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Le lezioni di business che possiamo imparare dai 50 anni di successi dei Led Zeppelin


Questo articolo è stato scritto da Fabiano Farina.

50 anni fa usciva negli Stati Uniti il primo album della band di Robert Plant e Jimmy Page. I Led Zeppelin sono stati, da quel momento, fra i più grandi gruppi rock della storia. Hanno rivoluzionato la scena musicale, hanno sperimentato altri generi e soprattutto hanno riempito gli stadi e sono stati acclamati da folle oceaniche.

Come hanno fatto? Abbiamo provato a leggere il successo del gruppo che ha fatto la storia del rock in chiave aziendale e ne abbiamo tratto alcune importanti lezioni di business.

I Led Zeppelin erano persone

Hanno raggiunto un successo planetario sicuramente grazie al grande impegno, alla chimica che c’era fra tutti i componenti della band (il team), ad un marketing rivoluzionario e ad una grande ed originale idea di base (la loro musica).

Proprio come qualsiasi altra impresa di successo.

Sono cinque i punti cruciali da affrontare per analizzare storia e traguardi del “dirigibile di piombo”. Ciascuno di essi sono stati tasselli fondamentali concatenati a giuste scelte. Grande merito ha avuto il manager Peter Grant che con i suoi modi bruschi e la sua vision è riuscito a fa decollare una band che partiva da zero.

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Fase 1: competenze e reclutamento

Jimmy Page, chitarrista e fulcro della band, nel 1968 era già un turnista affermato e stimato dai suoi colleghi. Aveva già delle importanti competenze: era un produttore esperto ed aveva fatto una gavetta durissima.

Inoltre le numerose collaborazioni con altre band (come ad esempio con gli Who) gli permettevano di potersi presentare al pubblico con un bagaglio artistico già molto importante. Un portfolio niente male.

Quando nel ’68 Page rimase solo negli Yardbirds, insieme al manager Peter Grant, iniziò l’attività di reclutamento per permettere la nascita di un nuovo progetto: furono così scovati Robert Plant che a sua volta consigliò John Bonzo Bonham, e fu arruolato un altro bravissimo session man, il bassista e polistrumentista John Paul Jones.

I quattro avevano grandi capacità riconosciute, grande rispetto reciproco e grande voglia di suonare.

Non era assolutamente scontato che da quattro fuoriclasse potesse nascere alchimia: e invece il team building fu facile e veloce. Nelle prime sessioni in sala prove si poteva già sentire l’enorme potenza del sound creato e quella sorta di competizione sana fra i musicisti, necessaria ad una crescita positiva per la band.

Fase 2: la fase di avvio

I quattro avevano bisogno di farsi conoscere e così colsero al balzo l’occasione del tour che avevano programmato in Scandinavia gli Yardbirds.

Concerti e apparizioni in TV, in cui proponevano certamente pezzi inediti ma soprattutto ciò che sapevano fare meglio: cover di artisti blues rivisitate con il loro inconfondibile stile.

Un avviamento niente male che, con pochissime sterline raccolte, riuscì a garantire la registrazione del loro primo album, Led Zeppelin I.

Fase 3: l’idea rivoluzionaria

Il riadattamento di pezzi standard blues in chiave rock, con assoli di chitarra al limite delle velocità consentite, assoli di batteria mai visti, modi di suonare gli strumenti del tutto inediti (ad esempio la chitarra elettrica con l’arco di violino) consentì loro di imporsi sulla scena come una novità assoluta.

Nonostante le stroncature della critica musicale dell’epoca (oggi nessun giornalista parlerebbe male dei Led Zeppelin!) i fan crescevano a vista d’occhio, i Led Zeppelin erano dei miti, Dei dell’Olimpo da venerare. Il loro look era da ribelli e in più si sparsero a macchia d’olio le voci e le indiscrezioni sulla loro vita sessuale e sulle camere d’albergo distrutte.

Era questa l’idea rivoluzionaria di cui avevano bisogno: in una intervista si dichiararono “completamente opposti al sound dei Beatles”, percorrendo così un sentiero nuovo mai esplorato a quei livelli, trovando grandi praterie e consensi planetari.

Led Zeppelin II nasce così, un album dal sound definito che ha ispirato intere generazioni di musicisti, che trova conferma in Led Zeppelin III, con la sola eccezione di alcuni brani folk. Gli Zeppelin erano ormai una band strutturata che non aveva nulla da dimostrare.

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Fase 4: il consolidamento

La fama era ormai indiscussa. Riempivano stadi, palazzetti, riempivano gli alberghi di fan e di groupie.

È in questa fase che decisero di intraprendere una strategia di marketing poco chiassosa, schiva e forse un po’ da gradassi.

Led Zeppelin IV nasce con:

  • una copertina senza titolo ma solo con i quattro simboli che rappresentano i quattro membri della band;
  • nessuna intervista radiofonica, televisiva e cartacea;
  • un motto, “se volete vedere i Led Zeppelin dovete andare ai loro concerti”;
  • la bellezza di Stairway To Heaven, tale da ottenere passaggi radio molto più frequenti della media.

Il loro capolavoro, il loro consolidamento. Nessun tipo di pubblicità (ma una grande strategia di marketing), e la consapevolezza di misurarsi per quello che erano: grandiosi.

Fase 5: declino, investimento, reunion

Il declino, senza troppo dilungarsi, può essere addebitato a varie cause e avvenimenti. Di certo la morte del batterista Bonzo Bonham ha imposto lo scioglimento forzato e doloroso del gruppo. Ma anche l’incidente automobilistico subito da Robert Plant ha influito, come pure il problema di droga e la mancanza di nuova linfa creativa di Jimmy Page.

I Led Zeppelin nel 1980 crollano e iniziano a nascere le carriere soliste di Jimmy Page e Robert Plant. In particolare, Page sarà anche il produttore di altre band, investendo di fatto il suo patrimonio artistico su nuove realtà.

Nel 1985 ci fu una prima reunion in occasione del Live AID, di dubbio successo. Mentre nel 2007 alla O2 Arena il ritorno in scena dei Led Zeppelin, con Jason Bonham (figlio di Bonzo) alla batteria, fu un successo incredibile: biglietti alle stelle, sold out immediato.

Tutti i più grandi artisti del momento erano lì ad osannare la più grande band del secolo. Chiaro segno del fatto che, nonostante il declino, il patrimonio dell’impresa Led Zeppelin, la loro idea rivoluzionaria, resterà nel tempo.





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Come parlare in pubblico restando sé stessi? Il primo discorso Papa Francesco


Fin dal giorno del suo insediamento Papa Francesco si è imposto come un grande comunicatore, facendo della sua semplicità il punto chiave in grado di azzerare la distanza tra la Chiesa e i suoi fedeli.

A prescindere dalle credenze religiose, il discorso di Jorge Mario Bergoglio è un interessante esempio di efficace public speaking e ci offre una lezione fondamentale: essere sé stessi è un ottimo punto di partenza.

Imparare a parlare in pubblico, infatti, non significa snaturare sé stessi e appiattirsi su un modello standard comunicativo. Ognuno avrebbe bisogno di trovare un proprio stile che dipende anche dall’obiettivo che vuole raggiungere.

Quello di Papa Francesco è svecchiare la Chiesa, riavvicinarla ai fedeli, creare un contatto emotivo forte e indissolubile, essere come Francesco umile e vicino ai suoi fedeli.

Tutti i suoi interventi raccontano questo, nei gesti e nel modo di parlare.

Ascoltiamo e analizziamo, quindi, le sue prime parole da Papa nel suo discorso del 13 marzo 2013.

L’attacco

“Fratelli e Sorelle…(pausa) Buonasera!” Queste parole hanno fatto il giro del mondo in un attimo. Introdurre il discorso come tutti gli altri suoi predecessori e subito dopo fare una pausa, ha creato una sospensione temporale, quasi un’apnea collettiva, dove è racchiuso tutto il futuro del suo mandato. Come sarà questo Papa nuovo? Cosa porterà con sé? La promessa di quello che sarà è proprio chiusa tutta in quella pausa.

Esplode subito dopo con un ritmo più veloce una vera novità: il Papa dice “Buonasera!”. Spara questa parola all’audience e in quell’unica parola dichiara tutte le sue intenzioni: voglio essere un Papa non convenzionale, vicino al mio popolo di fedeli, semplice come è semplice un buonasera. Così ha dichiarato che umilmente sarebbe sceso tra gli uomini per vivere da uomo rinunciando il più possibile all’etichetta Pontificia.

La voce è pacata e il ritmo è lento, le prime parole del Papa raccontano da subito lo stile colloquiale che da quel momento in poi avrà sempre.

Il discorso

Da subito Papa Bergoglio, seppur emozionato e con il fiato corto, dimostra stoffa da vendere a livello comunicativo: parte con una boutade che lo rende anche simpatico, al tempo stesso si colloca lontano dalla chiesa di Roma.

Chi lo ascolta sente subito che il suo dire lento e ragionato, sfrondato da ogni costrutto retorico, quasi detto in modo spontaneo, è diretto a lui.

Il corpo

Il Papa ringrazia per essere stato accolto e poi sorride. Sorride e si emoziona perché spesso il respiro è affannato, il Papa non si trincera dietro un foglio in questo primo contatto con la piazza ma decide quasi di andare a braccio, di esporsi nudo, senza difese, alla folla.

Il suo corpo ha spesso un piccolo sussulto quando sta per fare qualcosa che lo emoziona, qualcosa che evidentemente non sarebbe da etichetta, o almeno non andrebbe fatto così. Allora notiamo un’ increspatura nella voce, una sorta di ridolino nascosto. La voce diventa quasi fanciullesca.

Questo è molto importante nell’ottica di quello che abbiamo detto perché la tenerezza che suscita la voce di Papa Francesco è un laccio indissolubile con i cuori di chi lo ascolta.

La chiusura

Il pubblico già lo ama infatti e lo reclama. Dopo avere svolto il rito stabilito dalla chiesa e il suo dovere, il Papa saluta come ha aperto il suo discorso: “Vi lascio, grazie tante dell’accoglienza, ci vediamo… domani…”.

Il piccolo inciampo di pensiero che ha avuto sulla parola “domani” fa sorridere per il suo andamento profondamente colloquiale, come uno che è entrato in casa tua per la prima volta e ti ringrazia per avergli aperto. Racconta anche dell’emozione del Papa, domani è anche il prossimo giorno da cui tutto avrà inizio, le aspettative che tutti da questo momento in poi hanno su di lui perché lui stesso le ha create con questa inusuale presentazione di sé.

Il Papa ha chiesto al suo gregge di proteggerlo come lui proteggerà ognuno di noi. Ha dichiarato la sua fragilità come un qualsiasi uomo, e qui è la sua forza.

3 consigli pratici per coinvolgere l’audience

Attacco, gestualità e mimica, linguaggio. Sono tutti aspetti importanti quando si tratta di public speaking, ma ci sono alcune lezioni pratiche che possiamo imparare nello specifico dal discorso di Papa Bergoglio. Eccole:

  1. Partire da noi stessi, da ciò che si conosce e da quello che emoziona noi prima degli altri, è utile per portare il proprio linguaggio vicino a quello dell’audience. Intanto, mentre si parla, è buona norma anche studiare il pubblico, per coglierne i feedback e capirne il comportamento. In questo modo sarà più semplice capire su quali argomenti, gesti e parole puntare per conquistare l’audience.
  2. Lasciare trasparire le proprie emozioni, aiuta per abbassare le difese di chi ci ascolta.
  3. Parlare a qualcuno nello specifico. Durante il nostro discorso, infatti, dovremmo essere in grado di trovare dei punti di riferimento nel pubblico a cui rivolgere lo sguardo e dei quali cogliere i segnali della comunicazione non-verbale. Questo sarà utile a dare maggiore significato alle nostre parole, e a comunicare all’audience che non stiamo parlando con un tutto indifferenziato, ma con ciascuna singola persona.





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3 milioni di km risparmiati all’ambiente e gli altri numeri 2018 del carpooling


Oltre 650 mila euro risparmiati (674.281 euro a dipendente) e 420 tonnellate di CO2 non emesse semplicemente rinunciando all’auto privata. Questi alcuni dei numeri  che emergono dal Rapporto sulla Mobilità Sostenibile Aziendale 2018 elaborato da Jojob, tra i servizi in Italia che offrono alle aziende uno strumento di welfare dal punto di vista della mobilità. Secondo l’analisi la mobilità aziendale nel 2018 ha registrato il record, con oltre 3 milioni di chilometri risparmiati percorrendo la tratta casa-lavoro in carpooling, a piedi, in bici o con la navetta aziendale.

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Gerard Albertengo, ceo e founder di JoJob

3 milioni di km risparmiati all’ambiente

Dal rapporto emerge che la parte del leone spetta al carpooling aziendale, grazie al quale i lavoratori possono condividere il tragitto casa-lavoro con colleghi e dipendenti di aziende limitrofe, lasciando a casa la propria auto e contribuendo a diminuire il traffico veicolare. Una pratica che piace sempre di più agli italiani, che la trovano comoda, economica ed attenta all’ambiente, e che nel 2018 ha permesso di risparmiare (quindi di percorrere in condivisione anziché con le auto proprie) 3.120.385 km (dato cresciuto del’82% rispetto al 2017)

Carpooling. Quasi raddoppiati in un anno (+86%) i km percorsi in carpooling da chi si è recato a lavoro trasportando colleghi e amici (2.362.039), scelta che ha permesso di togliere dalle strade 116.569 auto e di non emettere in atmosfera 421.585 kg di CO2, pari ad un bosco di 21.079 alberi (+89% rispetto al 2017). Da record, di conseguenza, il risparmio generato nell’anno: passeggeri e autisti hanno risparmiato 649.721 euro utilizzando il carpooling, quasi raddoppiando i dati del 2017 (339.383 euro). Ottobre è stato in assoluto il mese migliore per il carpooling aziendale: è stato quello con più viaggi condivisi nel 2018, con oltre 15.000 auto tolte dalla strada, con più km risparmiati (oltre 381.000) e con più kg di CO2 non emessa (54.000).

I protagonisti

Ma chi utilizza e come utilizza il carpooling aziendale? Più numerosi tra gli utenti di Jojob sono gli uomini (59%), che hanno generalmente 35 anni, mentre le donne (41%) sono più giovani, con una media di 30 anni. Per quanto riguarda le abitudini: un’auto con 2,33 persone per un tragitto di 27 km è il viaggio medio percorso dai carpooler che ogni giorno scelgono di condividere l’auto per andare a lavoro. In questo modo, ciascun utente arriva a risparmiare in media 1.782 euro ogni anno, considerando che il costo medio per chi viaggia da solo sarebbe di 2.376 euro (calcolato su tabella ACI 0,20 €/km).

Uso alternato. 7 carpooler su 10 decidono di non suddividere le spese ma di alternare l’uso dell’auto con cui si viaggia. Il 15% degli utenti non tiene conto dei costi ma ammette di fare carpooling per viaggiare in compagnia, mentre il restante 15% utilizza il Conto J di Jojob, che permette di avere a portata di app l’esatta suddivisione delle spese, per fare i conti con il resto dell’equipaggio e per stabilire un contributo forfettario settimanale o mensile.

Bici, piedi e navette

Ottimi i numeri anche per quanto riguarda il servizio Bici e Piedi lanciato da Jojob nel corso del 2018 che certifica le tratte casa-lavoro fatte a piedi o in bicicletta, permettendo alle aziende di incentivare anche i dipendenti che scelgono una mobilità 100% sostenibile. In 9 mesi sono stati percorsi in bici 36.132 km, che hanno permesso di risparmiare 7.224 euro e di non emettere in atmosfera 4.696 kg di CO2.
A piedi. I dipendenti che raggiungono la sede di lavoro a piedi hanno invece percorso in totale 7.149 km, per un risparmio economico di 1.429 euro e ambientale di di 927 kg di CO2.

Smart working e welfare aziendale

“Il 2018 – ha spiegato Gerard Albertengo, CEO e founder di Jojob – è stato un anno importante per Jojob: nato come servizio digitale per il carpooling aziendale, negli ultimi mesi si è andato ad integrare con la certificazione dei viaggi a piedi, in bici o in navette, per rispondere in maniera sempre più completa alle richieste delle aziende e dei dipendenti stessi. Questa evoluzione – ha detto ancora – è servita a rispondere alle richieste delle aziende che (in un’ottica di smart working e welfare aziendale) cercano di rivolgere sempre più l’attenzione da una parte all’ambiente, dall’altra al risparmio economico e al benessere generale dei propri dipendenti”.

 





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Slack cambia logo con una versione più semplice e flat


Slack ha lanciato un nuovo logo e ha iniziato a rinnovare tutta la sua immagine.

L’annuncio, pubblicato sul blog ufficiale della piattaforma, è accompagnato dalle motivazioni che hanno spinto a questa rivoluzione: il cambiamento di un logo già molto semplice e pulito, un hashtag con colori sovrapposti e trasparenze, per la nuova versione più “piatta”.

I motivi del cambiamento

Se è naturale che cambiamenti e rebranding facciano parte del normale percorso di un brand, il cambio di rotta non avviene mai per caso o per il gusto di farlo.

Semplicemente, si legge nella comunicazione ufficiale, un logo si cambia perché non sta facendo il lavoro che vuoi che faccia e il risultato è un’evoluzione più semplice e distintiva per fare in modo che la sua funzione venga svolta al meglio.

Il primo logo era stato creato prima del lancio dell’azienda: era giocoso e certamente distintivo: una sorta di cancelletto colorato chiamato “octothorpe“, molto riconoscibile.

Ma, come ammettono sul comunicato pubblicato sul blog, li ha fatti anche soffrire: il logo era composto da 11 colori diversi e, qualsiasi sovrapposizione su una base che non fosse bianca o un semplice errore di rotazione rispetto ai 18 gradi dell’originale comportavano risultati pessimi esteticamente.

“Semplicemente terribile”, ammette l’azienda, che ha dovuto sviluppare diverse versioni del logo per porre rimedio alla situazione, in modo che si adattasse ai diversi scopi. Ma questo causava anche che ogni versione sembrasse diversa dal logo originale e non fosse omogenea su tutte le piattaforme e i dispositivi.

LEGGI ANCHE: I rebranding del 2018 da ricordare, secondo noi

“La cosa più importante per un brand è che ogni volta che le persone lo vedono possano riconoscerlo a colpo d’occhio”, ma invece il risultato era quello dell’immagine qui sotto.

Anche se il risultato estetico era gradevole, mancava un senso di coesione assolutamente necessario. Per questo un team in-house ha sviluppato una nuova identità visiva, insieme a Michael Bierut e al team di Pentagram.

Il nuovo logo usa una palette di colori più semplice e raffinata, ma contiene ancora lo spirito dell’immagine originale; la nuova versione è più facilmente scalabile e adattabile ai diversi supporti.

LEGGI ANCHE: Non solo design: 5 elementi per un rebranding di successo

L’annuncio del rebranding si conclude con le novità attese nei prossimi mesi: il cambio di immagine coinvolgerà tutti gli elementi collegati, dal sito agli advertising e il post si conclude con una rassicurazione: “Siamo ancora noi. Più coerenti e immediatamente riconoscibili”.

Non tutti hanno apprezzato

Difficoltà ad accettare i cambiamenti o veri e propri errori di progettazione ed esecuzione? La community sembra non aver gradito particolarmente l’annuncio del cambio di immagine.

Qualcuno pensa che il nuovo logo non sia affatto riconoscibile rispetto al precedente, producendo l’effetto contrario di quello sperato; altri ci vedono una strizzatina d’occhio a Windows, in particolare sulla scelta della disposizione dei colori; altri ancora, con molta immaginazione, sono riusciti a individuare una svastica tra gli spazi bianchi.





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Ninja Morning, il buongiorno di giovedì 17 gennaio 2019


Apple

Secondo un reportage pubblicato sul blog della supply chain di Apple, Macotakara, la compagnia di Cupertino starebbe sviluppando un nuovo iPod Touch per il 2019. Macotakara cita diverse fonti provenienti da catene di approvvigionamento di Apple. I dettagli su come potrebbe cambiare il design del nuovo iPod touch sono ancora troppo poco chiari, anche se un aggiornamento è ormai più atteso.

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Snapchat

Continua l’exit di top manager da Snap, il gruppo a cui fa capo la app per la condivisione di immagini Snapchat. Dopo meno di un anno nel ruolo di direttore finanziario, il CFO Tim Stone lascia, creando ancora più confusione all’interno della società a cui fa capo Snapchat. Stone resterà in Snap per assistere nella ricerca del suo successore e per facilitare la transizione.

AstroLuca

La realtà virtuale per addestrarsi alle passeggiate spaziali: la sta utilizzando a Houston, l’astronauta Luca Parmitano, dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), in vista della missione Beyond.

YouTube

YouTube cerca di mettere un freno ai video di sfide che impazzano sul web e che mettono a rischio l’incolumità delle persone. La piattaforma ha annunciato un cambiamento delle regole, che ora vietano in modo specifico i filmati con sfide o scherzi pericolosi. La mossa di YouTube arriva dopo che negli Usa è esplosa la moda della Bird Box challenge, la sfida che si ispira al film “Bird Box” distribuito il mese scorso da Netflix, e che spinge le persone a riprendersi mentre compiono azioni con gli occhi bendati, compreso guidare auto e scooter.

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BeMyEye

BeMyEye, startup fondata a Milano nel 2011 da Gian Luca Petrelli,oggi basata a Londra, ha acquisito la russa Streetbee, società specializzata nel riconoscimento delle immagini. Le competenze di Streetbee saranno utilizzati per lanciare “Perfect Shelf”, un servizio che permetterà alla aziende di raccogliere, attraverso le immagini, informazioni verifiche nei punti vendita. Si tratta di un’integrazione all’attività di BeMyEye. L’azienda usa il crowdsourcing. Cioè una rete di “occhi” fatta di utenti che, su incarico specifico e con la mediazione della compagnia, svolgono alcune attività per le aziende. Come ad esempio controllo delle promozioni, dei prezzi e della posizione dei prodotti all’interno dei negozi.

In agenda oggi

DEMO DAY – LUISS EnLabs ospita nei suoi spazi in via Marsala 29/h a Roma alle 15.30 il Demo Day, un pomeriggio dedicato alle startup che hanno appena terminato il Programma di Accelerazione e hanno già i numeri giusti per presentarsi a investitori, business angel, corporate e stampa. Quelli che saliranno sul palco non sono solo gli esponenti più brillanti della nuova economia digitale, ma giovani imprenditori che hanno saputo guardare oltre il mercato attuale e hanno creduto in quello che hanno visto, al punto di riuscire a trasformare la propria visione in impresa.

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Le notizie che forse ieri ti sei perso

Il Robot Hotel giapponese “licenzia” metà del suo personale robotico
Dai receptionist ai portieri, pare che nessuno svolgesse correttamente la sua funzione

5 previsioni di marketing per il 2019 che (forse) non ci aspettavamo
Da Seth Godin, a Mitch Joel, da Mari Smith a Michael Stelzner, ecco cosa leggono per il futuro alcuni Top Marketer mondiali

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Da Pirelli a Candy, tutte le acquisizioni cinesi in Italia degli ultimi anni
Pirelli, Krizia, Ferretti, il Milan, l’Inter e anche Candy

Gillette prova a rendere l’uomo meno macho nel suo ultimo spot, ma qualcuno non l’ha presa bene
Breve analisi di una campagna davvero emozionante che non sta suscitando le reazioni che ci saremmo aspettati

Netflix sta aumentando i prezzi degli abbonamenti negli USA
Gli aumenti saranno compresi tra uno e due dollari e verranno addebitati nei prossimi mesi anche a chi ha già un abbonamento





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Facebook o Instagram Ads, dove è meglio investire?


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Sono più efficaci le Facebook o le Instagram Ads?
Ma è vero che ora investono tutti su Instagram?
Che la pubblicità lì costa meno?
Instagram va bene per farsi conoscere, ma poco per vedere, no?

Queste sono le domande che in molti, dovendo scegliere in quale delle due piattaforme dedicare i propri investimenti, si pongono; altri, invece, (spesso “uomini e donne di marketing”, ahimé) non se le pongono proprio e investono in base alle proprie preferenze personali o “impressioni”, magari perché hanno sentito dire dal figlio che “ormai sono tutti su Instagram” o evitano quest’ultimo social perché “se vuoi vendere Instagram non serve a niente, devi puntare su Facebook”, come ha detto loro un amico del cugino del droghiere che si occupa di Social nel tempo libero.

In realtà la risposta è tutt’altro che scontata e, al tempo stesso, più semplice di quanto si possa pensare.

Meglio investire su Facebook o su Instagram Ads?

posizionamenti facebook instagram ads

Parlando di creatività, va notato che la maggior parte dei formati presenti su Facebook lo sono anche su Instagram e spesso si possono usare le stesse identiche creatività in entrambe le piattaforme.
Non è un caso, proprio perché di fatto Instagram, per quanto riguarda la piattaforma pubblicitaria, è semplicemente un altro luogo in cui è possibile mostrare le inserzioni e Facebook, probabilmente per facilitare la vita agli inserzionisti – e quindi lo spending -, negli anni ha fatto il possibile per rendere semplice e quasi automatico utilizzare anche Instagram come tutti gli luoghi in cui inserire annunci.

Anzi, per citare le stesse parole che Facebook usa nel percorso Blueprint dedicato agli annunci su Instagram “Le creatività non devono essere necessariamente personalizzate per Instagram o più in generale per l’ottimizzazione dei posizionamenti. L’elemento fondamentale su Facebook, Instagram e Audience Network, o qualsiasi altra piattaforma, è costituito da creatività pertinenti e di alta qualità.”

Va quindi chiarito che, parlando di advertising, per la piattaforma pubblicitaria di Facebook, Instagram e quest’ultimo vengono considerati come semplici Posizionamenti, alla stregua di Messenger o Audience Network; in pratica, tu crei un annuncio e lo stesso (in base al formato scelto, con alcuni accorgimenti e personalizzazioni) può venir mostrato sia sulla piattaforma Facebook che su quella Instagram. 

Si tratta di due “posti” in cui vengono fatte vedere le tue inserzioni e questo significa che puoi tranquillamente (soprattutto se sei un inserzionista alle prime armi o hai poca esperienza con le Facebook e Instagram Ads) evitare di scegliere a priori e lasciare che sia Facebook stesso in base alle performance a determinare quale dei due posizionamenti ti offre i risultati migliori in base ai tuoi obiettivi. Esatto perché, se all’atto di creare la campagna tramite il pannello Gestione Inserzioni non modifichi i Posizionamenti e quindi li lasci “automatici”, la tua inserzione verrà mostrata negli spazi disponibili, tra i quali le piattaforme Facebook e Instagram e sarà lo stesso algoritmo, dopo aver valutato quale posizionamento ti offre i miglior risultati, a decidere dove mostrarlo di più.

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Potrai vedere quale dei due ha avuto le migliori performance e, quindi, maggiore investimento, semplicemente cliccando nel pannello Gestione Inserzioni sulla voce “Dettagli” > “Piattaforma” (e, volendo, posizionamento, per vedere le specifiche di delivery in Sezione Notizie, Stories, etc).

Se invece vuoi avere evidenze circa la bontà di un Posizionamento o l’altro rispetto a ciò che offri e agli obiettivi delle tue campagne, allora ti consiglio di fare ciò che ogni inserzionista dovrebbe imparare fin da subito a fare: testare. 

Dopo un adeguato periodo di prova – es. una settimana – quale tra i due mi permette di avere i migliori risultati in termini di costi e volumi? E da lì e solo da lì decidere.

Cosa ho imparato facendo campagne su Facebook e Instagram 

Si può fare contemporaneamente campagne su Facebook e Instagram e lasciare che sia il sistema a mostrare le nostre inserzioni nel luogo più performante, ma questo significa che sono due social network simili?

Assolutamente no, dire che Facebook e su Instagram sono la stessa cosa e garantiscono gli stessi risultati è un grande errore.

Nella maggioranza dei casi infatti, lavorando nei settori più diversi e per varie tipologie di campagne, ho notato risultati nettamente differenti tra i due Posizionamenti, sia che la campagna fosse per interazioni, video view, traffico o conversioni.
Ad esempio, nel settore fashion Instagram mi ha dato risultato spesso migliori rispetto a Facebook, mentre in campagne di lead generation (specialmente nel B2B) dopo i primi test, Instagram è stato completamente scartato.

Nel caso di prodotti o servizi rivolti a un’audience adulta over 40, sempre Facebook mi ha offerto i costi per acquisizione più apprezzabili, ma quando sono andata a creare e indirizzare campagne a un target molto giovane (under 18) Instagram è stato in assoluto il vincitore, per costi e volumi garantiti.

Non ho la presunzione di aver esplorato tutti i settori e i pubblici esistenti e le piattaforme stesse sono in continua evoluzione, per cui ti suggerisco di testare, sempre.

Magari potresti renderti conto che per le campagne di retargeting i risultati non sono poi così differenti per il tuo brand, mentre invece per campagne di lead generation è Facebook a garantirti il risultato migliore.
Potresti anche renderti conto che Instagram è un eccellente alleato nella fase di conoscenza e considerazione del brand e invece Facebook rappresenta il posizionamento migliore per “chiudere il cerchio”. Prova!

instagram-caratteristiche demografiche utenti

Per quanto riguarda la mia esperienza, su fasce molto giovani (under 24) le probabilità che Instagram risponda meglio di Facebook, in termini di costi e volumi, è molto alta, stesso vale per settori dal grande potenziale visuale e ispirazionale come quelli del food, fashion, make up, travel e simili.

Entrambi i social offrono grandi opportunità, la differenza in molti casi la fa il pubblico; più maturo su Facebook, più giovane su Instagram, che comunque è in grande espansione e continua ad attirare sempre più il mondo adulto.

La soluzione è sempre e solo una: fai i tuoi test

Non c’è una verità universale per tutti: fai i tuoi test e ripetili a distanza di tempo, le repentine evoluzioni di questi spazi potrebbero stupirti. Lascia perdere l’esperienza del collega nel suo settore, le voci, le leggende e i non ben documentati trend, lascia stare le sensazioni o i pareri personali, arrenditi solo alla luce dei dati.

Sono quelli a determinare il tuo business, nient’altro.

 

L’articolo Facebook o Instagram Ads, dove è meglio investire? proviene da Veronica Gentili.



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Il Robot Hotel giapponese “licenzia” metà del suo personale robotico


Il tanto discusso timore che i robot possano in un futuro prossimo sottrarre tutto il lavoro agli uomini potrebbe non essere affatto fondato. Oggi scopriamo, infatti, che anche i robot possono avere qualche difficoltà a mantenere un lavoro.

Il giapponese Henn-na “Strange” Hotel ha licenziato metà dei suoi 243 robot, dopo che la direzione si è resa conto che gli assistenti automatici creavano più problemi di quanti riuscissero a risolverne, secondo quanto riporta anche il Wall Street Journal.

Anche sulle pagine di Ninja vi avevamo raccontato qualche tempo fa della nostra esperienza in un Robot Hotel (in quel caso in Cina), e in effetti perplessità e delusione sembrano essere esperienze diffuse tra gli ospiti di queste innovative sistemazioni.

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Receptionist, portieri e facchini, tutti licenziati

Tra i “licenziamenti” del Robot Hotel in Giappone anche quello della bambola assistente presente in ogni camera d’albergo chiamata Churi.

Se Siri, Google Assistant e Alexa sono ormai in grado di rispondere facilmente a domande sugli orari di apertura e chiusura delle aziende locali, Churi non è stata in grado di farlo. Quando gli ospiti dell’albergo le chiedevano “A che ora apre il parco a tema?”, ad esempio, la sua risposta non era mia attendibile.

Churi, che avrebbe dovuto aiutare i clienti, sostituendo il concierge umano ha fallito.

Anche i due robot Velociraptor posizionati al check-in sono stati ritirati perché anche in questo caso erano i lavoratori umani a dover svolgere sostanzialmente il loro lavoro, fotocopiando manualmente i passaporti degli ospiti.

Così come i due portabagagli robotici: avrebbero dovuto accompagnare i clienti solo in 24 delle circa 100 stanze dell’hotel, ma se pioveva o nevicava non erano più in grado di farlo e spesso si bloccavano tra loro incrociandosi.

Infine, il robot portiere dell’hotel non sapeva rispondere alle domande sugli orari dei voli o sulle attrazioni turistiche nelle vicinanza ed è per questo stato sostituito da una persona in carne e ossa.

Non siamo ancora pronti per affidare i servizi alle macchine

A dirla tutta, molti dei robot ritirati erano in servizio già da anni e per questo risultavano ormai obsoleti.

Un problema da non sottovalutare in termini di business, considerando la velocità alla quale la tecnologia è in grado di evolversi oggi, anche se non siamo ancora nell’era dei computer quantistici.

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L’hotel ha infine deciso che sarebbe stato economicamente più conveniente dismetterli tutti che sostituirli, visti i costi elevati e considerato che gran parte del lavoro doveva essere comunque svolto da persone.





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5 previsioni di marketing per il 2019 che (forse) non ci aspettavamo


L’inizio di un nuovo anno detta non solo nuovi ritmi, nuovi progetti e nuove tendenze ma apre le porte a previsioni inedite e a volte inaspettate. Anche nel marketing è così e mentre i digital trend ci parlano di intelligenza artificiale, micro-moment, chatbot e visual search, i top marketer vedono oltre, catapultandoci in un futuro in cui il marketing sarà sempre più orientato agli utenti, alle loro esperienze e sempre meno alle esigenze dei brand.

Oggi vogliamo parlarvi proprio di questo: delle più importanti previsioni e visioni sul marketing per l’anno appena iniziato che probabilmente non avremmo immaginato.

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1. Il potenziamento degli assistenti vocali

Che abbiano migliorato e facilitato la nostra quotidianità non è un segreto. Che si tratti di Alexa, Siri, Cortana, Amazon Echo, Google Assistant poco importa, quello che conta è che il loro successo sembra non subire battute di arresto nel 2019. Anzi.

A quanto pare nell’ultimo anno le vendite degli smart speaker sono aumentate del 137% e le previsioni, più che rosee, parlano di circa milioni di dispositivi richiesti nell’arco del 2019. Perché tutto questo successo? La voce! La possibilità di comandare i propri dispositivi con dei semplici comandi vocali ha letteralmente conquistato gli utenti di tutto il mondo.

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Gli assistenti vocali hanno rimosso quasi completamente le difficoltà di digitazione, navigazione e tanto altro rendendo ancora più immersiva l’esperienza con i propri dispositivi.

Siamo di fronte ad un modo incredibilmente naturale e intuitivo di interagire, connettersi e lavorare con la tecnologia. Nel prossimo futuro, l’idea è quella di rimuovere completamente la digitazione che verrà sostituita sempre più dai comandi vocali.

È questa la strada? Ai brand non resta che tirare fuori la voce!

2. L’indipendenza social degli utenti

Facebook, Instagram, LinkedIn, YouTube. Ogni social è buono per intercettare potenziali utenti e clienti. Il 2019 potrebbe essere l’anno della svolta e della rivendicazione dei social come spazi di condivisione e intrattenimento.

Le previsioni annunciano che nei prossimi due anni gli utenti si allontaneranno sempre più dai social perché ritenuti ormai lontani dai propri interessi se non addirittura controproducenti.

Secondo recenti studi, circa il 79% degli utenti, quasi quattro su cinque, ha pensato almeno una volta di cancellare il proprio account social. Nella maggior parte dei casi i motivi sono proprio quelli che ci si aspetta: i social sono un’inutile perdita di tempo; e soprattutto i social sono solo l’ennesimo mezzo per bombardarci di messaggi pubblicitari e invogliarci a diventare clienti di uno o dell’altro brand.

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Il 2019 dovrebbe, dunque, essere l’anno della definitiva presa di coscienza da parte degli utenti e da parte di brand e aziende della vera importanza dei social.

Un passo in avanti lato utente per tornare a sentirsi protagonisti e partecipi dei social e un passo indietro per i brand che si impegneranno a proporre contenuti più interessanti e coinvolgenti parlando ad un utente/persona e non ad un utente/consumatore.

In che modo?  Fornendo connessioni umane rilevanti, formando canali di comunicazione affidabili, esprimendo valori condivisi, mostrando emozioni umane come compassione, comprensione ed empatia, creando esperienze uniche e divertenti e dimostrando un coinvolgimento attivo nelle questioni locali.

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3. La comunicazione sempre più social(e) dei brand

 Di pari passo con il punto due, la presenza dei brand nel 2019 dovrebbe essere ancora più attenta e sensibile alle questioni sociali che riguardano da vicino l’opinione pubblica. Questo comporterebbe  la discesa in campo dei più famosi brand su questioni di attualità più o meno delicate.

Non sarebbe la prima volta, ma questo potrebbe essere un anno decisivo visto che la risposta degli utenti ad una simile strategia è molto apprezzata.

Il caso più eclatante  è sicuramente quello di Nike  che ha scelto  Colin Kaepernick come protagonista della campagna del 30° anniversario di Just Do It, schierandosi apertamente contro la brutalità della polizia.

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In questo caso Nike ha preso una decisione coraggiosa, rischiando di incorrere in contraccolpi negativi nella percezione di alcuni affezionati. Ma non è stato l’unico brand e nemmeno il primo a schierarsi politicamente.

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4. La crescita inarrestabile di LinkedIn

Non vogliamo essere pessimisti ma, come dicevamo prima, la sfiducia degli utenti verso i social media è sempre più alta e secondo le predizioni di Marketer collaudati non si arresterà facilmente.

A fare eccezione è invece Linkedin che si conferma sempre più come una piattaforma solida e di fiducia. Non più visto come un riduttivo curriculum online, LinkedIn nel 2019 potrebbe vivere il suo momento d’oro. Grazie alla sua natura sicuramente più professionale e affidabile, gli utenti sperimenteranno conversazioni più performanti e interessanti.

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5. Il ritorno su YouTube

Come per LinkedIn, il 2019 potrebbe segnare il ritorno di un altro evergreen: YouTube.

Dalle interazioni sociali di Facebook, Instagram, Twitter si dovrebbe tornare ad esperienze più passive e tradizionali.

Quando gli utenti inizieranno a disintossicarsi dalle piattaforme social che richiedono un maggior impegno in termini di interazione, torneranno in auge esperienze di fruizione che intrattengono, informano, educano. Ciò significa che le persone dedicheranno molto più tempo ad ascoltare podcast, leggere e guardare video su piattaforme come YouTube.





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Da Pirelli a Candy, tutte le acquisizioni cinesi in Italia degli ultimi anni


È ormai un rospo già ingoiato e metabolizzato la notizia di qualche mese fa sul cambio di passaporto di Candy: la storica azienda italiana di elettrodomestici parla già mandarino come il suo nuovo proprietario, il colosso Qingdao Haier che ha recentemente perfezionato l’acquisizione dell’azienda ora interamente controllata dal gruppo cinese, quotato alla Borsa di Shanghai.

Breve storia del passaggio di Candy alla Cina

Il gruppo italiano della famiglia Fumagalli di Brugherio, già in difficoltà finanziarie da diversi anni, ha ceduto Candy per una cifra non proprio misera: 475 milioni di euro.

L’azienda della storia Automatic mantiene il quartier generale italiano ma diventa centro operativo della sola Europa per il nuovo gruppo ormai denominato da qualche giorno Haier Europa.

Il fatturato di 1,4 miliardi di euro di Candy ora si somma ai 30 del colosso cinese e permette al nuovo Haier di ottenere il quinto posto tra le aziende di elettrodomestici dell’Europa occidentale.

Candy non è la prima realtà italiana ad essere assorbita nel mercato cinese e lo sappiamo, ma rispetto a molte piccole aziende un nome dell’industria degli elettrodomestici come questo non passa inosservato.

Oltre all’ingente fatturato, Candy lascia nelle mani dei cinesi anche 4100 dipendenti sparsi tra gli stabilimenti di Europa, Turchia e (già presente da tempo) Cina.

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Le altre acquisizioni cinesi

La Cina è attenta agli scenari internazionali e fa leva su rinomate debolezze, insinuandosi lentamente ma con efficacia nelle strutture finanziarie dell’Occidente.

Quella di Candy non è tra le acquisizioni cinesi che ha sconvolto di più il tessuto economico nostrano: non dimentichiamo lo storico passaggio a Oriente di Pirelli.

Il cambio di casacca di Pirelli sta per compiere quattro anni e riguarda una delle società più stabili e antiche dell’assetto industriale italiano.

Pirelli è quotata alla Borsa di Milano dal 1922 fino al 2015, anno in cui ChemChina, la sua controllata Crnc, Camfin, Coinv (controllata da Marco Tronchetti Provera, Unicredit e Intesa) e la russa LTI fanno un accordo di coinvestimento e reinvestimento. Oggi Tronchetti Provera rimane il CEO e secondo azionista, ma l’azionista di maggioranza è Ning Gaoning di ChemChina.

La Cina ha messo in atto acquisizioni per almeno 318 miliardi di dollari negli ultimi dieci anni in tutto il mondo ma la sua passione per l’Europa (Regno Unito soprattutto) non ha pari: è qui che i cinesi hanno compiuto il 45% di operazioni in più che negli Stati Uniti, valutate in dollari.

Dunque l’Italia non è la sola del vecchio continente e prima di lei c’è ancora la Germania.

I settori industriali in cui i cinesi hanno investito di più dal 2008 sono la chimica (48,8 miliardi di dollari), l’energia (25,9 miliardi), mercato immobiliare (23,9 miliardi), miniere e attività estrattive (23,1 miliardi), Internet e software (15,1 miliardi), automotive (14,8 miliardi) e finanza (14,3 miliardi).

Ma la lista dello shopping cinese  in Italia è molto lunga e include anche il gruppo Ferretti Yacht, il brand di moda Krizia, l’oleario toscano Salov con i suoi marchi Olio Sagra e Filippo Berio, Buccellati (alta gioielleria). Ci sono inoltre le operazioni sulle blue chip italiane come Generali, Telecom Italia, Eni, Enel, Fiat e Prysmian, dove la People’s Bank of China oggi detiene almeno il 2% delle azioni.

Il mondo del calcio

Forse tra le acquisizioni più chiacchierate e popolari che gli italiani ricordano (e condannano) più facilmente ci sono quelle delle società sportive milanesi. In pochi anni Inter e Milan hanno infatti cambiato (diverse) nazionalità, almeno sulla carta, anche se per la rossonera l’iter è stato molto tumultuoso.

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Tutto inizia nell’agosto 2016 quando Li Yonghong firma il preliminare per l’acquisto della società sportiva AC Milan lasciando un acconto. Nel febbraio dell’anno successivo la holding Ji Ande di Li Yonghong non paga i debiti con una banca cinese ed è costretta a vendere parte della sua partecipazione nella società quotata. Nonostante ciò ad aprile termina l’acquisto del Milan con il benestare di Fininvest che reputa il fondo di Li finanziariamente stabile.

La storia della successiva bancarotta della holding di Li ha fatto notizia nell’estate del 2018 etichettando l’avvenimento come una compravendita poco trasparente.

Per quanto riguarda l’Inter la storia è un po’ diversa: la società nerazzurra è stata rilevata dalla Suning Holdings Group che nel giugno del 2016 ne ha acquisito il 68,55% delle quote diventando, dunque, azionista di maggioranza.

La strategia del New Normal

Candy non è la sola. La Cina punta soprattutto ad assorbire il know-how aziendale, valore di cui l’Italia continua ad abbondare: non si tratta quindi di mere operazioni finanziarie.

Dal 2012, l’economia cinese ha mostrato un mercato rallentamento, con tassi di crescita in calo dai livelli a due cifre (prima della crisi finanziaria 2007-2009) a circa il 7% nel 2014.

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Nel 2014, il presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato che la Cina stava entrando in uno stato ormai definito a livello internazionale come “New Normal” (新 常态). Questo termine è stato in seguito reso popolare dalla stampa e ha fatto riferimento alle aspettative di un tasso di crescita del 7% in Cina per gli anni a venire. Il tutto indicativo dell’anticipazione da parte del governo cinese di una crescita economica moderata, ma forse più stabile nel medio-lungo termine.

La Cina del New Normal accumula capitale lentamente ma non frena gli investimenti esteri, superando di molto gli standard internazionali. Una strategia geniale e controcorrente rispetto al mondo intero che invece vede inesorabilmente fallire le proprie colonne portanti dell’economia domestica.





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Gillette prova a rendere l’uomo meno macho nel suo ultimo spot, ma qualcuno non l’ha presa bene


Lo spot storico della Gillette che, durante il Super Bowl del 1989, era entrato con forza nell’immaginario del pubblico recitava “The best men can get” e su questo claim ha costruito per anni la sua identità di prodotto, sottolineando durevolezza dei rasoi e nuovi materiali.

Tutto puntava appunto sul concetto di forza, così ogni declinazione della strategia di comunicazione di Gillette. Il rasoio, oggetto privilegiato maschile era associato appunto alla forza in un assioma semplice quanto potente.

Donne che si gettano nelle braccia di uomini forti, uomini che fanno sport, che si abbracciano goliardicamente dopo una bevuta in confraternita, che sollevano bambini con una  sola mano: tutto corredato da una magnifica canzone che recita “You’re the champion, you deserve the best a men can get”.

Negli ultimi anni Gillette ha dovuto rispondere a un mercato sempre più competitivo che lo ha costretto ad abbassare del 15% il costo dei propri rasoi e perdere il suo ruolo di leadership nel prodotto.

Probabilmente anche per questo, in linea con il la campagna #MeToo “We believe”, per incoraggiare un cambio di paradigma nell’educazione dei giovani uomini contraria alla violenza di genere, ha deciso di dare una sterzata alla sua brand identity.

O anche perché, probabilmente, le recenti ricerche di mercato di Nielsen (2017) suggeriscono come il cluster dei Millennial prediliga campagne legate alla corporate social responsability.

Nasce così il nuovo slogan e il nuovo spot “The best men can be”.

L’ondata di odio

Lo spot è bellissimo, emozionante. Riesce ad affrontare il grande tema dell’educazione alla violenza, della sua normalizzazione e infine della banalizzazione di harrassment e comportamenti di odio e di violenza attraverso il grande cliché “boys be boys” che in italiano corrisponde abbastanza fedelmente all’espressione “sono ragazzi”, la frase che oscenamente è stata ripetuta finanche a difesa di uno stupro, in Italia, nelle zone dell’Aquila.

Eppure le reazione online (almeno negli Stati Uniti) è stata tutt’altro che positiva nelle ultime ore. Migliaia di uomini sono insorti riempiendo di commenti negativi e dislike il video YouTube, promettendo di non comprare mai più un prodotto Gillette (e affini).

L’azienda è accusata di additare il maschio bianco etero come unico colpevole. Il tono dei commenti, paradossalmente, dimostra una comunità di consumatori solida e decisamente maschilista che si scaglia contro il brand che vorrebbe ridurre la loro mascolinità a soy-boy (interessante insulto dispregiativo legato alla community healthy), freak e gay ovviamente.

Non tarda a farsi sentire su Twitter il presentatore Piers Morgan che raccoglie un vasto consenso online.

Gillette ha sbagliato?

Innovare semplicemente non è così facile.

Questo non vuol dire che non è possibile cambiare un linguaggio e uno storytelling che contribuiva in parte promuovere stereotipi di genere negativi. 

Forse però sono stati commessi alcuni errori. Bisognerebbe cambiare tenendo innanzitutto sempre ben presente chi compra i propri prodotti, qual è la nostra vera base di consumatori e su quali valori per trent’anni abbiamo costruito la nostra comunicazione. A partire dalla visione realistica di questo, bisogna cercare di non cadere nella trappola della corporate social responsibility costruendo una comunicazione in negativo.

Lo spot è bellissimo, ma la prima reazione del pubblico è fortemente negativa, perché il messaggio di fondo è duro e generalmente mal digerito.

Chi ha pensato e creato questo spot sapeva bene che avrebbe creato una spaccatura, aperto un dibattito. Anzi, era sicuramente quello che voleva, solo che non si aspettava fosse così ampio, così condiviso e soprattutto così aggressivo.

Il precedente di Nike e la strategia nel medio periodo

Una soluzione sarebbe potuta risiedere in un racconto in chiave positiva del cambiamento di paradigma maschilista, che non attaccasse l’intera categoria di uomini (e non rinnegando in qualche misura la storia comunicativa del brand).

Tuttavia siamo sicuri che sul lungo periodo l’impatto di questa campagna sarà davvero così negativo? Ricordiamo il recente caso di Nike che ha scelto come testimonial Kaepernick, estromesso dai campi si gioco per la sua dura protesta contro discriminazioni razziali – e in generale a danno delle minoranze – e contro la brutalità della polizia. Anche in questo caso la prima reazione del pubblico era stata fortemente negativa, reazione che Nike aveva preventivato ma che si fondava su dati molto solidi in tema di mercato.

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Un esempio? Secondo dati Morning Consult (luglio 2018) il 55% dei Millennials in USA ritiene che Nike abbia valori forti e positivi. La stessa indagine rilevava che il 71% degli elettori di Trump è meno propenso ad acquistare i prodotti di una azienda che appoggia la protesta di Kaepernick. Inoltre, secondo un tracking di YouGov il 46% degli acquirenti Nike ha una opinione positiva di Colin Kaepernick, a fronte del 34% registrato sulla popolazione generale americana. (Fonte: Ipsos)

Quali dati non hanno forse pesato di più nella strategia di Nike considerando che sul medio periodo la campagna ha portato Nike ai livelli di vendita più positivi di sempre?

Quale sarà, dunque, l’effetto di mercato di Gillette nel medio periodo? Un certo numero donne hanno già manifestato l’intenzione di acquisto di passare a Gillette e, forse restando ancora in un certo stereotipo di genere, si potrebbe ironicamente affermare che, in fondo, sono ancora le mogli a comprare rasoi e lamette per i propri mariti.





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