, tenutosi lo scorso 28 giugno a Milano, è emerso che la stampa 3D applicata agli edifici non è un sogno, ma è già realtà.

Solo in Arabia Saudita esistono ben 500 case, realizzate dall’architetto Massimiliano Locatelli, co-fondatore di Cls Architettiin partnership con Italcementi. Proprio Cls, insieme ad Italcementi, Arup e Cybe ha realizzato in Piazza Beccaria a Milano 3D Housing 05, il primo esperimento italiano di stampa 3D applicata all’edilizia.

“La casa 3D è interamente sostenibile” spiega Locatelli, adesso impegnato nella costruzione di una grande villa in Costa Smeralda. “Si può smontare, spostare, grattugiare e reimpastare”.

Il futuro dell'edilizia è la stampa 3D

La sfida, per il mercato immobiliare, è riuscire ad utilizzare questa nuova tecnologia per risolvere la crisi urbana, costruendo case che consumino meno, ad un costo inferiore e riducendo gli sprechi di materiali inerti che di solito si accumulano durante la costruzione.

“I metodi di costruzione tradizionali hanno molti svantaggi e problemi che noi siamo ormai abituati a dare per scontati da così tanto tempo da aver dimenticato come immaginare soluzioni alternative” ha spiegato Jason Ballard, co-fondatore e presidente di Icon, che insieme a New Story ha avviato un progetto che porterà 100 nuove case stampate in 3D a San Salvador. “Con la stampa 3D non solo possiamo ottenere un involucro termico continuo e privo di ponti termici, ma anche un’elevata velocità realizzata, più ampie possibilità di progettazione, un elevatissimo livello di resilienza e un salto quantico per quanto riguarda la convenienza”.

Il futuro dell'edilizia è la stampa 3D

Da Austin, in Texas, dove è stata usata per la prima volta lo scorso marzo, fino alla Russia, all’Olanda, all’Australia e persino in Italia, sono ormai diversi gli studi di architettura e le imprese che hanno dimostrato che utilizzare una stampante 3D per costruire una casa non è solo possibile, ma è anche la scelta migliore.

LEGGI ANCHE: Case stampate in 3D per risolvere il problema abitativo (anche nello spazio)

1. La stampa 3D per San Salvador

La prima casa completamente abitabile realizzata con una stampante 3D è stata costruita (in poco meno di 24 ore) ad Austin, in Texas, su progetto di New Story, un’organizzazione benefica sostenuta dall’agenzia di finanziamenti Y-Combinator, e Icon, una società di costruzioni robotiche.

https://youtu.be/SvM7jFZGAec

La stampante Vulcan, che realizza i muri tramite una sovrapposizione di strati di cemento che vanno a costruire un doppio muro diviso da un’intercapedine con una struttura rinforzata, è pensata per realizzare abitazione grandi fino 800 mq, con tanto di muri divisori interni e alloggiamento per le prese di corrente. La stampa segue infatti un modello tridimensionale progettato al computer che include tutti gli elementi del progetto.

La struttura, più resistente di un container o di un prefabbricato e decisamente più efficiente energicamente, è stata pensata per situazioni di emergenze come terremoti, inondazioni o qualsiasi evento naturale che renda necessario costruire nuove case in poco tempo.

“Abbiamo bisogno di un cambio di paradigma“, afferma Jason Ballard, co-fondatore e presidente di Icon. “La stampa 3D soddisfa una serie di bisogni che noi avremo se il clima continuerà a cambiare e le nostre case dovranno diventare più efficienti dal punto di vista energetico e più resistenti per resistere a forti tempeste e all’aumento del livello del mare”.

https://youtu.be/SvM7jFZGAec

Questo primo esperimento, destinato a San Salvador, oltre a risolvere l’emergenza abitativa dei paesi più poveri, potrebbe determinare un vero e proprio sconvolgimento per l’intero mercato delle costruzioni, e non soltanto per nazioni economicamente svantaggiate.

La costruzione dell’abitazione, infatti, è costata circa 10 mila dollari, ma le società prevedono di riuscire ad abbassare il prezzo a poco più di 4 mila dollari già quest’anno.

2. In Russia la rivoluzione di Apis Cor

In Russia, con 37 metri quadrati stampati in 24 ore a 270 euro al metro, la stampante 3D con estrusore di cemento realizzata dalla società Apis Cor, promette di rivoluzionare il concetto di edilizia.

La casa, dalle curiose forme circolari, è costituita da cucina, camera da letto e soggiorno ed è costruita per durare almeno 175 anni.

La stampa 3D è il futuro dell'edilizia

Apis Cor non è la prima azienda al mondo a stampare in 3D case o moduli per abitazioni, ma è tra le poche a disporre di una tecnologia costruita apposta per fare il lavoro sul terreno da edificare. Con la sua forma a gru la macchina è in grado di lavorare girando intorno alla costruzione, raggiungendo ogni punto.

“Il nostro obiettivo” ha dichiarato Nikita Chen-Yun-Tai, fondatore dell’azienda, “è quello di diventare la più grande azienda di costruzioni al mondo, in grado di risolvere problemi abitativi in ogni angolo del pianeta”.

3. In Italia 3D Housing 05, il progetto di CLS, Italcementi, Arup e Cybe

In Italia i primi a realizzare un prototipo di casa con una stampante 3D sono stati lo studio di architettura CLS insieme ad Italcementi, Arup e Cybe in occasione del Salone del Mobile dello scorso aprile. 3D Housing 05, una struttura di oltre 100 metri quadrati, è stata realizzata in piazza Beccaria, a pochi passi dal Duomo di Milano, in una sola settimana.

La stampa 3D è il futuro dell'edilizia

Creatività, sostenibilità, flessibilità, “affordabilità” e rapidità sono le cinque parole chiave che descrivono il progetto. L’esterno dell’edificio è una forma morbida e sinuosa che si inserisce con naturalezza nell’architettura della città. La forma organica della casa con il giardino sul tetto, l’orto e gli alberi, permettono un approccio umano, libero.

“Tutto più veloce, tutto più leggero, tutto più immediato” ha sottolineato il progettista. “Spero che non si spenderà più tutta la vita per pagare un mutuo per comprare una casa, che per questo motivo diventerà proprio per tutti e tagliata su misura”.

La stampa 3D è il futuro dell'edilizia

La casa ha anche basso impatto ambientale durante la costruzione. La materia prima impiegata per la stampa è una miscela di polveri cementizie, leganti e inerti, che possono derivare anche dalle terre locali e che nel tempo possono essere demolite e polverizzate, per servire di nuovo come materiale da costruzione.

4. In Olanda sono in vendita le prime casa in 3D

Dall’Olanda arriva invece la notizia che le prime case stampate in 3D saranno destinate al mercato degli affitti entro il 2019, per risolvere una carenza di muratori qualificati per soddisfare le richieste di alloggi.

Il progetto, noto come Project Milestone, è dell’azienda olandese Van Wijnen, in collaborazione con i ricercatori della Eindhoven University of Technology e potrebbe rendere Eindhoven una delle prime città al mondo a mettere in commercio case in 3D.

La stampa 3D è il futuro dell'edilizia

“Il primo obiettivo del progetto è costruire cinque grandi case confortevoli in cui vivere e che possano avere felici occupanti”, dicono gli sviluppatori, che ad appena una settimana dal rilascio delle prime immagini hanno già ricevuto diverse richieste.

Le case, la cui forma rotonda ricorderà quella di un masso e che andranno da un minimo di uno ad un massimo di tre piani, andranno a costruire il nuovo, futuristico, quartiere Bokrijk ad Eindhoven, immerso nel verde e vicino ad un canale.

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5. La base spaziale costruita con la stampa 3D

Arriva dall’ingegnere pisano Dini la proposta di utilizzare la stampa 3D per realizzare strutture abitabili destinate al nostro satellite, la Luna.

Il futuro dell'edilizia è la stampa 3D

Il progetto è reso possibile dal sistema D-Shape, una grande macchina per la stampa 3D, imbarcabile su razzo, che lavora con la regolite (la polvere lunare), impastandola in tre dimensioni con un legante e ricavando così roccia sintetica.

L’ingegnere Dini, il cui primo blocco lunare da una tonnellata e mezzo è esposto nella sede del Centro europeo per ricerca e la tecnologia spaziale di Noordwijk, ha già utilizzato la stampa 3D per realizzare un ponte in Spagna e per ripopolare i fondali del Golfo di Bahrein, dell’Olanda e del Principato di Monaco.

Il futuro dell'edilizia è la stampa 3D

Insieme al gruppo di imprese Alta Spacc, Foster&partners e la Scuola Sant’Anna di Pisa ha vinto nel 2009 il bando dell’Agenzia Spaziale Europea nell’ambito del programma Aurora. “Tutto è iniziato da lì”, spiega Dini. “Oggi grazie a quel bando abbiamo gli strumenti per realizzare blocchi lunari”.



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Le nuove carte di credito in plastica riciclata di American Express parlano di sostenibilità


Impossibile nascondersi dietro a ciò che è la realtà: le acque del nostro pianeta sono sempre più compromesse dall’utilizzo della plastica, un materiale diventato a tutti gli effetti nocivo per l’ecosistema globale.

Ecco perché molte multinazionali si sono distinte in iniziative eco-friendly, con l’obiettivo di dare un contributo utile per la riduzione dell’inquinamento da plastica.

American Express, in particolare, recentemente ha attuato una partnership con l’organizzazione Parley for the Oceans, mediante cui ha posto le basi per realizzare la sua prima carta di credito realizzata riciclando rifiuti plastici provenienti da acque marine.

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L’iniziativa eco-friendly di American Express

La volontà di dare un proprio contributo alla causa, per American Express, è nata dalla collaborazione con l’organizzazione Parley for the Oceans, dedicata proprio a combattere l’inquinamento da plastica negli oceani del nostro pianeta con molte attività e partnership con aziende importanti.

L’azienda ha compiuto dei passi nella stessa direzione di IKEA e Adidas, entrambe sensibili all’argomento e protagoniste con iniziative in grado di contribuire alla causa.

Il colosso svedese non solo cesserà la distribuzione di borse in plastica alla clientela, ma tra gli obiettivi per i prossimi due anni c’è quello di interrompere la produzione di piatti, posate, bicchieri e altri prodotti in plastica.

Adidas, invece, sempre in collaborazione con Parley for the Oceans, ha lanciato la sua linea dedicata allo yoga, interamente prodotta con plastica riciclata proveniente dagli oceani.

La carta di American Express è attualmente in fase di prototipazione, ma sarà rilasciata entro un anno. L’azienda spera che il design della carta aiuterà a sensibilizzare nei confronti di questi argomenti, di vitale importanza per il nostro pianeta e per il suo ecosistema, e a incentivare sforzi sempre più ingenti con il comune obiettivo di combattere questa problematica.

“American Express sta creando un inequivocabile segno di cambiamento e invitando il suo network a formare un futuro’blu’, basato sulla creatività, sulla collaborazione e sull’eco-innovazione,” ha spiegato Cyrill Gutsch, fondatore dell’organizzazione no profit, in un comunicato stampa.

AMEX Plastica

“I nostri oceani giocano un ruolo fondamentale per le nostre vite, per la salute del nostro pianeta e per quella dei viaggi e del turismo, che American Express supporta da tempo. È importante esserne consapevoli e fare la nostra parte per far sì che i nostri oceani continuino a rimanere del loro blu” , ha spiegato anche Doug Buckminster di American Express, aggiungendo che “la partnership con Parley è il giusto passo per dare la possibilità alla nostra community di sostenere il pianeta che tutti condividiamo”.

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Gli altri progetti per la sostenibilità ambientale

Partnership con Parley che non ha portato solo il progetto della carta di credito fatta da plastica riciclata, ma un piano a lungo termine.

L’azienda, infatti, ha annunciato che si dedicherà a ridurre l’utilizzo di plastica nelle sue operazioni a livello internazionale aderendo al programma Parley AIR, il quale si fonda su tre pilastri fondamentali: evitare la plastica ovunque questo è possibile, intercettare gli sprechi di plastica esistenti, riprogettare i materiali e i prodotti, agendo sulla radice del problema.

Un passo in più, da parte di American Express, per diventare un’azienda sempre più eco-sostenibile, con l’obiettivo di ottenere la certificazione zero waste per la sua sede di New York entro il 2025.



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