HyperloopTT vuole costruire il primo treno Hyperloop in Cina


Hyperloop Transportation Technologies ha firmato un accordo con Tongren Transportation & Tourism Investment Group del Governo della Repubblica Popolare Cinese, grazie al quale la società di trasporti focalizzata sulla realizzazione di Hyperloop e controllata al 100% da Jumpstarter, piattaforma di crowdsourcing e startup dall’incubatore di startup Digital Magics, fornirà tecnologia e know-how per la realizzazione del sistema Hyperloop ad alta velocità. Digital Magics ha investito 320 mila euro in Jumpstarter.

hyperloop

credits www.hyperloop.global

La partnership

Da una parte Tongren sarà responsabile per la certificazione, la struttura regolamentare e la costruzione del sistema Hyperloop. Dall’altra HyperloopTT, co-fondata da Bibop Gresta (Chairman)  e guidata da Dirk Ahlborn (CEO), lavorerà in partnership con il governo di Tongren per definire il percorso per il sistema Hyperloop in Cina, che sarà finanziato grazie a una joint venture pubblico-privato con il 50% dei fondi provenienti direttamente da Tongren.

Al passo con l’enorme espansione urbana

“Noi immaginiamo che Hyperloop svolgerà un ruolo decisivo nel tessuto economico della Via della Seta, collegando la regione al resto del mondo – ha dichiarato Dirk Ahlborn – la Cina spende più di 300 miliardi di dollari l’anno in infrastrutture per riuscire a stare al passo con la rapida espansione urbana. Avendo lavorato a fianco dei nostri partner governativi, HyperloopTT – ha aggiunto – è una soluzione ideale e concreta per questo problema imminente. Inoltre la topografia unica di Tongren ci permetterà di perfezionare i nostri vari metodi di costruzione con i nostri partner”. Dello stesso avviso anche Bibop Gresta, secondo cui “la Cina è leader mondiale nella quantità di linee ad alta velocità costruite e ora sta cercando una soluzione più efficiente con HyperloopTT. Abbiamo passato gli ultimi anni a cercare i partner giusti con cui lavorare in Cina – ha aggiunto – e ora con una solida rete di relazioni, siamo pronti per creare il sistema HyperloopTT, rispettando le regolamentazioni cinesi”.

Sviluppo sostenibile

“Tongren è sempre stata focalizzata sullo sviluppo sostenibile. La firma per realizzare HyperloopTT in Cina rappresenta un passo fondamentale per favorire la crescita dell’entroterra, un importante risultato del Tongren Great Investment Action Year e un progetto decisivo per ampliare e rafforzare l’economia locale – ha spiegato – Chen Shaoron, sindaco di Tongren. – una volta completato, si punterà ad accelerare notevolmente la ricerca e lo sviluppo dell’HyperloopTT cinese, che sarà in grado di far crescere rapidamente l’industria High Tech e manifatturiera nella provincia di Guizhou, migliorando efficacemente la mobilità della città di Tongren e dei suoi abitanti, e di conseguenza, sostenere il turismo, gettando solide basi per lo sviluppo di ‘un distretto e cinque posti’ di Tongren”.



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Chi di storytelling ferisce di storytelling fallisce. La “lezione” di Mosaicoon


Poteva diventare una favola. Un giovane videomaker che si inventa da zero un business (fortissimo) e dà lavoro a decine di ragazzi talentuosi come lui. Un’azienda nata (e rimasta) in Sicilia. Una startup che in un’Italia fanalino di coda per numero e qualità di investimenti in innovazione ce la fa a internazionalizzarsi e poi essere venduta a un gigante del calibro di Google o Facebook, oppure che si quota in Borsa, o anche solo che macina fatturato, crescendo poco per volta, e divenendo una Pmi solida. E invece il capitolo finale nella storia di Mosaicoon dovranno scriverlo liquidatori e giudici fallimentari.

Diciamolo subito: oggi scriviamo del fallimento dell’azienda di Ugo Parodi Giusino, ma molti “addetti ai lavori” – compreso chi scrive – sembrano aver perso di vista molte delle più promettenti e iper-raccontate startup destinatarie in questi ultimi 6 anni (ovvero dal cosiddetto “decreto Passera”, che di fatto ha dato avvio all’ecosistema startup in Italia) di investimenti, anche pubblici. E, siatene certi, non mancheremo, per quanto possibile, di iniziare a scriverne. Perché quando si parla di innovazione il giornalismo non può essere solo celebrativo o necrologico, scrivere di fatturato e non di utili et similia. In mezzo c’è un oceano, popolato di squali e pesciolini, su cui è bene fare un po’ luce.

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Il business model c’era (e anche la tecnologia)

La manualistica individua due-tre cause principali nel fallimento di una startup. Nel caso di Mosaicoon non è stato certo il business model. La community l’hanno creata davvero e, fino a un certo punto, ci sono stati davvero anche i numeri. Importanti.

I primi investimenti sono serviti per far crescere la base utenti e al tempo stesso diversificare il business. Nata come video marketplace per collegare brand e creativi, la startup palermitana aveva pensato anche ad aggiungere presto un ulteriore tassello imprenditoriale, ovvero collegare gli stessi brand (in qualità di inserzionisti) con i gestori di siti web, blog e magazine digitali, consentendo di monetizzare i propri contenuti mediante l’inserimento di video pubblicitari. Praticamente con il lancio di Plavid Mosaicoon chiudeva il cerchio, mettendo insieme sotto il suo network chi il video lo finanziava, chi lo realizzava e chi chi lo diffondeva.
E che non si dica, inoltre, che l’azienda di Parodi Giusino non abbia pensato a consolidare al contempo anche un asset tecnologico, perché non è vero. Mosaicoon ha affiancato al marketplace anche una piattaforma per l’analisi dei dati, elaborazione di strategie, misurazione delle performance. Nel merito della tecnologia, però, non possiamo scriverne, perché non lo abbiamo testato direttamente. Ma c’è, esiste. Sta sul mercato.

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LEGGI ANCHE: Ascesa e declino di Mosaicoon, la (ex) startup che voleva fare la Sicilian Valley

Partire (troppo) in quarta

Ad ogni modo, di un fallimento stiamo parlando e, quindi qualche errore da analizzare ci sarà. Probabilmente più che gli eventuali errori ciò che non poco ha avrà contribuito ad affossare Mosaicoon è rappresentabile da alcuni eccessi. Un po’ come il giovane che ha paura di tradire le aspettative di famiglia, amici, e tutti coloro i quali lo hanno sempre descritto come bravo ragazzo e studente modello: avrà sempre un gran sorriso, anche se magari per anni non riesce a sostenere neanche un esame.

Quali possono essere questi errori? Probabilmente aver alzato troppo l’asticella. Certo, clienti e fatturato non mancano. Mosaicoon vedrà negli anni arrivare nel suo portfolio brand di primissimo livello quali Walt Disney, Land Rover, Barilla, Samsung, Vodafone, Italo, McDonald’s, Alitalia, Comune di Roma, Fastweb.

Così succede che, in un mercato digitale sempre più liquido, fatto di smart working e freelance che lavorano da casa, Mosaicoon decide di costruire, – fisicamente, letteralmente – il suo mito e investe nell’apertura a Isola delle Femmine di un campus modello Google: quattromila metri quadrati di fronte al mare. Pareti trasparenti, fatte di enormi cristalli, arredi Lago, altalene, mega divani e complementi di design, aree relax, palestra, finanche un orto aziendale. E poi uffici a Londra, Singapore, Nuova Delhi, Seoul, Milano e Roma.

Quando penso a quanta ostentazione sia insita in gran parte del mercato tecnologico nostrano mi piace ricordare a me stesso che Jeff Bezos, colui che oggi è l’uomo più ricco del mondo, nei primi anni di vita di Amazon non aveva comprato neanche le scrivanie, ma utilizzato delle vecchie porte in disuso, poggiate su dei cavalletti. Giusto per non raccontare sempre la solita storiella di Apple nata nel garage dei nonni di Steve Jobs (anche perché non è vera).

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Quel report (nato vecchio) del Financial Times

Dopo i primi 2 milioni e mezzo (tra gli investitori anche Intesa Sanpaolo), nel 2016 arriva un altro round, 8 milioni. Da lì è un pullulare di riconoscimenti, nomine, speech, eccetera.

Un anno dopo, a maggio 2017, il Financial Times censisce Mosaicoon nella lista delle mille aziende europee che crescono di più. La scaleup siciliana si trova al 517° posto in classifica, con una crescita delle revenue del 208%. Datela un’occhiata a quella lista! Noterete che era arrivata addirittura davanti ad aziende del calibro del colosso eCommerce tedesco Zalando (che in lista è alla posizione n.640), per dire.

I dati, però, vanno sempre letti bene. La classifica del quotidiano londinese, praticamente, era già nata vecchia: il periodo di riferimento analizzato è l’arco temporale che va dal 2012 al 2015. E il fatto che una delle testate più organizzate, influenti e ricche del mondo, un colosso che può contare su centinaia di giornalisti, analisti, esperti e che ha sempre fatto dei numeri la propria forza e autorevolezza, ci possa mettere addirittura un anno e mezzo ad analizzare l’andamento delle maggiori aziende europee potrebbe e, anzi, dovrebbe suscitare non pochi interrogativi in osservatori e operatori dell’informazione che quotidianamente lo usano come una delle principali fonti. Quanto meno per l’importanza che quei dati andranno ad avere nella successiva narrazione del mercato nel suo complesso. Perché? Semplice, perché diventano un precedente importante che si rischia di comprometterlo, il mercato. O, peggio, di “falsarlo”: pensiamo agli effetti sulle aziende quotate in Borsa, per esempio.

LEGGI ANCHE: Le altre Mosaicoon. Chi sono e cosa fanno le aziende che lavorano con i video nel mondo

Non ci è dato sapere se e quanto abbia influito, seppur indirettamente, quella classifica sull’ultimo anno di Mosaicoon. La sensazione, banalmente, è che pare abbia contato più quella presenza in classifica che i bilanci dell’azienda dell’ultimo triennio. Così, a settembre 2017 il founder e CEO di Mosaicoon è ammesso nella rete di Endeavor Italia, l’organizzazione internazionale che promuove lo sviluppo economico attraverso il supporto di imprenditori ad alto potenziale. E un mese più tardi la sua azienda, stando a quanto dichiarato alla stampa, è l’unico Marketing Partner italiano tra le 18 aziende scelte a livello globale da Facebook per i contenuti video.

Innestare il team in corsa. A fine, corsa.

Letto con il senno di poi, un altro campanello d’allarme, la mossa del “proviamo a giocarci tutto”: gli innesti nel team. Meno di quattro mesi fa, nel primo giorno di primavera 2018 Mosaicoon anncuncia due nuovi ingressi. Non si tratta di secondi livelli ma di prime, primissime linee, ovvero un nuovo CMO e un nuovo CFO, rispettivamente Josh Panzer e Marco Mazzarese. Praticamente, dopo il CEO, due delle quattro figure apicali più importanti in ogni azienda medio-grande.

Poche settimane prima addirittura Mind The Bridge, l’organizzazione basata a San Francisco presieduta da Alberto Onetti che fornisce servizi di consulenza per l’innovazione per aziende e startup e le collega con la Silicon Valley, aveva citato nel suo report Mosaicoon come una delle scaleup italiane “modello”.

Maledetto storytelling

Prima di scrivere questo articolo abbiamo provato a fare una ricerca un po’ più accurata su Google. Centinaia, migliaia di contenuti in cui si parla di Mosaicoon. Tanti sono campagne, prodotti video. Ovviamente. Molti sono articoli, comunicati stampa, interviste. Decine e decine di volte si parla della tech company palermitana su Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Rai, solo per citare alcuni media mainstream.

Mosaicoon oramai è famosa, e come lei anche il suo founder. Parodi Giusino è uno dei quattro “super coach” di B Heroes, il business talent di Fabio Cannavale realizzato da Boost Heroes, il fondo di venture capital nato dalle ceneri di Shark Bites, in collaborazione con Intesa Sanpaolo e Discovery Italia. In questi mesi abbiamo visto il CEO di Mosaicoon dare spunti e lezioni di business alle 32 startup che hanno partecipato al programma tv che promette 800 mila euro alla migliore di loro (nota per gli appassionati: il prossimo 7 luglio è prevista sul Nove l’ultima puntata del format, ma probabilmente è stata registrata prima che si apprendesse del fallimento).

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La lezione di Mosaicoon

Sì, è vero, Mosaicoon chiude i battenti e viene messa in liquidazione, decine e decine di talenti perdono il lavoro e la Sicilia dice addio per sempre a una delle più belle realtà imprenditoriali dell’ultimo decennio. Ma Ugo Parodi Giusino non può e non deve essere considerato “un fallito”: a lui va comunque dato atto di essere riuscito a fare moltissimo. Oggi non ha neanche quarant’anni e quando ne aveva 26 ha costruito dal nulla un’azienda, in terra di mafia e malaffare. Ha trattenuto (e riportato, in alcuni casi) talenti in Sicilia, dove è rimasto a vivere, e in questi 8 anni la sua impresa ha pagato le tasse in Italia e non – come altre scaleup italiane – a Londra o San Francisco. Di questo va reso pubblicamente atto.

Ha fatto degli errori, sicuramente. Tra questi forse, in ultimo, interpretare su scala imprenditoriale (suo malgrado) quel vecchio adagio secondo cui in Italia – specie nel digitale e nell’innovazione in genere – si possa essere pagati in visibilità.

E invece no: se per tre anni non cresci allora c’è un problema, perché la visibilità, i premi, le interviste, i comunicati, le comparsate tv, articoli e prime pagine che parlano di te e della tua azienda senza fare un minimo accenno ai numeri, o classifiche evidentemente troppo superficiali non potranno mai pagare, da soli, gli stipendi e le bollette, specie quando il mercato cresce ma il fatturato e gli investimenti, evidentemente, si sono fermati da un pezzo.

E la cosa che più fa male è il ragionevole sospetto che questa di Mosaicoon sia stata solo una delle prime slavine. Il peggio deve ancora venire.

@aldopecora

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avaria alla blacklist di 800 mila persone


“Stiamo notificando a 800 mila utenti un bug su Facebook e Messenger che ha sbloccato le persone che avevano bloccato. Il bug era attivo tra il 29 maggio e il 5 giugno”. Con queste parole Facebook ha comunicato l’ennesimo bug sulla piattaforma. Protagonista del malfunzionamento stavolta sono state le blacklist, le liste di persone che per qualche ragione avevamo deciso di bloccare. Ebbene, i contatti bloccati di 800 mila utenti sono tornati a vedere i post condivisi: avaria della blacklist. A darne comunicazione è stato Erin Egan, responsabile privacy di Facebook, con il solito post sul blog ufficiale.

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facebook

Ancora scuse

Il nuovo incidente insomma ha fatto sì che l’account di 800.000 utenti è rimasto scoperto agli utenti bloccati. Facebook naturalmente ha chiesto scusa, chiudendo la cosa alla maniera di Menlo Park. Un how-to su come bloccare gli utenti. “Quando blocchi qualcuno su Facebook – spiegano – non possono vedere le cose che pubblichi sul tuo profilo, avviare conversazioni con te su Messenger o aggiungerti come amico. Il blocco inoltre li disfa automaticamente se prima eri amico. Nel caso di questo bug: Non ripristinava alcuna connessione di amici che era stata interrotta. L’83% delle persone colpite dal bug aveva solo una persona che avevano bloccato temporaneamente sbloccato. Qualcuno che è stato sbloccato potrebbe essere stato in grado di contattare persone su Messenger che li ha bloccati”.

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Se ricevete un pop-up…

Tutte le persone coinvolte hanno iniziato a ricevere dall’altro giorno un pop-up. Il post sul blog spiega come non siano in alcun modo state ripristinati i contatti d’amicizia interrotti in maniera permanente.



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Perché Wikipedia si è auto-oscurata in Italia


Wikipedia Italia si è bloccata. Proprio così: da stamattina il sito si è fermato per protestare contro la direttiva sul copyright che verrà votata giovedì dal Parlamento Europeo in seduta plenaria. Sulla home page dell’enciclopedia online da martedì mattina campeggia un banner e un testo sulla difesa della libertà di espressione sul web. “Difendiamo una rete aperta – La proposta di direttiva sul diritto d’autore mette a repentaglio i valori, la cultura e l’ecosistema da cui Wikipedia dipende. Il 5 luglio chiediamo a tutti i deputati del Parlamento europeo di votare contro e consentire un dibattito democratico”, il titolo del documento. Wikipedia chiede insomma ai deputati e alle deputate del Parlamento Europeo di respingere l’attuale testo della direttiva e di riaprire la discussione. Nell’appello si invitano anche gli utenti a fare pressione telefonando ai deputati europei o mandando loro una mail.

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Che cosa si vota il 5 luglio

Il 5 luglio la plenaria del Parlamento Europeo deciderà cosa fare sulla proposta di direttiva sul diritto d’autore nel Digital Single Market (il mercato unico digitale), un codice che ha l’obiettivo di unificare per tutti i Paesi dell’Unione Europea le norme sul diritto d’autore, soprattutto su Internet.

I dubbi

C’è chi lo ritiene un baluardo dell’editoria, messa in ginocchio dallo strapotere delle Big Tech e chi, come il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio teme che possa minare la libertà d’espressione. Secondo Julia Reda, relatrice per il Parlamento Europeo del dossier sulla riforma del copyright e membro del Partito pirata tedesco, “il progetto limita la libertà di espressione online e mette in difficoltà i piccoli editori e le startup innovative». Si fa notare inoltre che la normativa potrebbe limitare l’utilizzo del text & data mining. Nel dettaglio, il cuore della discussione si concentra sugli articoli 11 e il 13.

L’articolo 11 della riforma prevede che le piattaforme del web e gli aggregatori, Facebook, Google News e gli altri, debbano pagare gli editori per pubblicare contenuti giornalistici protetti da copyright, compresa la pubblicazione del titolo dell’articolo, del link e della breve  sintesi che lo presenta (lo snippet) che vengono considerati materiali coperti da diritto d’autore.

L’articolo 13 chiede invece ai “prestatori di servizi della società dell’informazione che memorizzano e danno accesso a grandi quantità di opere e altro materiale caricato dagli utenti” di installare dei filtri che impediscano, attraverso sistemi automatici, di caricare online materiale protetto dal diritto d’autore. I big del web dovrebbero dunque bloccare attraverso filtri automatizzati e algoritmi i contenuti che potrebbero essere coperti da diritto d’autore e privi di  licenza. E dunque anche video, parodie, meme e quant’altro contenga riferimenti a materiale soggetto a copyright. Una sorta  di Content ID di YouTube, la cui funzione di riconoscimento automatico dei video verifica se siano stati caricati contenuti protetti da copyright e su cui non si hanno diritti, in modo da eliminarli immediatamente dal sito o mostrarli solo con pubblicità, condividendo i ricavi con gli effettivi proprietari del diritto d’autore. Per i critici della norma si paleserebbe un controllo preventivo dei contenuti, creando un vero e proprio filtro contrario ai principi di apertura e libera circolazione delle informazioni su Internet.

Perché minaccia la libertà online

Secondo Wikipedia la norma “minaccia la libertà online e crea ostacoli all’accesso alla Rete imponendo nuove barriere, filtri e restrizioni. Se la proposta fosse approvata, potrebbe essere impossibile condividere un articolo di giornale sui social network o trovarlo su un motore di ricerca. Wikipedia stessa rischierebbe di chiudere”.

La petizione firmata da Tim Berners-Lee

Oltre 380 tra studiosi, accademici e associazioni hanno firmato petizioni per frenare la direttiva sul copyright. Fra questi c’è anche Tim Berners-Lee, il papà del Web, e la Wikimedia Foundation, la fondazione che si occupa dello sviluppo di Wikipedia.

Il testo integrale di Wikipedia Italia

“Se promulgata, limiterà significativamente la libertà di Internet – si legge sul sito italiano – anziché aggiornare le leggi sul diritto d’autore in Europa per promuovere la partecipazione di tutti alla società dell’informazione, essa minaccia la libertà online e crea ostacoli all’accesso alla Rete imponendo nuove barriere, filtri e restrizioni. Se la proposta fosse approvata, potrebbe essere impossibile condividere un articolo di giornale sui social network o trovarlo su un motore di ricerca. Wikipedia stessa rischierebbe di chiudere”.

La richiesta ai Parlamentari UE. “La comunità italiana di Wikipedia ha deciso di oscurare tutte le pagine dell’enciclopedia. Vogliamo poter continuare a offrire un’enciclopedia libera, aperta, collaborativa e con contenuti verificabili. Chiediamo perciò a tutti i deputati del Parlamento europeo di respingere l’attuale testo della direttiva e di riaprire la discussione vagliando le tante proposte delle associazioni Wikimedia, a partire dall’abolizione degli artt. 11 e 13, nonché l’estensione della libertà di panorama a tutta l’UE e la protezione del pubblico dominio”.

Gli studiosi contro la direttiva. “La direttiva Ue – spiega ancora Wikipedia – ha già incontrato la ferma disapprovazione di oltre 70 studiosi informatici, tra i quali il creatore del web Tim Berners-Lee , 169 accademici, 145 organizzazioni operanti nei campi dei diritti umani, libertà di stampa, ricerca scientifica e industria informatica e di Wikimedia Foundation. Già ieri, con un banner presente su ogni pagina dell’enciclopedia libera, la comunità di Wikipedia aveva preso posizione in modo netto in difesa di una Rete aperta e contro la proposta di nuova direttiva Ue sul copyright. La decisione è stata assunta dai volontari attivi sui wiki per sensibilizzare i deputati del Parlamento europeo in vista del voto del 5 luglio a Strasburgo”.



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