Ninja Morning, il buongiorno di martedì 30 ottobre 2018


Apple

E’ il giorno in cui Apple presenterà il nuovo iPad Pro e alcuni MacBook aggiornati. Appuntamento a Brooklyn e non allo Steve Jobs Theatre di Apple Park. È praticamente certo l’arrivo di un nuovo iPad Pro. Il tablet della casa non presenta aggiornamenti dal giugno 2017, quando furono svelati il modello da 12,9 pollici e quello da 10,5. La nuova versione dovrebbe avere novità corpose, a partire dal design. In linea con quanto fatto con l’iPhone X, dovrebbero assottigliarsi i bordi e dovrebbe scomparire il tasto “Home”, nella parte bassa del dispositivo.

Air e Mini. Mentre Apple ha rinnovato MacBook e MacBook Pro, non tocca la gamma Air (la più sottile e leggera) dal 2015. Le cose potrebbero cambiare oggi, mantenendo le stesse dimensioni (13 pollici) ma con diversi ritocchi: il laptop dovrebbe avere bordi più sottili, il suo display una risoluzione più alta. E di certo ci sarebbe un aggiornamento dei processori, visto che quello montato sul MacBook Air attuale è chiaramente superato. C’è un altro dispositivo che attende un successore da molto tempo: l’ultimo Mac Mini, il “piccolo” computer fisso della Mela, è sul mercato dall’ottobre 2014. Quattro anni. Ecco perché è molto probabile ci sia un nuovo modello.

Watch. Intanto, secondo il Financial Times, sempre Apple ha aperto un’indagine sulla sua catena di produzione dopo aver ricevuto la denuncia che uno dei suoi fornitori usa illegalmente studenti come dipendenti in Cina per produrre l’Apple Watch.

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Hubble

Il telescopio spaziale Hubble ha ripreso a funzionare, dopo aver trascorso gli ultimi 20 giorni in modalità provvisoria per un malfunzionamento dei giroscopi. Hubble da ieri è in orbita intorno alla Terra e dopo il suo ripristino ha ripreso le proprie attività scientifiche di osservazione. I giroscopi sono degli strumenti utilizzati per puntare Hubble verso le aree che deve osservare, consentendogli di mantenere la stessa posizione per periodi di tempo anche molto lunghi. Non a caso essi vengono utilizzati anche per le operazioni di osservazione degli oggetti spaziali più distanti.

Bitcoin

I bitcoin potrebbero spingere l’innalzamento della temperatura globale a 2 gradi nel giro di 15 anni. Stando ai ricercatori dell’Università delle Hawaii a Manoa, se la moneta virtuale avrà un tasso di diffusione simile ad altre tecnologie, farà impennare il termometro mondiale, perché la produzione di bitcoin richiede un consumo molto elevato di elettricità.
Nello studio pubblicato sulla rivista Nature Climate Change, gli esperti hanno preso in esame l’efficienza energetica dei computer usati per produrre criptovaluta, il luogo di produzione e le emissioni legate alla generazione di elettricità nei vari Paesi.

Cina

In Cina è fallito il proprio tentativo di raggiungere l’orbita con un razzo di un’azienda privata. LandSpace ha provato a lanciare in orbita il razzo Zhuque-1 dal Jiuquan Satellite Launch Center, ma il terzo stadio ha avuto problemi. Il decollo del razzo è avvenuto con successo, ma sembra che il problema sarebbe stato riscontrato sette minuti dopo, durante la fase di distacco del terzo stadio, che non è stato in grado di portare in orbita il satellite Future utilizzato per alcune trasmissioni dell’emittente di Stato CCTV.

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In agenda oggi

WOBI. A Milano presso MiCo Milano Convention Centre oggi e domani in agenda c’è WOBI – World Business Forum, due giornate di confronto sui temi del business. In un momento caratterizzato da un eccesso di informazione, il World Business Forum si concentra sui temi più rilevanti per chi fa business, stimolando il pensiero e ispirando all’azione. Tra gli ospiti, Alan Mulally, Presidente e CEO di Ford Motor Company, Daniel Lamarre, Presidente e CEO del Cirque du Soleil, l’ex calciatore Javier ZanettiKelly Peters, CEO e co-founder di BEworks.

MENNY BARZILAY –  I nostri dati possono essere utilizzati per manipolare il nostro processo decisionale? Può un’agenzia russa top-secret influenzare l’esito delle elezioni presidenziali americane? I sistemi oggi possono analizzare il nostro comportamento fino al punto in cui possono prevedere ogni mossa che faremo? Privacy e Cybersecurityi nostri dati. Di questo parlerà  l’esperto di sicurezza informatica di fama internazionale e divulgatore dell’innovazione Menny Barzilay (nella foto in alto), nel corso di un talk in programma il 30 ottobre alla Camera di Commercio di Roma, in piazza di Pietra, alle 17.30 (Sala del Tempio di Adriano). QUI per registrarsi e partecipare.

LEGGI ANCHE: L’era oscura della privacy: fra algoritmi e manipolazione. Il punto con il super esperto Menny Barzilay

Research Forum 2018. Talent Garden Milano Calabiana ospita oggi l’Assirm Marketing Research Forum 2018 – Insight World, appuntamento annuale con il mondo del marketing e della ricerca. L’evento è organizzato da Assirm, associazione che riunisce le maggiori aziende italiane che svolgono ricerche di mercato, sondaggi di opinione e ricerca sociale, con il supporto di 17 aziende del settore italiane e internazionali: Ales Market Research, Bilendi, Cint, Doxa, Gfk Italia, Iff International, Iqvia, LeFac, Netquest, Nielsen, Norstat, Research Now-SSI, Statista, SWG, The Visual Agency, Toluna, VIA!, Yoodata. 

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Content Marketing. Sempre a Milano (presso gli spazi di BASE), in programma oggi il Contentware Summit 2018, quarta edizione del festival dedicato al content marketing, si terrà a Milano  il 30 ottobre. Un appuntamento sull’aggiornamento delle competenze, con spunti e riflessioni, casi pratici e nuovi approcci ai contenuti, quest’anno dedicato al concetto di Touch Point, inteso come punti di incontro e strategie di content marketing per una comunicazione innovativa non solo nel tema, ma anche nell’erogazione della formazione.

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I cinesi che hanno investito in Kenya sono accusati di discriminazioni


L’imperialismo non è morto ma vive e prospera anche nel ventunesimo secolo. Cambiano gli attori ma non il copione: il ricco alla ricerca di nuovi mondi da invadere e il povero usurpato e privato di terre e diritti e, spesso, anche della propria dignità.

È una storia vecchia come il mondo che l’essere umano ha imparato, metabolizzato ma dalla quale non riesce a uscire vincitore.

Il debole in terra straniera fa notizia mentre il popolo sottomesso dall’ospite straniero rimane spesso in un angolo invisibile all’opinione pubblica.

È quello che sta succedendo in Kenya, o meglio, in molti Paesi del continente africano che negli ultimi anni hanno conosciuto l’oscuro lato di un “nuovo neo-colonialismo”, stavolta non europeo bensì cinese.

Il video dello scandalo

Circa un mese fa iniziò a circolare in rete un video: protagonista il proprietario cinese di un’azienda a Nairobi immortalato di nascosto da un suo dipendente, Richard Ochieng’, mentre insulta il popolo keniota e il suo presidente definendoli delle scimmie.

Subito dopo la diffusione del video le forze dell’ordine hanno arrestato e processato Liu Jiaqi, come riportato anche in un tweet dell’Ufficio Immigrazione del Kenya.

Non si tratta di un episodio isolato ma di fatti, anche non direttamente legati a episodi di razzismo, che spesso degenerano in cronaca sgradevole che non fa onore a una super potenza mondiale come la Cina.

Come il caso dei quindici cinesi arrestati con l’accusa di sfruttamento della prostituzione o quello di un altro piccolo gruppo di connazionali accusati di detenere oggetti che rappresentavano una minaccia per la sicurezza nazionale (radio trasmittenti, uniformi militari, laptop e metal detector).

Investimenti e razzismo

Quando in un Paese dalle scarse risorse economiche arriva lo straniero carico di promesse di investimenti lo si accoglie a braccia aperte, ma insieme ai soldi entrerà anche molto altro.

Fu proprio il presidente cinese Deng Xiaoping (leader dal 1978 al 1992) a pronunciare la celebre frase “Se la Cina apre le sue porte, entreranno inevitabilmente delle mosche” per giustificare l’apertura del paese a un nuovo e del tutto inaspettato sistema economico che avrebbe, dagli anni ’80, condotto la Cina a diventare il colosso economico che tutti conosciamo oggi.

Oggi quelle “mosche” sono proprio i cinesi e trasmettono valori che poco servono allo sviluppo sociale del Kenya. Ad accorgersene sono soprattutto le nuove generazioni, il futuro del Paese.

Già colonia britannica dal 1920 al 1963, il Kenya visse sotto la supremazia inglese uno dei periodi più bui della sua storia, un periodo durante il quale la popolazione era costretta a circolare con dei documenti identificativi al collo.

Ma il Kenya è anche riuscito a liberarsi dal fardello imperialista divenendo una stabile e orgogliosa democrazia. Le nuove generazioni di kenioti conoscevano solo indirettamente l’esistenza o la possibilità di tali atti di razzismo domestico.

Ora invece sempre più spesso sono protagonisti di episodi di razzismo da parte della comunità cinese radicata nel paese grazie ad accordi economico-finanziari firmati tra il governo locale e quello di Pechino, sempre pronto a inondare di contanti chiunque lo accolga.

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Negli ultimi dieci anni la Cina ha investito moltissimo in diversi paesi africani creando infrastrutture e industrie in cambio di risorse naturali o riserve di gas e petrolio.

Il prezzo da pagare è stato in realtà molto più alto visto che ha causato un innalzamento del debito e spesso l’aumento di episodi di sfruttamento dei lavoratori locali da parte di aziende cinesi.

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L’amara realtà della discriminazione in Kenya

Secondo alcune testimonianze riportate in un’inchiesta del New York Times del 15 ottobre, ci sono stati gravi episodi denunciati alle autorità locali che vedono protagonisti boss cinesi in preda a deliri di onnipotenza razziale.

Come quello descritto da chi sul posto di lavoro si è visto separare i bagni dei kenioti da quelli dei cinesi o la storia degli impiegati costretti a liberare un orinatoio intasato da mozziconi di sigarette che solo i dipendenti cinesi erano autorizzati a fumare.

La popolazione cinese in Kenya è stimata intorno alle 40 mila unità, un numero non semplice da calcolare con esattezza, in parte per via del continuo viavai di persone che soggiornano per periodi relativamente brevi.

Alcuni di loro arrivano e rimangono solo pochi anni lavorando in molte aziende con ruoli dirigenziali, vivono con altri cinesi concedendosi pochissimi episodi di interazione sociale con i kenioti.

Molti di loro arrivano già con una visione gerarchica della cultura e della razza che tende a collocare gli africani in una posizione subalterna e inferiore.

Il razzismo arriva direttamente dalla Terra di Mezzo

Ma la Cina non è razzista da quando ha messo piede in Africa: si tratta di un Paese storicamente chiuso e molto spesso poco interessato, culturalmente parlando, a mettere il naso fuori dai propri confini.

Chiunque abbia visitato la Cina sa bene che – anche vivendoci per anni – agli occhi dei cinesi sarà sempre un laowai (termine colloquiale cinese per definire un forestiero, ndr.).

Non è un caso che l’immagine stereotipata dello straniero africano sia per loro ancora quella dell’uomo nero della tribù. A dimostrazione di ciò, un episodio di cui pochi sono a conoscenza che riguarda lo spettacolo serale della vigilia del capodanno cinese di quest’anno.

Si tratta dello show trasmesso ogni anno dalla CCTV che tiene incollati tutti i cinesi (circa 800 milioni) alla TV nazionale e che alterna canti, balli e giochi a premi. Il programma quest’anno ha dedicato un episodio a un pietoso teatrino ambientato in Africa.

Apertura mentale ed economica, insomma, non vanno di pari passo. Il Dragone avanza e rispolvera vecchi e – ahimè – ancora non superati valori di stampo imperialista che poco si addicono al ventunesimo secolo.

Eppure c’è un’altra famosa citazione attribuita al presidente Deng Xiaoping che forse spiega (e cerca di giustificare) con devastante cinismo questo inaccettabile comportamento: “Non importa che sia un gatto bianco o un gatto nero, finché cattura topi è un buon gatto”.





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3 lezioni per i marchi del lusso dal boom tecnologico in Cina


Se qualche anno fa avessimo chiesto a un qualsiasi cinese benestante e istruito quale fosse l’azienda per cui avrebbe desiderato lavorare, avrebbe probabilmente pescato una della lista Fortune Global 500.

La stessa domanda, oggi, non darebbe lo stesso risultato: l’attuale generazione sembrerebbe molto più orientata a propendere per piccole startup ad alto potenziale.

La stessa percezione non è cambiata soltanto per i dipendenti, ma anche per i modelli di comportamento e le icone di stile della tecnologia, che hanno radicalmente modificato l’immagine del mondo del lavoro.

Se l’idea di base di una carriera di successo è ormai cambiata (dal lavorare in un grattacielo con vista nel centro città fino a rimboccarsi le maniche in un magazzino trasformato in open space), anche il concetto di lusso (in ambito fashion) è cambiato, accentuando prima il trend del dressing-down e più recentemente l’ascesa della moda streetwear.

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Per i luxury brand tutto si riassume in un approccio pragmatico e snello allo stile che molto riflette il modello new-tech che ha invaso la Cina e il mondo intero.

Siamo nell’era di Google e Amazon, di Tencent e Alibaba, e l’influenza delle società tech può portare grandi cambiamenti nel business dei fashion brand del lusso.

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Imparare dalle startup tech

La febbre per le startup ha ormai contagiato il mondo intero, e soprattutto quelle in ambito tech le sembrano avere maggiori possibilità di successo rispetto a quelle delle industrie tradizionali. La Cina non è stata affatto immune al fenomeno.

L’approccio ROI-driven, diffuso nelle aziende tech, fa sì che raramente si utilizzino strategie troppo costose come endorsement di celebrità o eventi marketing offline tradizionali: le informazioni digitali permettono di quantificare l’impatto di ogni centesimo speso.

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Mantenere è meglio che acquisire è un mantra spesso recitato e applicato sia dalle startup tech che dai marketplace eCommerce (le stesse piattaforme CRM utilizzate da Alibaba si concentrano moltissimo sulle conversioni di vecchi acquirenti).

Questo concetto è stato anche assimilato gradualmente dai fashion brand di lusso che durante eventi chiave come il Single’s Day o il Natale, hanno iniziato una massiccia attività di retargeting su clienti già acquisiti offrendo sconti esclusivi, vendite private e omaggi.

Puntare su partnership (local) vincenti

Seconda grande lezioni per i fashion brand di lusso che vogliono sfondare nel mercato cinese: iniziare il loro percorso creando partnership con piattaforme eCommerce e tech locali.

Da quella di Audemars Piguet con JD.com, in grado di offrire supporto tecnico dall’e-store su WeChat fino a quella più famosa dell’acquisizione di CuriosityChina da parte del colosso fashion Farfetch, le partnership sembrano rappresentare la chiave di volta nel processo verso un innesto di successo nell’ambiente digitale cinese.

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Costruire un personale ecosistema

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Alibaba e Tencent sono famose per aver creato un loro ecosistema a circuito chiuso e, come i due grandi colossi del tech, anche i più piccoli come Xiaomi o Netease’s Yanxuan stanno mettendo in atto lo stesso pattern.

Questi brand tech hanno modificato enormemente il moderno user journey: sia che si tratti di “See now, buy now” o “Social commerce” l’idea dietro entrambe le definizioni è quella di abbattere gli ostacoli attorno a una conversione.

Sistemi CRM, piattaforme data management e strumenti di eCommerce management mirano tutti alla finalità di mantenere l’esperienza di acquisto il più semplice e snella possibile. Almeno per ora, le aziende tech sono maggiormente in grado di creare soluzioni a questa nuova esigenza.





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La Cina vuole sostituire i lampioni con una luna artificiale entro il 2020


La Cina sta progettando di lanciare la propria “luna artificiale” entro il 2020.

La città di Chengdu ha svelato i piani per sostituire i lampioni della città con un satellite che aumenterà il bagliore della luna reale: la luna artificiale sarà in grado di illuminare un’area con un diametro compreso tra 10 e 80 chilometri.

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Il satellite da illuminazione è progettato per essere complementare alla luce solare di notte.

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Più luminosa della luna vera

Wu Chunfeng, presidente dell’istituto di ricerca sui sistemi di microelettronica e scienza aerospaziale di Chengdu, ha annunciato la notizia e ha affermato che la luna artificiale sarebbe otto volte più luminosa della luna reale, secondo il People’s Daily.

Ha aggiunto anche che i test dell’illuminazione sono iniziati anni fa ed ora sono pronti.

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La luna artificiale avrà un rivestimento che può riflettere la luce del sole, ma non sono stati rivelati i dettagli esatti sul satellite, sulla data di lancio e sul modo in cui la luna artificiale si alimenterebbe.

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L’idea della luna artificiale

L’idea della luna artificiale proviene da un artista francese, che immaginava di appendere una collana di specchi sopra la terra, in modo che potesse riflettere il sole lungo le strade di Parigi per tutto l’anno.

Le perplessità della gente

Qualcuno ha sollevato dubbi esprimendo perplessità e preoccupazione che le luci riflesse dallo spazio possano avere effetti negativi sulle abitudini di alcuni animali e anche sull’osservazione astronomica.

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Kang Weimin, direttore dell’Istituto di ottica, School of Aerospace, Harbin Institute of Technology, ha invece rassicurato tutti spiegando che la luce prodotta dal satellite sarà un bagliore simile al crepuscolo, quindi non dovrebbe influire sulla routine degli animali.

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Quello cinese non è però il primo tentativo nel suo genere: la Russia aveva già provato a realizzare uno specchio spaziale in grado di riflettere la luce del sole con una potenza di tre o quattro “lune piene”. Il progetto è stato però abbandonato nel 1999.





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Alibaba Single’s Day 2018, torna l’evento eCommerce più atteso dell’anno


È iniziato il conto alla rovescia per l’evento web più atteso dell’anno in Cina e nel mondo: manca appena un mese al Single’s Day 2018, l’evento eCommerce istituito da Alibaba nel 2009 che ogni anno riesce a superare qualsiasi record di vendite.

Cosa ci aspettiamo dalla nuova edizione? Quali novità saranno apportate ai sistemi di vendita e quali prodotti andranno per la maggiore? Proviamo a indovinare insieme dando un’occhiata ai trend che hanno caratterizzato questo ultimo anno.

Single’s Day 2018: l’edizione del 2017 ha raccolto cifre da capogiro

Memori del successo del 2017 non possiamo che prevedere (con certezza?) un guadagno ancora più alto per Alibaba che l’anno scorso aveva raccolto 168,2 milioni di RMB (circa 22 miliardi di euro) in sole 24 ore,  una cifra che superava quella dell’anno precedente già del 40%.

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Un altro dato che non si può ignorare riguarda la penetrazione da dispositivo mobile: gli acquisti attraverso telefono hanno toccato il 90% contro l’86% del 2016.

Anche se molto probabilmente non verrà sfiorato il 100% possiamo facilmente prevedere un rialzo di almeno un paio di punti percentuale degli acquisti mobile visto il continuo e costante incremento di servizi per la vendita implementati sui dispositivi cellulari.

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Per il Single’s Day 2018 sarà protagonista il New Retail?

In una lettera ai suoi shareholders all’inizio del 2017 Jack Ma scriveva: «Il commercio come lo conosciamo, sta cambiando di fronte ai nostri occhi. L’eCommerce si sta rapidamente evolvendo nel New Retail. I confini tra il commercio online e offline scompaiono mentre ci concentriamo a soddisfare i bisogni su misura di ogni singolo cliente».

Dalla rivoluzione nel fare la spesa all’acquisto su misura di un’auto, fino al caffè 3.0 di Starbucks, Alibaba tenta di soddisfare i propri clienti integrando l’esperienza online a quella offline con il New Retail.

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AlipayHK, ad esempio, ha messo in mostra il suo AlipayHK Next Store, un temporary store senza commessi di 1200 metri quadrati, aperto fino al 1 ottobre scorso per la vendita di vestiti all’interno di un centro commerciale di Hong Kong.

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Le caratteristiche di questo innovativo store?

  • Smile recognition technology: all’entrata nello store una tecnologia riconosce le espressioni facciali di un cliente generando un QR code. L’e-wallet del cliente scansiona il QR code e apre un RFID;
  • Radio Frequency Identification (RFID): una volta che il cliente ha portato in cassa i prodotti selezionati questo sistema scansiona i prodotti e genera uno scontrino con un QR code che potrà essere, a sua volta, scansionato per attivare il pagamento diretto con Alipay.

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Le IA nuovamente protagoniste del Single’s Day 2018

Già nella passata edizione, le IA sono state grandi protagoniste durante il processo d’acquisto: algoritmi per suggerire prodotti, robot e chatbot in grado di capire e interpretare le emozioni umane; l’intelligenza artificiale prende sempre più il sopravvento nel mondo dell’eCommerce.

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Per esempio con chatbot come Dian Xiomi, il servizio customer service di Alibaba che aiuta a rendere più smart ed efficienti le vendite, soprattutto durante il Single’s Day.

Secondo il colosso dell’eCommerce, il chatbot riesce a comprendere più del 90% delle richieste dei clienti e a servire circa 3,5 milioni di utenti ogni giorno.

Un servizio gratuito per i negozianti che non intende rimpiazzare lo staff deputato al customer service ma che offre un servizio supplementare specialmente nei periodi di grande richiesta di assistenza come durante il Single’s Day.

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Una volta selezionato il prodotto i più fortunati possono riceverlo tramite la preparazione e consegna da parte di robot.

Sono stati circa 200 infatti i veicoli automaticamente guidati che hanno funzionato durante l’evento dell’anno scorso nella nuova warehouse vicino Shenzhen.

Secondo Alibaba questi robot possono insieme processare un milione di ordini al giorno e possono essere più efficienti di un operatore in carne e ossa visto che lavorano per sei ore filate con solo un’ora di ricarica.

Ricapitolando: un grandissimo incremento di tecnologie, soprattutto IA e sempre più integrazione tra commercio offline e online grazie a pagamenti facilitati e esperienze di shopping tailor-made.

Di sicuro Jack Ma troverà qualche altro modo di stupirci, non solo con i guadagni. Basterà attendere ancora un altro mese.





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Buddha Youth, i nuovi millennial cinesi non amano lusso e denaro


L’ormai assodata inclinazione dei cinesi a perseguire un costosissimo stile di vita ostentando beni di lusso è probabilmente in pericolo. La minaccia ha un nome e si chiama Buddha Youth, ed è una tendenza che tra i millennials sembra essersi diffusa a macchia d’olio.

Dunque il materialismo cinese è veramente minacciato da una tendenza filosofica controcorrente?

Buddha Youth: come nasce il movimento del laissez-faire

I nati negli anni ’90 sono figli di una Cina capitalista in continua e costante crescita economica. La pressione sociale che grava su di essi non perdona: studio, carriera e famiglia ad ogni costo rappresenta l’unico mantra di una generazione che fa fatica a rivendicare un’identità sociale.

Eppure, a fine 2017  un articolo diventato virale su WeChat aveva raccontato un’altra storia, quella di una generazione che sembra aver riscoperto valori nettamente distanti da quelli inculcati in tenera età da una società usa e getta. La generazione Buddha-like.

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Grazie a tale articolo, la Buddha Youth è diventata un trend sui maggiori social media cinesi tanto da etichettare i millennials interessati con il termine fó xì qīngnián (佛系青年), cioè una gioventù Buddha-like.

I giovani di questa nuova sotto-cultura sembrano possedere un minore attaccamento ai beni materiali, una maggiore consapevolezza del fallimento e un’accettazione degli eventi della vita che li rende tolleranti e poco interessati alla pressione sociale. Eppure essere Buddha-like non necessariamente vuol dire avere un effettivo interesse per i sutra o le pratiche della religione buddhista.

Un vero approccio Zen alla vita oppure l’ennesima moda in cui identificarsi? Non è da escludersi la seconda ipotesi vista la quasi inesistente inclinazione religiosa della Buddha Youth che, anzi, sembra comunque poco propensa a rinunciare agli acquisti seppur “etici”.

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L’impatto della Buddha Youth sul mercato del lusso

Secondo un report pubblicato da Fung Business Intelligence sui comportamenti e tendenze degli acquisti dei millennial cinesi, i prodotti di ottima qualità e con un design accattivante sembrano essere favoriti a quelli meramente “di marca”.

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Fonte: Understanding Chinese Millennial’s Apparel Shopping Behavior and Attitudes – Agosto 2018

Disclaimer: il mercato del lusso in Cina non è in pericolo e non sarà certo una neonata sotto-cultura a mettergli i bastoni tra le ruote. Eppure secondo alcune ricerche il comportamento degli acquirenti nel mondo del lusso è cambiato specialmente nei gruppi demograficamente più giovani e meno abbienti non in grado di spendere tutti i propri soldi in beni costosissimi.

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I giovani cinesi amano il lusso e i luxury brand in generale e desiderano possedere prodotti costosi ma senza ostentare, ossia, identificarsi con il brand senza dover dimostrare che siano in grado di potersi permettere beni tanto costosi.

Sebbene la generazione Buddha-like esprima il desiderio di distacco da un mondo prettamente materiale, oltre il 50% dei giovani nati tra il 1995 e il 2000 non considera il lusso come “necessariamente materialista”.

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Si tratta inoltre di una generazione che ama viaggiare in solitaria (83%) e che quando lo fa non mette necessariamente lo shopping tra le attività ad alta priorità dove figurano invece le attività culturali e naturalistiche.

Dunque nessuna conseguenza invasiva o a breve termine per il mondo del lusso che comunque dovrebbe imparare a leggere tra le righe e a fiutare l’aria di un lieve cambiamento di rotta. Un cambiamento che vede innanzitutto la trasformazione del consumatore cinese da semplice “sfoggia-logo” a intenditore, e che costringe l’intero settore a concentrare i propri sforzi su un continuo perfezionamento della qualità.





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Cosa sono e come funzionano i Mini-Program di WeChat


C’era una volta in Cina un’app. Ricercata, scaricata, utilizzata e in continuo aggiornamento. Poi arrivarono i Mini-Program: una nuovissima funzione sviluppata da Tencent per il suo WeChat (850 milioni di user al mese). Da qui in poi, almeno in Cina, il futuro delle app sembra essere sempre meno chiaro.

Che siate marketer, sviluppatori curiosi o amanti del tech proveniente da oriente, oggi non potete non conoscere questo nuovo strumento ad altissimo potenziale chiamato Mini-Program!

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Cosa sono i Mini-Program di WeChat?

I Mini-Program di WeChat sono delle sub-applicazioni (sembrerebbe che la parola “App” non possa essere utilizzata da Tencent per via di un divieto tassativo di Apple, ndr.) appartenenti all’ecosistema di WeChat.

Il prefisso Mini è indicativo non soltanto del loro piccolo peso ma anche del contesto specifico e mirato per cui vengono sviluppate.

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Ogni Mini-Program nasce come “estensione” di un account ufficiale WeChat con lo scopo di fornire servizi come quello eCommerce, Task Management o di coupon.

La funzione eCommerce è sicuramente la più utilizzata e sfruttata dalle pagine dei marketer che possono vendere direttamente online.

JD.com, ad esempio, ha già sviluppato da tempo un Mini-Program per il suo eCommerce, come anche Mobike ne mette uno a disposizione per la localizzazione, sblocco e blocco delle sue biciclette. Addirittura Tesla ha un Mini-Program che permette ai suoi user di localizzare le stazioni per la ricarica, prenotare un drive-test oppure semplicemente condividere la propria esperienza dopo aver guidato una Tesla.

Quali sono i vantaggi dall’utilizzo dei Mini-Program di WeChat?

WeChat è il luogo dove è riuscita a svilupparsi un’enorme e importante community di Influencer: ciò è dovuto in parte alle caratteristiche del mercato cinese e in parte dal fatto che le sponsorizzate su WeChat non funzionano in maniera mirata ed efficace.

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Questi Influencer, come nel resto del mondo, sono diventati punti di riferimento soprattutto nell’ambito fashion e beauty tanto da “influenzare” enormi flussi di vendite tra i consumatori cinesi.

Ma a questo sistema c’era un limite: gli Influencer utilizzavano il loro account ufficiale WeChat con sottoscrizione (un po’ come le pagine ufficiali di Facebook) per inviare notifiche push, ma gli articoli inviati su questi account non potevano contenere hyperlink ed era dunque difficile linkare direttamente all’eCommerce del prodotto sponsorizzato.

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Il Mini-Program ha fondamentalmente risolto questo gap: ha reso possibile il collegamento da un articolo di un account ufficiale a un eCommerce interno a WeChat, facendo incrementare il volume di vendite. Ecco perché moltissimi Influencer hanno fatto sviluppare il proprio personalissimo Mini-Program, una sorta di eCommerce che rende possibili gli acquisti senza far uscire l’utente dalla pagina ufficiale.

E quali sono i limiti?

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Non è tutto oro quel che luccica e anche questo nuovo e inesplorato strumento sembra possedere dei limiti. I Mini-Program, infatti, presentano ancora molte lacune se paragonati alle care vecchie app:

  • non possono inviare notifiche push (a differenza delle pagine degli account ufficiali);
  • non possono essere condivise nella timeline della sezione “Scopri”, ossia la bacheca;
  • fevono essere sviluppati in un linguaggio ad hoc: un framework Javascript sviluppato da Tencent scritto in wxml e wxss invece che in tradizionale html e css;
  • gli aggiornamenti devono essere inseriti e supervisionati da Tencent;
  • funzionano solo all’interno di WeChat.

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Un po’ di dati

I Mini-Program possono essere d’aiuto a utenti target con uno specifico potere d’acquisto. In generale generano molte più vendite a basso costo (meno di 200 RMB ossia circa 25 euro) che ad alto costo (oltre i 1000 RMB ossia circa 125 euro) come nel caso del portale Pinduoduo dove gli acquisti sotto i 200 RMB sono circa il 3% in meno rispetto a quelli tramite Mini-Program. In totale controtendenza è la differenza tra gli acquisti che superano i 1000 RMB sulla App ufficiale (37,6%) e quelli all’interno di WeChat (32,4%)

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Curiosi di sapere quali Mini-Program vanno per la maggiore? Eccovi un elenco:

  • Hangzhou Plus – HZPlus
  • I coupon sconto di McDonald’s – 麦当劳优惠券
  • Tencent Surveys – 腾讯投票
  • Mobike – 摩拜单车
  • Sleepy Sounds – 小睡眠





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Il makeup maschile in Cina sta cambiando le regole del Beauty


Andy Gu è uno studente della Jiaotong University di Shanghai, un ragazzo di 22 anni come molti altri. Andy Gu ogni mattina ha un rituale, uno di quelli che, a detta sua, non condividerebbe mai con suo padre: ogni mattina, prima di iniziare la giornata, Andy mette un po’ di trucco sul viso. Correttore, illuminante per far splendere l’incarnato e il gioco è fatto.

Di ragazzi come Andy ne è pieno il mondo e da qualche tempo anche la Cina: giovani fan di una cosmetica di lusso che non è più appannaggio delle donne ma che nel tempo si è insinuata anche tra il genere maschile annichilendo la netta linea di demarcazione tra femminile e maschile. La cosmetica da uomo sta infatti spopolando in Cina, anche grazie alla consolidata tradizione del makeup sudcoreano.

Il makeup in Cina per uomini inizia la sua ascesa

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Secondo un report di Statista.com le revenue provenienti dalla cosmetica in Cina sono passati dai 19,5 miliardi di RMB del 2016 a circa 21,49 miliardi del primo quarto del 2017. Parte di queste entrate provengono dalle tasche degli uomini che, si calcola, spendano una media di 2,2 ore davanti allo specchio ad applicare prodotti di bellezza.

Quella dei ragazzi cinesi è sicuramente una moda indotta da una nuova generazione di celebrities domestiche che stanno pian piano smontando le dure e convenzionali norme di genere, dando sempre più adito allo sviluppo di uno dei mercati con più alto potenziale lucrativo. Ogni anno, infatti, il makeup per uomini in Cina cresce inesorabilmente: si prevede già per il 2019 un’ascesa del 13,5% (a fronte del 5,8% di crescita sul mercato globale).

Il makeup maschile in Cina è anche pop culture

L’area dell’Asia-Pacifico è quella con la più consistente crescita del mercato beauty maschile e in Cina i consumatori Millennial sono la chiave di volta di tutto il mercato attuale. Per un ragazzo, la cura del proprio aspetto sta diventando sempre meno taboo e sempre più essenziale.

Nella cultura popolare cinese le giovani celebrità maschili appaiono in pubblico con indosso del trucco o fanno da testimonial per prodotti di bellezza. Nel 2017 il brand L’Occitane grazie all’attore Joker Xue come brand ambassador, è riuscito a incrementare del 49% le proprie vendite in Cina.

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La cultura popolare cinese cambia e con essa anche il modo di descrivere nuovi fenomeni. La necessità di descrivere uomini che rappresentano questa nuova beauty revolution ha fatto coniare un nuovo nome: “Little fresh meat” (小鲜肉) termine spesso usato per indicare giovani attori o cantanti pop molto giovani e tendenzialmente androgini.

Le campagne marketing create per un pubblico maschile sono sempre più diffuse. Nel 2017 il 96% degli e-tail hanno acquistato almeno una volta prodotti per la cura della persona secondo i report di VIP.com e JD.com tanto che negli ultimi tre anni il volume di vendite di prodotti beauty maschili è quasi raddoppiato.

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In particolare va evidenziato un forte incremento nella domanda di maschere viso, bb cream, correttori e matite per sopracciglia. Andy Gu è uno dei grandi fan di questi prodotti specifici e non si meraviglia dicerto dei numeri visto che i ragazzi cinesi non si preoccupano solo della cura della propria pelle ma soprattutto del suo aspetto.

Quando il makeup diventa gender-free

In occasione della Festa del Papà di quest’anno un numero sempre più alto di cosmetici tradizionalmente pubblicizzati per le donne sono stati invece commercializzati per il pubblico maschile. Forse la Cina sta valutando una svolta culturale contro il dualismo di genere? Il brand di lusso La Mer ha dichiarato che due dei suoi più comuni prodotti cosmetici femminili sono diventati i due best seller da regalare al papà per la sua festa.

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Quindi la direzione affinché il mercato del beauty non rimanga solo un’esclusiva femminile è già stata presa. La cura del viso e del proprio corpo si sdogana e il confine tra prodotti femminili e maschili si sfoca.

E se le donne tradizionalmente applicano prodotti di qualsiasi fascia di prezzo e qualità con l’unico scopo di svolgere un rituale di bellezza intrinseco, il genere maschile sembra essere molto esigente. I consumatori uomini prediligono i prodotti premium o addirittura luxury arrivando a spendere anche più di 100 RMB per un sapone.

E il vero vincitore probabilmente non è il consumatore che non deve più dirigersi verso il banco dei prodotti femminili ma più probabilmente sono i marchi di cosmetica con una forte identità, un solido brand value  e un forte intuito per gli affari.





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I mini game di WeChat hanno già conquistato mezzo miliardo di cinesi

Molto probabilmente per un occidentale qualsiasi il nome Tiao Yi Tiao non significa nulla ma per molti cinesi (circa mezzo miliardo) equivale a una droga. Stiamo parlando di giochi, nello specifico di mini game e di come stiano prendendo piede tra gli utenti di WeChat.

Tiao Yi Tiao (跳一跳) in cinese significa “salta” ed è un gioco che consiste nel far saltare, appunto, una pedina da una piattaforma all’altra: la distanza del salto da effettuare dipende dalla durata della pressione del dito sullo schermo. Il gioco termina qualora la pedina manchi una delle piattaforme.

Mini games di WeChat: come ha fatto Tiao Yi Tiao a conquistare una nazione?

Tiao Yi Tiao ha conquistato proprio tutti, anche i più grandi riuscendo a raggiungere i 170 milioni di utenti al giorno in un solo mese dal suo lancio a dicembre scorso per poi lievitare a 390 milioni a marzo di quest’anno: una fetta bella grossa rispetto alla torta di 583 milioni di mini game users nel 2017.

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Tiao Yi Tiao è stato il primo vero gioco di WeChat, definito “mini” per via del peso del programma che non supera i 4 MB.

Tencent ha subito dopo lanciato altri 17 mini game simili aprendo le porte anche a sviluppatori esterni. Secondo il report delle entrate relative al Q1 del 2018 di Tencent, oltre 500 mini game, utilizzati da 457 milioni di utenti, sono disponibili su WeChat.

La piattaforma di messaggistica e social più utilizzata in Cina (980 milioni di utenti nel 2018) grazie ai mini game in app ha già potuto infatti conquistare altri 60 milioni di utenti attirati dai nuovi giochi.

Trovare nuovi utenti e mantenere i vecchi: Tencent sa bene come fare

Mentre il numero degli utenti di WeChat cresceva ma la piattaforma sembrava essere in stallo, Tencent si chiedeva come poter alimentare l’interesse dei vecchi utenti andando alla conquista di nuovi.

La stessa trasformazione di WeChat da semplice app di messaggistica istantanea a piattaforma multifunzionale indispensabile per la sopravvivenza sociale in Cina ne è la dimostrazione. Inoltre il suo costante sviluppo e l’aggiunta di mini programmi in app leggeri che evitano il passaggio a ulteriori app store hanno fatto sì che il monopolio fosse confermato.

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A una prima occhiata i mini game di WeChat sembrano ispirati a semplici giochi in html5 utilizzabili sia da browser che da app mobile, eppure questi giochi sono molto più leggeri e veloci dei “cugini” in html5 (20 o 30 volte più veloci nel caricamento). L’altro grande vantaggio è quello già ribadito di essere utilizzabili direttamente su una app aperta mediamente per 64 minuti al giorno da ogni cinese, senza bisogno di essere scaricati da altri store.

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L’estrema facilità di utilizzo di questi giochi fa sì che anche i meno appassionati di attività ludiche possano distrarsi con una semplice partita. Inoltre la popolazione sinica si spacca quasi in due perfette metà per quanto concerne il genere dei gamer: un quasi perfetto 50-50 di cui un 22%  first time player.

Eppure questa semplicità di utilizzo fa sì che l’utente si stanchi prima del gioco: ciò significa che i mini game devono mantenere una componente social molto attiva attraverso classifiche e social sharing.

Come monetizza Tencent attraverso i mini game?

Semplice, come tutti i giochi scaricati da app store: piccoli costi di acquisto o pubblicità su quelli gratuiti. Il colosso tech cinese registra già l’equivalente di più di 1 milione e mezzo di dollari: una revenue destinata a crescere grazie all’apertura a sviluppatori esterni che devono versare a Tencent ben il 40% delle transazioni in-game oltre a una fetta delle entrate per pubblicità.

LEGGI ANCHE: Gli ostacoli da superare se vuoi vendere online in Cina

Ma gli sviluppatori di mini game per WeChat hanno sicuramente il vantaggio di non dover spendere ulteriori fondi per customizzare i programmi in base al sistema operativo iOS o Android. Inoltre i mini game sono anche più economici dei classici giochi per PC da cui gli sviluppatori di WeChat hanno palesemente attinto.

Anche lo stesso Tiao Yi Tiao, infatti, prende spunto (quasi spudoratamente) dal gioco Bottle Flip di Ketchapp, ma anche questo fa parte del piano diabolico di Tencent: creare molti giochi e molto velocemente significherebbe sviluppare di continuo ed ex novo idee e concetti grafici unici. Perché dunque non “ispirarsi” a dei classici già esistenti?

WeChat, sulla carta, recita la parte di garante dei copyright: l’app ha infatti annunciato una serie di azioni per smascherare eventuali frodi attraverso il controllo dei nomi, loghi, istruzioni e materiali dei giochi.

Il core business di Tencent non sono i mini game ma ancora i “vecchi” classici video game che rappresentano gran parte delle revenue della società. Ma nonostante i mini game siano ancora in uno stato embrionale, gli sviluppatori ne hanno già carpito l’altissimo potenziale nascosto.

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Il Presidente cinese vuole liberare il Paese dal dominio tecnologico dell’Occidente


Durante la National Cybersecurity and Informatization Work Conference tenutasi a Pechino a fine aprile di quest’anno, il presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ha tenuto un lungo e importante discorso: parte integrante di questo è stata lasciata alla sua volontà di veder diventare la Cina una cyber superpotenza.

Nel il suo discorso, il presidente, oltre a elencare una serie di nuovi provvedimenti e politiche in ambito tecnologico, ha enfatizzato l’ambizione del suo governo non solo di trasformare la Cina in una nazione indipendente dalle tecnologie “straniere” ma anche, e soprattutto, riscrivere le regole della cyber governance globale. Regole finora dettate dall’occidente.

La Cina vuole riscrivere le regole della cyber governance globale

Ma come si diventa tecnologicamente indipendenti dall’Occidente? Secondo il governo cinese l’alternativa includerebbe nuovi standard tecnici che costringerebbero le aziende straniere a costruire i propri prodotti in conformità a quelli cinesi e pesanti regole per conformarsi alle politiche di sorveglianza del governo.

La Cina vuole riscrivere le regole della cyber governance globale

I dati dovrebbero essere conservati all’interno di server nazionali e non trasferibili fuori dal paese senza il permesso di Pechino e permetterebbe, inoltre, alle agenzie e ai sistemi di infrastrutture critiche di utilizzare solo fornitori domestici.

In altre parole la Cina ha appena scelto la sua alternativa all’open internet, un modello già largamente diffuso in tutto il mondo. E mentre questo nuovo modello cinese si diffonde, sia attraverso gli sforzi di Pechino o attraverso l’attrazione intrinseca del modello verso alcuni paesi in via di sviluppo più simili alla Cina che all’Occidente, non possiamo dare per scontato che Internet rimarrà un luogo di libera espressione dove i mercati aperti possano prosperare.

Il desiderio della Cina è quello di cambiare il modo in cui il mondo ha sempre affrontato lo sviluppo mettendo in atto una nuova vision che i suoi leader chiamano “sovranità del cyberspazio” che ambisce a ristabilire il ruolo degli attori a livello globale tra cui gli USA, l’Europa e il Giappone.

Per realizzare il proprio modello Xi Jinping ha creato un nuovo organo governativo all’interno del quale vengono gestiti i problemi inerenti alle politiche tecnologiche. La Cina ha infatti già varato un’importante legge sulla cybersecurity e tutta una serie di regolamentazioni e standard tecnici a sostegno del controllo diretto del governo su internet e i flussi di dati: dalle informazioni personali fino all’eCommerce e ai sistemi di controllo industriali.

Il buon vecchio Great Firewall of China non crolla, dunque. Si alza, si rafforza e intimorisce anche le superpotenze straniere.

Nuovi obiettivi: cybersecurity, indipendenza tecnologica e più controllo sui contenuti online

La nuova cyber governance cinese sembra avere tre obiettivi: il primo riguarda il desiderio legittimo di affrontare sfide sostanziali in materia di sicurezza, come la difesa dagli attacchi informatici e il furto di dati personali rubati dal mercato nero.

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Il secondo riguarda l’impulso a proteggere e sostenere le industrie domestiche al fine di svezzare il governo dalla sua dipendenza da componenti tecnologici stranieri per determinati prodotti IT ritenuti essenziali per la sicurezza economica e nazionale. Last but not least c’è il desiderio di ingrandire il potere di sorveglianza e controllo da parte di Pechino su tutte le informazioni online politiche, economiche e sociali.

Come ottenere questi ambiziosi risultati? Istituendo standard che costringano le aziende straniere a costruire una versione dei loro prodotti customizzata ad hoc per la Cina e di attenersi alle sue politiche di sorveglianza. I controlli di sicurezza governativi consentono a Pechino di aprire i prodotti di queste società e riesaminare il loro codice sorgente, mettendone a rischio la proprietà intellettuale.

L’articolo 37 della legge sulla sicurezza informatica aumenta anche il controllo governativo sul tipo di dati che possono essere trasferiti fuori dal paese, mentre alcune regole non scritte premiano le società che memorizzano i dati sui server locali.

La guerra all’Occidente per la cyber governance arriva fino in Africa

L’ambizione di Pechino non è solo quella di evitate che gli USA interferiscano con le loro politiche interne su internet e tecnologia, bensì c’è anche la volontà di istruire, secondo le proprie modalità di pensiero, altre nazioni in via di sviluppo. E chi meglio dei nuovi figli economici cinesi, ossia, le nazioni africane nuove “colonie” cinesi?

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Già nel 2015 la Cina scelse la Tanzania (la Cina è il più grande partner commerciale della nazione africana) come una sorta di stato pilota per i propri interessi e business tra cui l’incoraggiamento di una collaborazione in tema di cyber governance.

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La Tanzania varò lo stesso anno una legge per i cyber crimini con conseguente controllo sui contenuti online come blog e social simili a quelli cinesi. E come la Tanzania anche in altre nazioni africane a cui Pechino ha portato massicci investimenti come la Nigeria, l’Etiopia, il Sudan e l’Egitto, stanno avvenendo importanti cambiamenti sulla gestione di internet e delle limitazioni al suo utilizzo.

La caratteristica più allettante del modello cinese sembra essere il controllo dei contenuti, visto che moltissimi suoi partner si stanno impegnando a bloccare, filtrare e manipolare il materiale indesiderato. Altrettanto allettanti sono le sue regole per la memorizzazione dei dati sui server domestici in grado di aiutare le forze dell’ordine e i funzionari dei servizi segreti a ottenere libero accesso alle informazioni degli utenti.

Il problema del modello cinese è che si scontra pesantemente con i principi fondamentali su cui internet è stato costruito nelle democrazie market-based: libertà online, privacy, mercati internazionali liberi e un’ampia cooperazione internazionale.



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